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100 anni di Jorge Amado (1912-2012)

Jorge AmadoÈ lo scrittore brasiliano più noto e tradotto nel mondo e, quando la fama di un autore sopravanza quella dei suoi colleghi connazionali al punto da rappresentarli abusivamente un po’ tutti, finisce fatalmente per attirare qualche critica o almeno dei piccoli storcimenti di naso. Non lo diceva anche André Gide che, “purtroppo”, il più grande tra i francesi era Victor Hugo? Ma il 10 agosto Jorge Amado avrebbe compiuto cent’anni e per la ricorrenza i brasiliani non hanno esitato a riscoprire un autore che non avevano mai dimenticato. Gli stanno infatti dedicando mostre, dibattiti, festival letterari e, come non poteva essere altrimenti, altre lunghe telenovelas che, dando tanta carne e un po’ di ossa ai suoi personaggi, li introducono in salotti e baracche, quartieri bene e favelas di tutto il Brasile alfabetizzato e non.
 
È vero, il tesoro della letteratura brasiliana del ‘900 è molto più ricco di quanto uno scrittore, pur prolifico e longevo, possa riuscire a contenere; ed è vero anche che il Brasile di Amado qualche volta è proprio quel “Paese tropicale benedetto da Dio e bello di natura” che il lettore europeo si aspetta di trovare, subliminalmente preparato da tutto un repertorio di canzoni e input pubblicitari. Eppure una certa idea di Amado starebbe stretta allo stesso Amado, e una lettura o rilettura dei suoi testi può ancora sorprendere coloro che amano il contatto con le opere reali e non con la vulgata dei mercati editoriali. A cominciare da quel primo romanzo, Il paese del carnevale, scritto nel 1930, a diciotto anni, in cui il carnevale è visto con gli occhi distaccati ma non sempre indolenti del giovane Paulo Rigger, appena rientrato da Parigi, e diventa il simbolo perfetto di una nazione che già sognava di scalare la classifica delle grandi, ma tradiva un trasformismo atavico che dalle nostre parti, qualche anno dopo, si sarebbe detto, con un’altra metafora letteraria, “gattopardismo”.
 
Seguiranno libri che pionieristicamente introdurranno il realismo sociale nella letteratura di lingua portoghese, come Cacao o Capitani della spiaggia, fino alla svolta magico-erotico-esotico-tropicalista di alcuni dei suoi titoli più famosi (ma le grandi periodizzazioni vanno bene solo per le “storie universali”, e in letteratura si tratta sempre e soltanto di storie particolari). In Gabriella, garofano e cannella (1958) o in Dona Flor e i suoi due mariti (1966) l’erotismo può assumere forme di vita quasi aliena che si impossessa dei corpi con un furore persino angoscioso. Anche in questo caso parliamo di romanzi destinati a diventare evidenti modelli di scrittura. Lo stereotipo – bello o brutto, giusto o sbagliato che sia – dell’esuberanza barocca nella letteratura latinoamericana discenderebbe anche da lì. Perché con Amado cambiò il vento dell’influenza letteraria: gli europei (certo, soprattutto i portoghesi) guarderanno per la prima volta ai brasiliani come autori da imitare. Ciò varrà anche per la posteriore narrativa lusoafricana, dove realismo, razionalismo e verosimiglianza “occidentali” devono forse fare più spesso i conti con la forza ottenebrante di eros, natura e morte esposte al quadrato (per quanto la cosa possa a sua volta puzzare di preconcetto “bianco”), oltre che con un retroterra antropologico fatto di teorie del mondo che si sovrappongono ma, al contrario dei procedimenti logico-scientifici di stampo popperiano, non si annullano.
 
Jorge Amado con Eugenio MontaleAnche quando i suoi affollatissimi universi narrativi rischiano la ripetitività o il luogo comune sui sessi e sui “colori uniti” di un Brasile meticcio (più volentieri scisso in due sole razze: chi si sposa e chi no), Amado resta grande affabulatore e abilissimo manipolatore di vocaboli, stili e registri, dotato di un tocco cui non sfuggono neanche i libri meno noti. Si veda, per esempio, Alte uniformi e camicie da notte, che racconta la congiura buona di un pugno di intellettuali liberali contro l’elezione di un nazista all’Accademia Brasiliana delle Lettere, durante la dittatura di Getúlio Vargas. Quel che in fondo vi si narra è il conflitto fra due tipi di conformismo, ma con un occhio di riguardo verso il diversamente pernicioso conformismo belletristico, capace ancora di qualche inspiegabile gesto davvero controcorrente.
 
I turchi alla scoperta dell’America, invece, è una novelletta ambientata nel mondo dell’immigrazione mediorientale. Fu scritta su commissione per una grossa azienda statale italiana, che voleva così commemorare i 500 anni del viaggio di Colombo. Ma era il 1992 e una storica inchiesta della magistratura milanese (c’era di mezzo un altro Colombo) ne ritardò l’uscita, mentre il presidente committente si suicidava in carcere. Il racconto che ne fa Amado in poche righe di prefazione catapulta l’Italia di quegli anni nel suo personale universo narrativo e, per un attimo, Tangentopoli sembra una lontana provincia di traffichini nordestini.
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