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#25N Giornata contro la violenza sulle donne: la parola agli scrittori

Giornata contro la violenza sulle donneSì, la Giornata contro la violenza sulle donne! Come molti, vorremmo che non ci fosse bisogno di una Giornata internazionale per esprimere il disappunto contro la violenza sulle donne. Il rischio di giornate come queste è di ridurre le “donne” a soggetti astratti, dimenticandoci che dietro ogni donna ci sono una lavoratrice, la nostra collega, superiore o collaboratrice, nostra madre, sorella, moglie, compagna, cugina… per ogni donna vittima di violenza, tutto il mondo dovrebbe tremare per l’affronto subito.

Abbiamo chiesto a un gruppo di scrittori, giornalisti, intellettuali, di dirci la loro, aprendo, così, un dibattito sul perché una giornata come questa, oggi, può considerarsi importante. Ringraziamo quanti sono intervenuti, offrendo il loro contributo.

Non ci dilunghiamo oltre, e lasciamo parlare direttamente loro.

Roberto Alajmo (scrittore, autore di Arriva la fine del mondo e ancora non sai cosa mettere, Laterza, e Il primo amore non si scorda mai, anche volendo, Mondadori)
Vale la pena sfiorare la retorica. Correre il rischio dell'assuefazione alla retorica perché il silenzio provoca un'assuefazione ancora peggiore.

Antonia Arslan (scrittrice, critica letteraria, autrice di Il calendario dell’Avvento, Piemme)
È un argomento importante, al quale è giusto dare spazio. Non solo, però, per il nostro mondo occidentale, dove la violenza serpeggia ma almeno viene denunciata, bensì per tutto il mondo, per tutti i Paesi dove ancora è la norma considerare la donna una proprietà (magari piacevole!) da tenere per il godimento privato dell'uomo suo padrone, un oggetto sottomesso, soggiogato e possibilmente incolto. Oppure sarà lo Stato a decidere se può avere figli, e quanti...

Silvia Avallone (scrittrice, autrice di Marina Bellezza, Rizzoli) 
Una giornata internazionale contro la violenza sulle donne non basta, ma è giusto che ci sia perché il problema non solo esiste, ma i delitti contro le donne si stanno moltiplicando a ritmo esponenziale. È una sfida enorme: sul piano delle leggi, e su quello culturale. La violenza contro le donne non ha confini, e ha molte declinazioni: fisica, domestica, culturale, sociale. Avviene all’interno delle famiglie, sui luoghi di lavoro, per strada. È ovunque, è quotidiana, comincia dall’infanzia. Quella che non possiamo rimandare è una vera e propria rivoluzione culturale, che coinvolga donne e uomini. Ricordando le battaglie che sono state fatte, e affrontandone di nuove. Con tenacia, con ostinazione, partendo dalle scuole e dalle nostre famiglie. Sconfiggendo anzitutto l’indifferenza, riappropriandoci del significato profondo delle parole “coraggio” e “solidarietà”.

Remo Bassini (giornalista, scrittore, autore di Vicolo del precipizio, Perdisa Pop)
Non ho mai creduto alle cosiddette "giornate". La violenza sulle donne è un grande problema che, con altri, va affrontato tutti i giorni. Anni fa, come giornalista, ho seguito il caso di tre donne che subivano minacce da parte di una persona disturbata. Le intervistai, in forma anonima. A un certo punto una di loro tirò fuori dalla borsa una coltello a serramanico. Disse: «Sono sola, devo difendermi». Io penso che bisogna fare in modo che nessuna donna che subisce violenza debba sentirsi sola, mai.

Violetta Bellocchio (giornalista, scrittrice, autrice di Sono io che me ne vado, cura la rubrica Donne e Web per Grazia e la rubrica Decoder per E – il mensile di Emergency, collabora a D – la Repubblica delle donne)
Una giornata annuale dedicata al dichiararsi "contro" la violenza sulle donne non risolve niente. Questo lo sappiamo. Ma se questa giornata non ci fosse, se ne parlerebbe ancora di meno, ancora meno spesso, in modo ancora meno informato. Prendiamolo come un buon inizio, e speriamo che strada facendo il bisogno di "giornate a tema" sia meno drammatico.

