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"A caccia nei sogni": continua la "Trilogia di Grouse County". Intervista a Tom Drury

"A caccia nei sogni": continua la "Trilogia di Grouse County". Intervista a Tom DruryÈ appena arrivato nelle librerie A caccia nei sogni (NN editore, 2017 – traduzione di Gianni Pannofino), continuazione ideale di La fine dei vandalismi (NN editore, 2017 – traduzione di Gianni Pannofino), per quanto non così strettamente collegato alle vicende del romanzo precedente, a cui farà seguito prossimamente il terzo volume della trilogia, Pacifico.

Questi romanzi hanno visto la luce a diversi anni di distanza l'uno dall'altro, rispettivamente nel 1994, nel 2000 e nel 2013, ma sono accomunati, oltre che dalla presenza di alcuni personaggi, dall'ambientazione nell'immaginaria contea di Grouse, luogo indefinito della profonda provincia americana teoricamente collocato nel Midwest, per certi versi affine all'altrettanto immaginaria Holt descrittaci da Kent Haruf.

Se La fine dei vandalismi era un potente romanzo corale, affollato di decine di personaggi di maggiore o minore rilevanza e che raccontava una serie di vicende nell'arco di alcuni anni, qui la struttura narrativa si colloca esattamente all'opposto: Drury si concentra su una delle tante figure del libro precedente, quella di Charles "Tiny" Darling, e ci racconta gli eventi che nell'arco di quattro giorni, da un venerdì al lunedì successivo, coinvolgono lui, la moglie Joan, il loro figlio Micah e Lyris, nata da un precedente, fugace legame di Joan e tornata a vivere con la madre dopo aver sperimentato anni di orfanatrofio e famiglie affidatarie.

 

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Un po' sfortunati, un po' perdenti e dai comportamenti non troppo limpidi, Charles e Joan cercano in tutti i modi di migliorare le loro esistenze, cosa che si ripete anche nei loro figli, con esiti non sempre soddisfacenti.

Abbiamo rivolto qualche domanda a Tom Drury nel corso del suo passaggio da Milano per presentare l'edizione italiana del romanzo.

"A caccia nei sogni": continua la "Trilogia di Grouse County". Intervista a Tom Drury

Da dove nasce per lei l'ispirazione? Quanto c'è di autobiografico nelle sue opere?

I romanzi sono per me come un'autobiografia in piccoli frammenti. L'immagine che uso per spiegarla è questa: se uno immaginasse di vedere la propria vita dipinta su una serie di pannelli di vetro, e poi questi si dovessero frantumare e mescolarsi fra loro, il processo di scrittura narrativa per me è come guardare questi frammenti per terra, raccoglierne uno, magari quello che trovi più interessante o ti dà maggiore ispirazione, iniziare da lì e poi inserirne un altro, che nella vera vita magari non è stato il momento successivo al primo, continuando così. La fiction è composta da elementi della tua vita, scomposti e ricomposti a formare una nuova narrazione. Il processo di scrittura diventa così una reinvenzione della tua esistenza, trasformandola per dare vita a questi nuovi personaggi: in fondo è come fare un mosaico.

 

Com'è nato il progetto della trilogia di Grouse County?

Nel 1990 avevo scritto un racconto per il «New Yorker». Ero già stato invitato da loro a collaborare e avevo mandato diverse cose, ma ricevevo sempre risposte del tipo "sì, è interessante, ma cerca di scrivere qualcosa d'altro, perché questo non è esattamente quello che stiamo cercando".

In qualche modo, però, questi rifiuti avevano qualcosa di molto incoraggiante, sapevo di avere l'opportunità di pubblicare con loro e così mi sono seduto a scrivere questo racconto intitolato La fine dei vandalismi, che è stato in effetti il mio primo pezzo pubblicato dal «New Yorker».

