Intervista a Nicholas Sparks, ecco come nascono i suoi romanzi

Come leggere un libro

Perché è importante leggere

In cucina con Leonardo da Vinci, cuoco provetto

27 Agosto 1950: morte di Cesare Pavese

Cesare PaveseAntichi locali, alberghi e ristoranti, una volta magnificamente frequentati, come La Meridiana o Il Gran Cairo, trasformati o ‘declassati’. La Meridiana, dov’è ora Galleria San Federico all’incirca, era divenuta un café-chantant non certo di prim’ordine; … ci tornava Cesare Pavese, allora mio scolaro di seconda liceale.

Così ricorda con malinconico disincanto Augusto Monti, il “profe” di Pavese del Corso B del Liceo D’Azeglio, nell’edizione piemontese dell’Unità (25 novembre 1956), rammentando la delusione che provò, tornato da Brescia a Torino nel 1923, nell’osservare il cambiamento della cara e vecchia via Roma e, insieme, nel dar conto delle bizzarre frequentazioni del suo allievo più inquieto e probabilmente più amato.

Pavese, “Ces” per gli amici, oppure “Pave”, era un personaggio a sé stante nella cosiddetta “confraternita del D’Azeglio”: faceva parte del gruppo, ma non era “del gruppo”. Era un “lupo solitario”, spaesato, sempre immerso nei propri pensieri. Talvolta riusciva simpatico e sorprendente per le sue battute che traevano origine dallo spirito piemontese, o, meglio, langarolo, un po’ all’inglese, asciutto per non dire aspro, che caratterizzò anche Beppe Fenoglio. Ma per lo più, la sua viva intelligenza era raramente estroversa, e si isolava nell’ombra, dove prendevano corpo i più cupi fantasmi, le tante ambiguità e insicurezze, i dubbi e i vizi che lo abitavano, e soprattutto il più terribile: il “vizio assurdo” (Davide Lajolo, Il vizio assurdo, Il Saggiatore, Milano 1967). Un vizio da cui solo la morte lo avrebbe liberato, com’è noto dal destino che si diede, evocato nei versi diVerrà la morte e avrà i tuoi occhi, appena dopo aver vinto il Premio Strega, nel 1950, a soli quarantadue anni.

Già verso la fine del 1926 quel “tarlo” si insinuò in lui a causa di un tragico evento: il suicidio del suo compagno di classe Elico Baraldi, del quale Cesare, allora diciottenne, fu tentato di seguire l’esempio. In una lettera all'amico Mario Sturani, datata 9 gennaio 1927, possiamo leggere: «Sono andato una sera di dicembre / per una stradicciuola di campagna / tutta deserta, col tumulto in cuore. / Avevo dietro me una rivoltella. » (Lettere, 1924-1944, acura di Lorenzo Mondo, Einaudi, Torino 1966).

Ma fin dal 1925 il suo spirito senza pace aveva subito un duro colpo: era stato travolto dal fallimento sentimentale con una ragazza, forse la prima che aveva cercato di avvicinare. Un fatto, questo, che può capitare normalmente quando si è ragazzi, ma che Cesare aveva vissuto come un drammatico fallimento.

La ragazza si chiamava “Pucci”, un vezzeggiativo di sapore piemontese, e Pavese l’aveva conosciuta proprio al café-chantant La Meridiana, dove faceva la ballerina di fila nella compagnia di Isa Bluette. Da ciò che riferisce il suo compagno di liceo e grande amico Tullio Pinelli, notissimo sceneggiatore cinematografico che accomunò il proprio nome a registi d’eccezione come Federico Fellini, si trattava probabilmente del suo primo amore (Cesare Pavese. Ritratto, film di Andrea Icardi, presentato dalla Fondazione Cesare Pavese in occasione del centenario della nascita dello scrittore nel 2008, e ora visibile).

Ragazze come questa “Pucci”, insieme un po’ soubrette e un po’ cocotte (ma ignoro, in realtà, se lei lo fosse), abbondavano nel mondo della rivista, e mentre altri intellettuali le avrebbero disdegnate,  Cesare ne rimaneva affascinato. Lo dimostra anche la successiva passione per Milly, al secolo Carla Mignone, donna, però, questa, che fu artista di classe, della quale è nota la relazione non con il povero ed infelice Pavese, bensì con il bel principe Umberto di Savoia.

Nulla, comunque, Cesare era capace di prendere con leggerezza. Anche l’ambiente più frivolo a quell’epoca, anche il sottobosco culturale, per lui era terreno di scoperta. Ne dà conferma Norberto Bobbio, anche lui della “confraternita del D’Azeglio”, in una intervista raccolta da Alberto Papuzzi nell’aprile 2001 sotto il titolo “La musica nella testa”, quando racconta che una sera Pavese, invitato a casa sua, si esibì in uno studio serioso dei testi dell’allora fecondissima coppia Ripp (Luigi Miaglia) e Bel Amì (Anacleto Francini: vi dice nulla la canzone Creola?), che lavorava non soltanto per Isa Bluette, ma pure per Erminio Macario e per l’ineguagliabile Totò.

Insomma: Cesare non si rilassava mai, non si dava tregua, nemmeno quando gli amici se la ridevano beatamente.

E non si “prese svago” neanche con “Pucci”, che pure non gli faceva molto caso, a quanto si evince dal ricordo di quell’appuntamento, distrattamente fissato alle 18 e altrettanto distrattamente mancato, che gli costò una brutta pleurite e un’assenza da scuola di tre mesi.

A questo triste episodio sono dedicati alcuni splendidi versi di Francesco De Gregori, contenuti nella canzone cult Alice, del 1997:  

 

E Cesare perduto nella pioggia

sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina,

e rimane lì

a bagnarsi ancora un po’,

e il tram di mezzanotte se ne va,

ma tutto questo Alice non lo sa.

 

Sì, tutto questo Alice non lo sa: è qualcosa che non può appartenere alla fantasia onirica di una bambina, fatta di meraviglie e di stupori, ma che invece appartiene alla realtà di un uomo solo e  disperato, quale fu nella sua vita fin da giovane uno scrittore come Cesare Pavese, poi tanto amato...

Il tuo voto: Nessuno Media: 4.9 (29 voti)
Tag:

Commenti

Molto interessante. Come Alice, anche io ignoravo... che il Cesare della canzone di De Gregori fosse Pavese. Grazie per avermelo fatto sapere e grazie per i momenti piacevoli passati a leggere questo arguto e interessantissimo articolo.

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Se il codice inserito non è corretto, viene segnalato un errore (box rosso). Se il codice inserito è corretto e il tuo commento viene segnalato lo stesso come spam non ti preoccupare, non riscriverlo; la redazione lo pubblicherà al più presto.

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.