Fabrizio Centofanti (sacerdore, curatore de La poesia e lo spirito)
Nell'antichità si pensava che la donna fosse un maschio incompleto, menomato: non le era cresciuto il pene, non le si erano sviluppati i muscoli, non le erano spuntati i peli, e via sottraendo. L'uomo, l'essere completo, le era dunque in tutto superiore. Questo significa che aveva il diritto di dominarla. In effetti, il dominio sull'altro – più debole – allora era la prassi. Ciò giustificava la pratica della pederastia: l'uomo maturo poteva, in cambio della trasmissione della sua esperienza e delle sue competenze, godere dei favori sessuali dell'adolescente, il quale, come sopra, difettava nei muscoli, nei peli e via menomando.
Il problema della violenza sulle donne si inscrive in questo quadro antico come il mondo. Nel 1994, uscì un libro dal titolo significativo: O si domina o si è dominati. Una sintesi perfetta del male ancestrale, della legge della giungla che ancora oggi, sotto una leggera patina di cosiddetta civiltà, costituisce il tessuto delle relazioni umane.
La soluzione al problema l'ha offerta Gesù di Nazaret, duemila anni or sono: si chiama fraternità, senza la quale la libertà diventa arbitrio del più forte e l'uguaglianza si traduce in dittatura. Le donne sono le vittime abituali della pseudo cultura barbarica: è arrivato il momento di cambiare direzione. In ebraico questo movimento contrario si definisce shub: quando il pastore si accorge che non sta andando verso l'oasi, e che dunque il gregge rischia di morire, inverte la marcia, fa una conversione (la metanoia greca), e comincia a prendere finalmente la strada giusta. Non bastano le leggi, ci vuole un cambio di mentalità. Bisogna uscire dall'età della pietra.

Rita Charbonnier (scrittrice, autrice di Le due vite di Elsa, Piemme)
Questa giornata nasce sull’onda di una serie di lutti, veramente, e non per finta come nel caso dell’8 marzo. Forse nell’inconsapevole intento di trovare una giustificazione alla celebrazione delle conquiste delle donne, e alla necessità di fare il punto su quanto dev’essere ancora conquistato, qualcuno inventò una fabbrica americana nella quale oltre 100 operaie disobbedienti sarebbero state arse vive. Anche questa è una testimonianza della cultura patriarcale nella quale siamo immersi: come ti permetti di ritagliarti una giornata per riflettere sulla tua condizione? Chi ti credi di essere? «Be’, ma c’è stato il rogo della fabbrica Cotton!» Ah, allora sì. Se c’è un torto simbolico da rivendicare, hai il permesso.
Qui il torto è tutt’altro che simbolico e prova come per troppi uomini sia tuttora inconcepibile che una donna possa decidere di non avere (più) a che fare con loro. In un caso del genere sono stata una vittima di stalking. Ho ricevuto minacce, telefonate nel cuore della notte, sono stata seguita per la strada. Non ho sporto denuncia perché il fenomeno è durato poco (e la legge sullo stalking ancora non c’era), ma so quanto sia spaventoso subire una persecuzione. E umanamente comprendo coloro che, per paura, rinunciano ad opporvisi, o magari si accontentano di un’attenzione malata, preferendola alla mancanza di attenzione. «Tanto prima o poi si calma, capisce, gli passa». E invece troppe volte non accade.
Parliamone, quindi; riflettiamo sulla nostra nozione di rispetto, per noi e per l’altro; cerchiamo di agire sull’immaginario, che struttura il pensiero e i comportamenti, anche i nostri, anche se non ce ne accorgiamo; osserviamo i modelli di maschile e femminile che ci vengono proposti, denunciamo quelli scorretti o degradanti; e facciamo molta attenzione al linguaggio che utilizziamo. Oggi, e gli altri 364 giorni dell’anno.

Giovanni Cocco (scrittore, finalista Premio Campiello 2013, con La caduta, Nutrimenti)
La violenza sulle donne ha assunto, nel nostro Paese, dimensioni senza precedenti.
La novità degli ultimi anni consiste nel fatto che i media hanno cominciato a denunciare questo stato di cose.
Non ho le capacità né le competenze per fare un esame del problema.
Mi limito ad osservare che, come è stato detto da più parti, si tratta soprattutto di un problema culturale.
Di mentalità, per l’appunto.
Vorrei contribuire alla discussione con una riflessione che vuole partire dall’esame del pregiudizio principale nato intorno alla questione femminile.
Riporto la mia esperienza personale, quella di un cittadino italiano maschio adulto cresciuto in un contesto sociale senza problemi evidenti, con alle spalle un’istruzione media.
Esiste un concetto che può sintetizzare il mio punto di vista in materia e può essere riassunto in questo modo.
Non esiste alcun tipo di esperienza pregressa nei confronti dell’universo femminile, nessuna storia andata a male, nessun incidente di percorso, nessuna “persona più cattiva del mondo” o “ma tu non sai cosa quella persona è stata capace di farmi”, nessuna provocazione di qualunque tipo che, per quanto dolorosa o meschina o abbietta, possa giustificare la condanna di un intero genere, quello femminile.
Va da sé che ogni atto o forma di violenza, fisica o psicologica, perpetrata a qualunque titolo nei confronti di una persona dell’altro sesso è da condannare nella maniera più netta. In questo ambito non può e non dovrebbero essere ammessi concetti come quelli di “provocazione” o “l’ho fatto per ritorsione”. Nessuna giustificazione è ammessa. Esistono gli uomini ed esistono le bestie. E chi accetta anche solo a parole, o con un battuta (la più frequente e bigotta è quel sottinteso che viene spesso evocato “ma hai visto come era vestita / come si comportava?”) una qualunque forma di sopraffazione nei confronti di una persona dell’altro sesso si rende complice dell’attuale stato delle cose.
Fino a quando un maschio adulto X che voglia definirsi tale (adulto, non maschio) non sarà in grado di formulare e farsi carico di una tale consapevolezza non sarà possibile affrontare la questione.
Da questa consapevolezza non può che discendere tutta una serie di altre considerazioni.

