Intervista ad Andrea Tomat, Presidente del Comitato di Gestione

Hai perso la voglia di leggere? 7 modi per farla tornare

Perché scrivere? Le ragioni di George Orwell

Continua a scendere il numero dei lettori – Dati Istat aggiornati

A che serve imparare? Per una critica dell’apprendimento nella società contemporanea

A che serve imparare? Per una critica dell’apprendimento nella società contemporaneaQual è la funzione dell’apprendimento in una società che procede con una velocità sempre meno controllabile? Le scuole assolvono ancora una funzione utile per incoraggiare e favorire percorsi che portino ad imparare qualcosa che non suoni come obsoleto e inutile?

Di questo e di molto altro, abbiamo parlato con Paolo Mottana, professore ordinario di Filosofia dell’Educazione presso l’Università di Milano Bicocca.

È una figura di docente controcorrente Paolo Mottana, ma non idealizzata come il professor Keating de L’attimo fuggente, il celebre film con Robin Williams diretto nel 1989 da Peter Weir, per molti icona di un tipo di insegnamento non convenzionale e fuori dagli schemi.

Le sue convinzioni sono forti, chiare, decise, radicate nel terreno di un’articolata riflessione sul mondo, sulla vita, la scuola, l’educazione, l’arte. Ma soprattutto sulla conoscenza del simbolo come alfabeto di un’esperienza piena, autentica e totalizzante, che insegni a scindere la paura distruttiva dall’energia costruttiva che anche il dolore, o il trauma, possono offrire all’individuo.

 

Prof. Mottana, lei è docente ordinario di Filosofia dell’Educazione presso l’Università di Milano Bicocca. Eppure il suo blog personale si chiama «Controeducazione». Può spiegarci il filo che lega questa apparente contraddizione tra l’educazione come disciplina di formazione istituzionale/universitaria e la sua idea di contro-educazione?

Ho adottato questo termine un po’ di tempo fa, in parte su suggestione di un testo di uno dei miei maestri, James Hillman, e che poi ho ritrovato anche in Fourier. Personalmente lo intendo in questo senso: l’educazione, nella maggior parte dei casi e nella sua forma egemone, è sempre stata un processo di disciplinamento, addomesticamento, di inquadramento delle soggettività nascenti all’interno di un sistema di regole, sia esso un sistema linguistico o addirittura di soggiogamento del corpo, ed è quasi sempre stato legato a un’ideologia di tipo ascetico, fondata sul sacrificio, sulla fatica, sulla rimozione del piacere, etc… A tutt’oggi, mi sembra che la cultura educativa sia ancora impregnata di questa filosofia. Invece mi sembra giusto immaginare un’educazione dove la soggettività nascente ‒ i bambini, i ragazzi, i giovani ‒ possa godere di un tipo di apprendimento che sia fondato piuttosto sulla passione, sull’interesse, sul coinvolgimento, sul piacere, sulla soddisfazione, e non sia sottoposto costantemente al fuoco di fila di procedure di valutazione che, soprattutto nell’epoca contemporanea, stanno diventando deliranti, così da vivere l’esperienza dell’imparare (come peraltro è accaduto per molto tempo) come un’esperienza naturale, calata nel mondo sociale con un certo grado di soddisfazione e di piacere.

 

Scorrendo i contenuti del suo blog, mi sono soffermata in particolare su un post del 19 settembre 2015, Per un’esperienza autenticaPotrebbe spiegare ai nostri lettori, con l’augurio che leggano l’articolo nella sua interezza, cosa intende lei per “esperienza autentica”, come la si raggiunge, quanto e perché la considera “nevralgica” all’interno di un pieno e consapevole sviluppo dell’individuo?