La direttrice di allora mi aveva poi chiesto di scrivere qualcosa d'altro, così io ho domandato se per loro andava bene che io continuassi a scrivere degli stessi personaggi. Lei mi ha risposto che andava benissimo, perché alla fine avrei avuto tra le mani un romanzo, ed effettivamente è andata proprio così. Lo stesso meccanismo si è ripetuto con i romanzi successivi, ma nel frattempo ho scritto anche diverse altre cose.

 

La sua è una letteratura del quotidiano, che parla di persone semplici dalle alterne fortune. Lo stile nasce già così piano e solo apparentemente semplice, oppure il processo di scrittura passa da uno stile più ricco che viene depurato?

La mia è sempre una riscrittura: l'editing è una parte fondamentale del lavoro. Ci sono delle scene che butto giù, ma se non mi convincono o mi convincono solo in parte le riscrivo.

L'idea è di avere una voce che suoni spontanea, ma questo risultato non si ottiene semplicemente descrivendo quello che viene in mente, ma attraverso un processo di riscrittura che porti a uno stile semplice.

 

La fine del vandalismi è del 1994 e la continuazione è del 2000. In un’intervista ha affermato che era molto divertente avere un libro in uscita fuori dagli Stati Uniti, ma trovava curioso rispondere a domande sulla sua genesi, perciò volevo sapere se il cambiamento che c'è tra La fine dei vandalismi,romanzo corale, e A caccia nei sogni, che è invece una storia individuale, indica un cambiamento avvenuto in lei come scrittore, o nel suo modo di intendere la scrittura.

Tutti noi cambiamo: se uno scrive, cambia ed evolve anche il suo stile, o almeno questa è la mia speranz. Non volevo assolutamente riscrivere lo stesso libro, anche se ero molto affezionato ai miei personaggi. Volevo scrivere ancora di loro, usando però uno stile diverso, ed è quello che ho fatto. Uno dei motivi per cui A caccia nei sogni ha questa struttura, molto diversa dal precedente libro, in cui la storia si sviluppava lungo alcuni anni e comparivano tantissimi personaggi, sta nel fatto che, in questo caso, volevo semplicità e precisione formale per vedere come la trama si sarebbe evoluta concentrandomi solo su pochi personaggi: così ho scelto la coppia Tiny/Joan e i loro figli.

Questo tipo di struttura consente una maggiore concentrazione sull'universo interiore dei personaggi e sulle loro percezioni. Questo è un romanzo che guarda al mondo interiore, ma resta fedele alla vita di Tiny com'era già stata descritta nel libro precedente.

"A caccia nei sogni": continua la "Trilogia di Grouse County". Intervista a Tom Drury

È più difficile popolare un intero mondo di personaggi con le loro storie parallele, oppure entrare in profondità in pochi caratteri e concentrarsi su di loro?

Non ricordo di aver pensato "quanto è facile scrivere questo libro". Da un certo punto di vista è stato più difficile, per un altro più facile: per esempio, ho trovato positivo avere una struttura temporale rigida entro cui lavorare.

Mi sono divertito molto a scriverlo, ma non direi che sia stato più facile. Non ho impiegato tanto tempo per la stesura, ma dovendomi concentrare sui monologhi interiori dei personaggi qualche volta mi capitava di avere delle difficioltà. Tutti i libri sono difficili a modo loro.

La fine dei vandalismi era un libro più ottimista, che portava in sè una maggiore allegria, mentre questo è un romanzo più dark e notturno, con molte scene ambientate nei boschi o nelle città deserte, con scenari che contengono un alone di mistero e in qualche modo di pericolo.

Volevo mettere in scena la precarietà della vita di Tiny e Joan e dei loro figli, mostrare quanto fossero più vicini alla separazioe e alla distruzione di quanto non fossero stati Dan e Louise alla fine di La fine dei vandalismi. Da un punto di vista emotivo ero molto vicino ai personaggi e mi preoccupavo per loro.