Claudia De Lillo (aka Elasti, blogger e giornalista per D di Repubblica)
La violenza sulle donne è una piaga, è un problema delle donne ma soprattutto è anche, e prima, un enorme problema degli uomini. Credo che dedicare dei momenti di riflessione, di confronto e di sensibilizzazione su un problema subdolo e capillare di cui il femminicidio è solo la manifestazione più efferata ma non la più rappresentativa possa aiutare a conoscerlo e a riconoscerlo, possa aiutare vittime e carnefici a uscire dall'ombra, nella consapevolezza che smettere è possibile, possa insegnare a tutti noi, uomini, donne e bambini, le parole giuste per parlarne. E sono convinta che possedere le parole per raccontare, per denunciare, per chiedere aiuto sia un passo fondamentale per combattere la violenza.

Paolo Di Paolo (scrittore, finalista Premio Strega 2013 con Mandami tanta vita, Feltrinelli)
Finché assisteremo a episodi di violenza contro le donne, non basterà solo una giornata all'anno per parlarne. Ma una giornata serve comunque, soprattutto a ricordarci che la grande sfida non è solo quella di arginare e punire la violenza nel presente, ma educare gli uomini del futuro – i bambini e i giovani di oggi – a eliminarla dal proprio orizzonte.

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Loredana Lipperini (giornalista, scrittrice, autrice di Non è un paese per vecchie, Feltrinelli, e Morti di fama, Corbaccio)
Le giornate commemorative sono certo importanti ma comportano un rischio: quello di concentrarsi solo sul rito e di trasformarlo in brand, in "ci sono anche io". Giusto impegnarsi il 25 novembre. Ma è del 26, del 27, del 28 e così via che occorre parlare.

Valerio Magrelli (scrittore, finalista Premio Campiello 2013 e vincitore SuperMondello 2013, con Geologia di un padre, Einaudi)
Il secolo della Shoah e della bomba atomica ha tuttavia coinciso con alcune conquiste fondamentali. Pensa alla scoperta della psicanalisi, degli psicofarmaci e dell’anestesia. Fondamentale, poi, l’invenzione dei contraccettivi, che, separando il piacere dalla procreazione, hanno trasformato il genitore in soggetto consapevole e responsabile. Su un altro piano colloco la “scoperta” della dignità infantile, omosessuale e femminile.
Il bambino, il gay, la donna, hanno ormai acquisito, almeno sulla carta di molti Stati, un diritto uguale a quello dell’uomo eterosessuale adulto. Infine, vorrei ricordare le campagne italiane per il divorzio e l’aborto. Certo, occorre ancora battersi per il diritto all’eutanasia, ma intanto facciamo in modo di non dimenticare che, solo fino a poco tempo fa (e purtroppo ancora oggi in troppo culture arcaiche), era normale considerare la donna come un essere inferiore, talvolta subumano, comunque gregario e sottoposto all’imperscrutabile volere del dio-maschio.

Andrea Melone (scrittore, autore di Giardini di loto, Gaffi)
Ogni iniziativa o ricorrenza che si opponga o contraddica il segno e lo statuto della violenza è un monito al quale non voglio, non devo, non posso essere sordo. Ogni violenza è violazione del patto naturale – che sia iscritto su due tavole o nel nostro più intimo recesso –, il cui effetto precipuo è la pace (ricordo che pax è termine correlato al verbo pacisci, cioè pattuire, e ha radici indoeuropee che denotano l'azione di conficcare, fissare saldamente). L'infrazione di questo accordo attutisce la qualità di uomo e di civis.
Questa particolare violenza, quella di genere contro le donne, ha tali profondissime implicazioni storiche, antropologiche, psicanalitiche che riflettere su di essa diventa un atto individuale e collettivo di autocoscienza.
La questione che mi pongo è: come opero io, uomo e civis, per oppormi alla violenza, all'ingiustizia, al sopruso che vedo, che conosco? Qui si chiarisce la mia nullità: questi argomenti giganteschi, che concernono la sofferenza di milioni di donne, definiscono e misurano con micidiale esattezza la pochezza dell'impegno che profondiamo.