Ritengo che, di fatto, si impari dall’esperienza, che si tratti di un evento, dell’essere partecipi oppure di osservare qualcosa che ci coinvolge interamente e non soltanto alcune parti di noi. Tendo a pensare che l’apprendimento vero, quello che si incorpora e si incarna in noi, sia un apprendimento che ha bisogno di momenti in cui tutta la nostra personalità è coinvolta; non solo il cervello, o il corpo, o le emozioni, le intuizioni, ma tutto questo insieme. Quanto più la nostra personalità è implicata in un’esperienza nella sua interezza, (quale che sia: non deve essere per forza straordinaria anche se, certo, da esperienze potenti impariamo moltissimo. Ma basta anche un libro, un film o guardare un paesaggio) tanto più tale esperienza coinvolge tutto il nostrocorpo, tutta la nostra sensibilità, la nostra attenzione. Questi sono i momenti in cui impariamo qualcosa. Quando, al contrario, siamo obbligati a fare qualcosa oppure viene tenuta in considerazione solo la nostra intelligenza, o la nostra attenzione, sabotando invece l’intuizione, l’emozione, l’immaginazione, o il corpo ‒ come purtroppo spesso accade nell’educazione tradizionale ‒ l’apprendimento è ostacolato. Con questo non voglio dire che in sede istituzionale non si possano fare ogni tanto delle esperienze autentiche, per esempio quando gli insegnanti sono molto bravi, capaci di coinvolgere, di attrarre l’attenzione. In quei casi, può darsi che anche queste dimensioni vengano tirate in gioco. Ma il più delle volte la mia sensazione è che, per esempio all’Università, i ragazzi siano lì, a lezione o sui libri, solo in parte, e questo produce un apprendimento negativo, che poi tende a disfarsi con rapidità. Un apprendimento che non si incarna e perciò viene presto dimenticato.

 

LEGGI ANCHE – Perché studiare filosofia

A che serve imparare? Per una critica dell’apprendimento nella società contemporanea

Tra l’altro, lei dice che: «l’esperienza, quella autentica, è faticosa, perfino crudele, trasforma la propria intima fisiologia, lascia una traccia, talora una ferita», e fin qui personalmente concordo. Ma cosa succede quando l’individuo ha accumulato troppe ferite, troppo dolore? Questa “esperienza”, per autentica che sia, non rischia di compromettere l’equilibrio e la serenità della persona? C’è un modo per trasformare questa energia in qualcosa di costruttivo?

Partiamo dal presupposto che le esperienze dolorose, innanzitutto, fanno esperienza. Sono esperienze che ci risucchiano per intero. Quanto più, poi, sono drammatiche tanto più la nostra personalità ne viene coinvolta e a volte anche atterrata, annichilita. Il problema, come in tutte le esperienze, è il momento dell’elaborazione. È chiaro che chi vive esperienze dolorose e non ha dei luoghi, degli spazi, dei momenti, il tempo o la disponibilità di poterle elaborare, ovvero di poterci riflettere, di poterne magari dialogare con qualcuno e farne un’esperienza vissuta e riflessa, rischia che il dolore, le ferite si accumulino, producendo sintomi disturbanti e dannosi. Ma, del resto, questa è la condizione che la maggior parte di noi vive nella solitudine generalizzata; poi magari ci si appella a qualche terapeuta, spesso, però, senza avere un effettivo tempo culturale relativo all’elaborazione della sofferenza. La sofferenza oggi è respinta ai margini, non è tollerata, non si può esibire, perché è qualcosa di riprovevole, vergognoso, soprattutto quello che da essa deriva: l’incapacità di fare, il bisogno di sostare, di ritagliarsi dei momenti propri... Chiaramente ciò fa della sofferenza qualcosa di molto negativo. Invece questa, com’è noto dall’antichità, è un momento che può anche essere foriero di insegnamenti profondi. Certo, ci sono traumi che possono avere un effetto opposto, però io ritengo che la ferita, come dimostra la vita di coloro che sono stati degli autentici creatori, può fare anima, permettere di approfondire la propria personalità e percepire le cose con maggiore sensibilità.

 

Apprendere non significa necessariamente conoscere, ma per conoscere bisogna pur apprendere: come appassionare le nuove generazioni a un apprendimento consapevole, che risvegli anche la curiosità simbolica?

Io credo che non sia tanto un problema generazionale. Apprendere è qualcosa che si innesca in noi in modo naturale, perché noi apprendiamo di continuo, non abbiamo bisogno di grandi procedure. Ma quando apprendiamo? Quando siamo interessati a qualcosa o quando abbiamo bisogno di sapere qualcosa (come quando c’è dobbiamo imparare a usare un cellulare, cosa nella quale i ragazzi eccellono e impiegano pochissimo, proprio perché sono interessati e da quell’interesse scaturisce l’apprendimento). Quando invece gli si propongono degli oggetti in maniera molto mortificata, come nella maggior parte dei casi avviene con la scuola, con sistemi ancora deduttivi, con lezioni ancora noiosissime, esercizi dei quali non si capisce lo scopo, è chiaro che l’apprendimento è molto più ostacolato. Noi abbiamo bisogno di creare, e questo lo ripeto da anni e anni e non sono il solo; sono almeno duecento anni che si dicono le stesse cose: bisogna creare delle esperienze che coinvolgano l’interesse e la passione delle persone che sono chiamate ad agire in questo processo.

