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7 consigli di scrittura di Edgar Allan Poe

7 consigli di scrittura di Edgar Allan PoeNel 1846 Edgar Allan Poe pubblicò il suo La filosofia della composizione, un breve saggio in cui, partendo da una critica contro lo spontaneismo di coloro che «preferiscono dare a intendere che essi compongono in uno stato di splendida frenesia», elabora una vera e propria teoria della composizione.

Questa può essere usata come base di partenza per illustrare i 7 consigli di scrittura di Edgar Allan Poe.

 

1. Devi conoscere il finale in anticipo, prima di iniziare a scrivere

«Niente è più chiaro» scrive Poe «del fatto che ogni trama, degna di questo nome, debba essere elaborata fino al suo epilogo prima di mettere mano alla penna». Una volta che comincia a scrivere, lo scrittore deve tenere «costantemente presente» il finale così da «dare alla trama quell’indispensabile aria di causa-effetto» e di inevitabilità.

 

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2. Sii breve – regola della “singola sessione”

Poe sostiene che «se un lavoro letterario è troppo lungo per essere letto in una sessione, dobbiamo accontentarci di fare a meno di quell’effetto immensamente importante che deriva dall’unità d’impressione». Forza il lettore a fare una pausa e «gli affari del mondo interferiscono» e l’incantesimo si spezza. Questo «limite di una sola sessione» ammette delle eccezioni, ovviamente. Deve averne – o il romanzo perderebbe le sue qualità letterarie. Poe cita Robinson Crusoe come esempio di un lavoro artistico «che non richiede unità d’impressione». Ma la regola della singola sessione si applica a tutte le poesie e per questo, scrive, Paradise Lost di Milton non riesce a raggiungere un effetto prolungato.

 

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3. Decidi l’effetto desiderato

L’autore deve decidere in anticipo «l’impressione» che desidera lasciare sul lettore. Poe presuppone qui una grandissima abilità da parte degli autori nel manipolare le emozioni dei lettori. Ha anche l’ardire di affermare che la struttura de Il corvo ha reso l’opera «universalmente apprezzabile». Potrebbe essere così, ma forse non ispira universalmente un apprezzamento di Bellezza che «eccita l’animo sensibile fino alle lacrime» – l’effetto che Poe desiderava per la poesia.

 

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4. Scegli il tono dell’opera

Dal momento che «la bellezza è il solo territorio legittimo della poesia» in generale, e di Il corvo in particolare, «la melanconia è perciò il più legittimo tra tutti i toni poetici». Qualunque tono si scelga, comunque, la tecnica che Poe impiega e raccomanda è questa: un “refrain”, una “key-note” che può essere una parola, una frase o un’immagine che sostiene l’atmosfera dell’opera. Ne Il corvo, la parola “Nevermore” ricopre questa funzione, una parola che Poe ha scelto per le sue qualità fonetiche così come per quelle concettuali.

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Poe ritiene che la sua scelta di usare questo “refrain” ne Il corvo sia derivata dal desiderio di riconciliare l’irriflessiva «monotonia dell’esercizio» con le capacità di ragionamento di un personaggio umano. All’inizio aveva considerato di mettere la parola sul becco di un pappagallo, poi ha optato per un Corvo, «l’uccello del malaugurio», così da mantenere il tono malinconico.

 

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5. Determina il tema e la caratterizzazione dell’opera

Qui Poe cita l’esempio della «morte di una bella donna» e aggiunge che «le labbra meglio adatte per questo tema sono quelle di un amante in lutto». Sceglie questi particolari per rappresentare il suo tema, «il più malinconico», la Morte. Contrariamente ai metodi di molti scrittori, Poe muove dall’astratto al concreto, scegliendo personaggi come portavoce di idee.

 

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6. Stabilisci il climax

Ne Il corvo ha «dovuto combinare le due idee, di un amante che si lamenta per la morte del suo amore e un Corvo che ripete di continuo “Nevermore”». Nel metterli insieme ha composto prima la terzultima strofa, permettendo a questa di determinare «il ritmo, il metro e la lunghezza e la composizione generale» di tutto il resto della poesia. Come nella fase di pianificazione, Poe raccomanda che la scrittura «abbia il suo inizio alla fine».

 

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7. Determina l’ambientazione

Sebbene questo aspetto sembri quello più ovvio da dove cominciare, Poe lo tiene alla fine, dopo aver già deciso perché vuole far muovere certi personaggi facendo loro dire certe cose. Solo quando ha chiarito il suo proposito e ampiamente delineato in anticipo come intende raggiungerlo, decide «di collocare l’amante nella sua camera… riccamente arredata». Arrivare a questi dettagli alla fine non significa che siano delle ulteriori riflessioni, ma che sono suggeriti dall’opera che viene prima – o che inevitabilmente derivano da questa. Nel caso de Il corvo, Poe ci dice che per concretizzare il suo schema letterario «uno spazio molto circoscritto è assolutamente necessario per l’effetto di un incidente isolato».

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