Romana Petri (scrittrice, finalista Premio Strega 2013, con Figli dello stesso padre, Longanesi)
Di giornate improntate alla pace ce ne sono state tante nel mondo. è una necessità giusta, un desiderio dettato dall'entusiasmo da parte di anime che conoscono la solidarietà, il rispetto e la dignità umana. Come tutte le cose "alte", però, sono recepite solo da chi ha già ben chiari questi concetti. La speranza è che perseverando ci siano anche altre persone che possano sensibilizzarsi a queste carenze umane verso i più deboli, che siano donne, animali, vecchi, bambini, immigrati etc. etc. Fino ad oggi non è stato così. Invito tutti a leggere i magnifici saggi dello psichiatra Eugenio Borgna, che su questi argomenti illuminano e fanno intravedere la luce, contrario di oscurità, contro ogni forma di tenebra.

Laura Pugno (scrittrice, autrice di Antartide, minimum fax, e La caccia, Ponte alle Grazie)
Davvero dobbiamo farci questa domanda? Quello che sta accadendo, continua ad accadere, non smette di accadere alle donne – oggi, in Italia, nel mondo – non è evidente? Non è sotto i nostri occhi? E dunque, se non ora, quando?

Matteo Righetto (ideatore di Scuola Twain, scrittore, autore di La pelle dell’orso e Il momento del distacco, entrambi editi da Guanda)
È sufficiente dare un'occhiata alle statistiche per renderci conto di quanto sia importante una giornata come questa.
Affinché tale forma di violenza (così come la violenza contro gli anziani, contro i bambini, contro i disabili e contro ogni soggetto cosiddetto "debole") venga finalmente debellata, bisogna ripartire dalle scuole e fare un profondo e duro lavoro di educazione sociale e culturale a cominciare proprio dalla prima infanzia e rivolgendosi soprattutto ai "fiocchi azzurri", vale a dire i maschi adulti del futuro. A dirla tutta però, temo siano ben pochi quelli che hanno l'onestà intellettuale di affermare che ciò che per noi costituisce un problema sociale, in altri Paesi è addirittura una sorta di male incurabile di massa, radicato e moralmente accettato nella cultura antropologica di molte società dominate da una religiosità abominevole. Bisogna che tutti lottiamo contro la violenza sulle donne e in favore del riconoscimento dei diritti in generale, tuttavia credo che farlo nell'Era della globalizzazione debba significare anzitutto avere il coraggio di alzare lo sguardo dal nostro ombelico e iniziare a comunicare questa nostra lotta al mondo intero, coltivando così un briciolo di speranza per quelle decine di milioni (decine di milioni!) di bambine, ragazzine e donne che nei loro Paesi, a differenza dei nostri, non hanno a disposizione né voce, né piazze, né web. Poiché il futuro del mondo non è nelle nostre mani, bensì proprio nelle mani di quelle bambine.

Fabio Stassi (scrittore, finalista Premio Campiello 2013, con L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio)
Io non so che valore possa avere quello che si dice, in questi casi, le dichiarazioni o gli appelli; credo conti mantenere da parte di tutti una silenziosa attenzione e affermare sempre il proprio rifiuto dell'odio, della violenza e di tutte le forme sbagliate che governano le relazioni umane, in particolare le relazioni tra uomini e donne. Per me, le mani delle donne sono sacre perché nella mia famiglia trattenevano le storie. Tutte le storie passavano dalle loro mani e le loro mani le custodivano, le restituivano e le consegnavano agli altri. Per questo, ogni volta che una donna subisce una violenza è come se ci spezzassero le mani.

Cristina Tizian (editor agent Editing&Agency)
È sempre fondamentale tenere alta l'attenzione verso questo tema che affonda le proprie radici in una cultura sbagliata. Credo che per tentare di cambiare sia necessario intraprendere un percorso condiviso tra uomini e donne e che quindi la giornata internazionale contro la violenza sulle donne potrebbe essere per molti o l'inizio o un'occasione in più di dialogo.

Veronica Tomassini (scrittrice, autrice di Sangue di cane, Laurana editore)
Non credo molto alle giornate intitolate, forse sarò impopolare, non credo abbiano la portata di un deterrente. Però vorrei tanto ricredermi, se questo debba servire perché lo stalking (qualsiasi espressione di persecuzione) venga perseguito in tempi rapidi, certi, con pene altrettanto certe e severe. Se questo possa servire perché una donna sia salvata prima, sarei ben felice di ricredermi. Sono molto arrabbiata, oggi più che mai, sì persino oggi che lo stalking è stato riconosciuto finalmente un reato, perché ho la sensazione che gli uomini odiano di più, ci odiano di più, fino alla morte.

 

Importante, anzi, necessaria la Giornata contro la violenza sulle donne.

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