Anche all’Università si può generare un’autentica passione, ma è chiaro che bisogna adottare dei linguaggi che siano più vicini all’esperienza dei ragazzi, e un atteggiamento in cui loro si sentano considerati, partecipi. Soprattutto bisogna cercare di trovare degli oggetti che non siano lontani anni luce dalla loro esperienza, perché quanto più gli oggetti sono vicini a loro e vengono posti alla loro attenzione sotto una luce che loro possono comprendere, tanto più rapidamente si innesca il processo. Non è affatto vero che oggi i giovani siano più indolenziti o addormentati o privi di passione come spesso si dice. La realtà è che i ragazzi sono intontiti da un bombardamento di stimoli e hanno troppo poco tempo per sviluppare i loro autentici interessi. Ma questi interessi potrebbero essere favoriti da ambienti all’interno dei quali ci siano persone consapevoli, che sanno come attrarli. E anche questo non rappresenta nulla di nuovo: ognuno di noi ha incontrato almeno un insegnante con la capacità di intercettare i propri interessi. Certo, nella scuola le cose non sono facili, ma al di fuori siamo di continuo interessati da tantissime cose. E così impariamo davvero. Ho la sensazione che la maggior parte dei ragazzi oggi impari più fuori dalla scuola che dentro, e impara in maniera organica e approfondita. Mentre a scuola, purtroppo, regna la noia, un senso di spaesamento, disorientamento, perché si fanno cose che troppo spesso sono slegate dall’esperienza effettiva delle persone. Ma è sempre stato così. Solo che una volta il sistema disciplinare funzionava in maniera molto più violenta, anche se poi non significava affatto che si imparasse sul serio. Questo è dimostrato dalla nostra stessa società, attraversata da individui spesso privi di consapevolezza culturale o scientifica.

 

[I servizi di Sul Romanzo Agenzia Letteraria: Editoriali, Web ed Eventi.

Iscriviti alla nostra newsletter

Seguici su Facebook, Twitter, Google+, Pinterest e YouTube]

 

Il 21 settembre si concluderanno le iscrizioni alla II edizione del Master di I Livello in Culture Simboliche. La sensibilità simbolica, come si legge nella presentazione del programma didattico, pare «ormai atrofizzata», forse, si potrebbe aggiungere, anche a causa della sovraesposizione estetica a simboli, segni o presunti tali. Quale crede che sia il peso, se ne ha uno, della deriva della cultura di massa contemporanea, all’interno della quale i social media e il loro potere/influenza sono fattori non più relativizzabili?

Non c’è dubbio che ci sia stata una trasformazione del modo in cui le persone oggi si approvvigionano di informazioni, o comunicano etc... Non v’è dubbio, altresì, che un’esperienza così mediata com’è quella di tipo digitale o virtuale renda più difficile una percezione diretta delle cose, dell’ambiente che ci circonda, di noi stessi e degli altri. Avere delle relazioni di tipo virtuale non è la stessa cosa che avere delle relazioni piene, corporee, affettivamente percepibili in tutta la loro pienezza. L’anestesia simbolica si fonda, secondo me, sul fatto che nel tempo la posizione umana rispetto a tutto ciò che la circonda (ma anche rispetto a tutto ciò che è al suo interno) è diventata una posizione di sfruttamento.

A che serve imparare? Per una critica dell’apprendimento nella società contemporanea

C’è un senso di saturazione. Tutti noi siamo chiamati al fare, al produrre, a emergere, ad avere dei risultati visibili; questo fa sì che sia scomparsa una zona di esperienza fondamentale (chiariamo: non è che prima ci fosse tutta questa straordinaria capacità, ma è certo che nelle culture meglio radicate nel territorio esisteva una più alta capacità di percepirne le qualità, i caratteri, di rispettarne i regimi, i tempi, gli spazi…). Oggi vige l’idea generalizzata che tutto ciò che abbiamo intorno è a nostra disposizione e possiamo sfruttarlo come vogliamo. Questo ha determinato, di fatto, la nostra anestesia simbolica, la non necessità di interessarci dei caratteri interiori, più propri di ciò che abbiamo all’interno e all’esterno di noi, perché noi di fatto ci sfruttiamo molto; il nostro tempo è diventato una risorsa che dobbiamo usare fino all’estremo per poter ottenere dei risultati, anche se non si sa bene quali. Non abbiamo più il tempo di ascoltarci, di percepire le nostre autentiche passioni, soprattutto di percepire il nostro corpo, e farlo riposare abbastanza. Il corpo è diventato semplicemente una macchina che usiamo finché funziona e che poi portiamo dal meccanico e il meccanico, di volta in volta, ci aiuta a farla rimettere in funzione, finché non si spacca del tutto e diventa inutilizzabile. E questo vale per tutte le cose, per esempio i nostri spazi. Facciamo molta fatica a interessarci ad altro che non sia questa furiosa ricerca di una propria realizzazione. E questo è il prodotto di una civiltà che, secondo me, ha raggiunto, con molta probabilità, il suo limite estremo. Non si sa bene cosa ci sarà dopo ma credo che questo sia il massimo punto di stress. E si riflette nel senso di grande malessere e disagio che condividiamo un po’ tutti.  