 

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Perché i sogni hanno così tanta importanza in questo libro?

Credo che i sogni abbiano una particolare importanza per tutti noi, e quindi anche per i personaggi. Noi consideriamo i sogni come momenti in cui la mente vaga, senza un particolare significato, ma io credo che, in realtà, abbiano un loro significato. L'ambientazione notturna, poi, ricorda il mondo onirico e fa scivolare i personaggi in modo fluido dalla realtà ai loro sogni. Per me sono importanti, mi è piaciuto scriverne e raccontarli stando attento a non eccedere con la simbologia, ma mantenendo un senso casuale, per cui a volte un sogno potrebbe avere significato, ma anche no.

 

Questo libro mi è sembrato un invito alla lentezza, a prendersi del tempo per entrare nei dettagli di queste storie, e mi è piaciuto molto da lettore. Ma da scrittore qual è il fascino di raccontare queste persone semplici?

Sono cresciuto in un luogo molto simile a quello che racconto nel romanzo. Le persone che descrivo le ho viste, e c'è una parte di me che corrisponde a questo universo, anche se io me ne sono andato via per frequentare l'università e poi non ci ho più vissuto, se non per quattro mesi nel 2014.

Ho ricordi molto vivi di quel periodo, della mia infanzia, perché sono le cose che si ricordano per più tempo e sono forse le più importanti, anche se spesso non sai esattamente perché te le ricordi.

Il fatto stesso che l'inconscio li faccia riaffiorare li rende dei ricordi importanti. E poi nella scrittura confluisce l'esperienza di tutti gli altri luoghi in cui ho vissuto, dalla Florida all'Europa.

"A caccia nei sogni": continua la "Trilogia di Grouse County". Intervista a Tom Drury

Tornando a casa ha avvertito cambiamenti nel Midwest? E quali sono per lei gli scrittori che l'hanno descritto meglio?

Il cambiamento è inevitabile. Le fattorie familiari che descrivo ne La fine dei vandalismi ad esempio non esistono più, sono state assorbite da grandi aziende agricole perché oggi l'agricolutra è diventata quasi sempre un'impresa di grandi dimensioni. Ho cercato di conservare il ricordo del mondo degli anni Settanta, quello in cui sono nato e cresciuto.

C'è un libro di Daniel Woodrell,Winter's Bone(da cui è stato tratto nel 2010 il film Un gelido inverno) che non è ambientato proprio nel Midwest ma nel Missouri, e che parla dei cambiamenti della vita rurale e della vita degli Sati Uniti nelle diverse stagioni. Un altro libro che amo molto e che consiglio è una raccolta di racconti di Chaviza Woods, Things to Do When you're a Goth in the Country.

 

Lei si è laureato in giornalismo e poi col tempo si è dedicato solo alla scrittura. A cosa è dovuto questo cambio di direzione? Pensa che il lavoro giornalistico le sia stato utile, per esempio per essere un ottimo osservatore del mondo emozionale?

Quand'ero al liceo sapevo già di voler diventare un romanziere, ma non mi era molto chiaro il percorso. Ho fatto la cosa che mi sembrava più sensata studiando giornalismo, che in qualche modo mi avrebbe permesso di guadagnarmi da vivere scrivendo. A un certo punto, però, ho capito che dovevo lasciare il giornalismo per fare sul serio, perciò mi sono iscritto a un'università vicino a Providence, dove vivevo, per laurearmi in scrittura creativa: ho capito che avevo bisogno di apprendere molte più cose riguardo alla scrittura, di leggere e di studiare di più la letteratura angloamericana. Il giornalismo, comunque, ti permette di osservare così tante persone in situazioni diverse che questo rappresenta senz'altro un ottimo allenamento per riuscire poi a creare dei mondi che siano inventati, ma che assomiglino di fatto al mondo reale.


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Per la prima foto, copyright: Tyler Lastovich.

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