 

Quanto e in che modo una conoscenza non superficiale e soprattutto libera dalla sua espressione dogmatica, delle tradizioni simboliche spirituali, siano esse cristiane, islamiche, ebraiche, sciamaniche, tantriche etc…, potrebbe favorire, data l’attuale situazione di scontro tra civiltà e relative e drammatiche conseguenze, una reale armonia tra i popoli?

Il nostro master ha come obiettivo non soltanto la semplice conoscenza delle tradizioni spirituali, che pure ha un grande interesse dal punto di vista della koinè simbolica che attraversa tutte le culture, quanto piuttosto il risveglio di questa sensibilità simbolica, ovvero riuscire a interpretare il mondo che abbiamo intorno. Qualsiasi oggetto o persona che noi incontriamo ha un retroterra molto complesso dal punto di vista simbolico. Imparare a riconoscerlo è un primo passo per imparare a comprenderlo e rispettarlo. Tuttavia la conoscenza simbolica è qualcosa di più complesso. Ha a che fare con la natura interna, intima delle cose, anche di un tavolo, di una sedia o di una casa; e questa sensibilità possiamo recuperarla soltanto nel momento in cui ci concentriamo su quelli che sono gli autentici veicoli di questa conoscenza simbolica e che secondo me riposano soprattutto nell’arte, intesa nel senso più forte del termine, l’arte come risultato di qualcuno che è stato molto attento all’esperienza intorno a sé e, attraverso la sua capacità precipua ‒ scrivere, dirigere un film, rappresentare figurativamente o musicalmente ‒ ha fatto emergere le qualità simboliche della materia esperita.

L’arte è un’esperienza che davvero può forgiare la nostra capacità di comprendere il mondo perché lì è depositata una conoscenza particolare, la conoscenza per immagini, la conoscenza simbolica, e tuttavia questa conoscenza ha bisogno anche di un alfabeto. Ed ecco allora i miti, le narrazioni, le rappresentazioni, le tradizioni spirituali che possono aiutarci a penetrare più a fondo la materia (che non è una materia semplice e ha sempre bisogno di un qualche tipo di codice per essere decifrata). Ecco allora anche il ruolo delle grandi tradizioni spirituali, che peraltro spesso condividono modelli simbolici molto simili, come hanno dimostrato gli studi sul misticismo.

Non ci occupiamo tanto delle tradizioni spirituali dal punto di vista delle dottrine etiche o dei comportamenti sociali ma del loro simbolismo profondo, di quello che viene chiamato il loro retroterra esoterico, la dimensione mistica di queste tradizioni, dove si può notare che alla fine, pur nelle loro forme diverse, tutte hanno un nucleo simbolico molto comune. Sarebbe complicato adesso entrare di più nel merito, ma noi cerchiamo di premiare un approccio complesso al mondo simbolico Spesso le stesse tradizioni spirituali tendono a semplificare i simboli, per esempio quelli relativi al bene, alla luce, all’ascensione spirituale. Noi vogliamo cogliere anche gli aspetti d’ombra, gli aspetti notturni, gli aspetti femminili, dimostrando come nel mondo simbolico ci sia una compensazione delle varie anime. Questo concorre ad avere del mondo una visione che non è mai unitaria, monolitica, non è mai monoteista, né può esserlo, perché il suo compito è cercare di cogliere la pluralità, la differenziazione, la molteplicità degli elementi che permettono di stare nel mondo in maniera equilibrata e non fanatica o totalitaria.

A che serve imparare? Per una critica dell’apprendimento nella società contemporanea

Sul Romanzo è un blog che si occupa in prevalenza (sebbene non in maniera esclusiva) di letteratura. Quali sono, a suo parere, i simboli più rappresentativi della letteratura del XX e XXI secolo? E sono interpretati correttamente da scrittori e lettori o stiamo correndo il rischio di un grosso fraintendimento?

Premesso che non mi considero un conoscitore sufficientemente all’altezza di questa materia in particolare, la mia sensazione è che l’attenzione dei romanzi, o almeno dei grandi romanzi, sia molto orientata a cogliere le dinamiche delle relazioni, nelle loro sfaccettature più intime, complesse. Prendiamo autori come Michael Cunningham o David Foster Wallace, autori che hanno esplorato l’economia delle relazioni umani nella loro dimensione più nascosta o più crudele o più drammatica, ecco ho la sensazione che sullo sfondo di questo ci sia davvero un’esplorazione dell’angoscia come uno dei grandi temi della nostra contemporaneità. L’angoscia, la solitudine, la disperazione talvolta, la dipendenza da certe sostanze, il tentativo di tessere legami contro una realtà che invece produce slabbramento.

Ma se devo pensare a un grande simbolo che ritorna spesso nella narrativa dei nostri tempi, io penso alla caduta delle Torri (le Torri Gemelle, n.d.r.). La caduta delle Torri, che spesso ho trovato nei grandi romanzi recenti, è veramente un simbolo di quest’epoca ed è un simbolo che andrebbe esplorato con più attenzione, così come le stesse nazioni coinvolte avrebbero dovuto interrogarsi con più attenzione rispetto al loro significato, perché si trattava di un simbolo molto profetico. Se la torre, da Babele in poi, è il simbolo dell’arroganza umana, dello sforzo titanico di ergersi verso il cielo e trovare una connessione con esso, di dominare la realtà, di poter essere, in qualche modo, i padroni del mondo, io credo che l’abbattimento di quelle Torri in particolare, in quel momento, in quel luogo, avesse un significato molto importante, al netto, ovviamente, degli aspetti più tragici. Ma dal punto di vista simbolico avrebbe dovuto essere interpretato meglio, raccomandare ‒ come si trova spesso nella testimonianza di scrittori e altre figure più sensibili ‒ un atteggiamento di maggiore umiltà, un’interrogazione più profonda di una civiltà che evidentemente ha assunto una dimensione e un atteggiamento, verso tutto ciò che ha intorno, spietato e distruttivo. E allora le cose avrebbero potuto mutare. Invece questa civiltà ha reagito respingendo questa consapevolezza, con la solita tecnica del capro espiatorio, auto-assolvendosi, e questo vale anche per quello che sta accadendo di recente. Non ci si può continuare ad assolvere, l’ombra che ci trasciniamo dietro è un’ombra terribile, che ci porterà in qualche precipizio insieme a tutto il resto. C’è un senso di catastrofe imminente, insomma, nelle immagini della letteratura contemporanea, come un treno che viaggia dritto verso la collisione. E questo dovrebbe portarci a riflettere, perché se le coscienze più sensibili del nostro tempo sentono tutto questo, forse gli altri ‒ quelli più immersi nel flusso furioso delle pressioni del lavoro, dei risultati e dei successi ‒ farebbero bene ad ascoltare.

 

Come insegnante, lei si sente più un mentore o più un maestro per i suoi studenti?

La figura del mentore l’ho “teorizzata” molti anni fa pensando alla figura di qualcuno che uscisse un po’ dai margini del maestro, dell’insegnante tradizionale, qualcuno che avesse soprattutto la capacità di mantenere vive dentro di sé quelle parti infantili, adolescenziali, e anche quelle ferite che fanno parte della nostra epoca, in maniera tale da poter incontrare il soggetto in formazione sul suo terreno e avere un’intesa più profonda, essere coinvolto davvero dal suo lavoro, e non solo come una pratica professionale, senza prendere le distanze da quella dimensione emozionale, intuitiva e anche corporea che c’è nel lavoro educativo. Ecco, io credo che il mentore sia qualcuno profondamente coinvolto, profondamente appassionato, che ama i suoi allievi e ne è riamato, forse. Credo di ispirarmi da sempre a questo modello, e di essere arrivato, nel tempo, abbastanza vicino a quell’idea, talvolta anche rischiando qualcosa, perché un mentore è anche qualcuno che esce un po’ dalle regole e questo spesso non è ben visto dalle istituzioni. Tuttavia credo anche che questo sia l’unico vero modo per insegnare. Il resto sono impiegati delle poste trasferiti in istituti della formazione. Con il massimo rispetto per i miei colleghi e per la categoria degli impiegati delle poste, si capisce.

Il tuo voto: Nessuno Media: 5 (9 voti)
Tag:

Commenti

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Se il codice inserito non è corretto, viene segnalato un errore (box rosso). Se il codice inserito è corretto e il tuo commento viene segnalato lo stesso come spam non ti preoccupare, non riscriverlo; la redazione lo pubblicherà al più presto.

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.