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10 modi per farsi odiare dalle Agenzie Letterarie

10 modi per farsi odiare dalle Agenzie LetterarieLe agenzie letterarie e le case editrici sono concordi su un fenomeno: il numero degli aspiranti scrittori sta vertiginosamente aumentando. Parimenti aumenta la quantità di persone che cerca un contatto diretto con gli addetti ai lavori. L’editoria è costituita di relazioni che possono determinare la fortuna o l’oblio di un inedito. Mi confronto con colleghi dall’inizio della mia attività lavorativa, in particolare con altri cinque agenti letterari lo scambio di opinioni è frequente. Così negli ultimi mesi ho provato a osservare con attenzione i comportamenti degli aspiranti scrittori e a confrontarmi su questo. Ho individuato dieci voragini che le agenzie letterarie temono, perché, che si creda o meno, finiscono sempre per complicare la serenità di un agente letterario.

L’aspirante scrittore, eccetto rari casi, è impaziente o ansioso o soffre di egotismo o un ibrido fra le tre forme.

 

1- Far diventare l’inedito consegnato a un agente letterario questione di vita o di morte

I tempi editoriali sono sovente biblici e lo sono sempre più. Dal momento in cui si consegna un inedito a un agente letterario e si percepiscono i primi soldi sui diritti d’autore possono passare tre/quattro anni. I conti sono presto fatti. I tentativi di un agente letterario per convincere un editore si sviluppano nel tempo, si bussa a una porta e poi magari si chiude per tanti motivi, così si prova con altre porte. Talvolta trascorrono solo pochi mesi, altre volte alcuni anni, poi tra la firma del contratto e la pubblicazione può servire anche un anno di tempo (lavoro sulle bozze, grafica, impaginazione, verifica finale di redazione, ecc). Infine il conteggio economico sui diritti d’autore avviene almeno un anno dopo la pubblicazione da parte della casa editrice.

Traduzione: la vita di un agente letterario non può e non deve dipendere da uno svitato.  

 

2- Tempestare di telefonate l’agenzia letteraria per avere aggiornamenti

Se vi sono aggiornamenti ufficiali, l’agente letterario ha tutto l’interesse di comunicarli. Se invece i passi in avanti sono modesti o precari, forse non è il caso di sapere tutto, perché l’aspirante scrittore si fa inutili illusioni. Pochi mesi fa avevo avuto un quasi sì da una nota casa editrice per un inedito e ho spiegato il fatto al mio cliente con tutte le precauzioni del caso. Non c’è stato nulla da fare, mi telefonava e scriveva ogni giorno (ogni giorno!) per sapere se ci fossero novità, sempre più ansioso, sempre più isterico (“Loro devono”, riferito alla casa editrice; “Non capiscono il mio talento”, mi diceva). L’esasperazione ha portato alla rottura del contratto di rappresentanza e ho comunicato alla casa editrice di interrompere la trattativa.  

Traduzione: un’agenzia letteraria non ha solo il vostro inedito da considerare e se continua a rispondere alle vostre telefonate o alle vostre mail rallenta anche il lavoro che vi riguarda.

 

3- Impietosire l’agente letterario per ottenere più attenzione

Purtroppo in ogni famiglia vi sono situazioni difficili: malattie gravi, morti, licenziamenti, divorzi, ecc. Raccontare nella mail di presentazione tutte le vostre disgrazie serve soltanto a indisporre da subito un agente letterario, a lui/lei serve un TESTO, di fronte a un editor le vicissitudini delle vostre vite non hanno alcun valore.

Traduzione: non è cinismo, è professionalità, comportatevi da persone serie e pensate al motivo per il quale state contattando un’agenzia letteraria.

 

4- Parlare male delle altre agenzie letterarie

Il mondo è piccolo. Fra colleghi ci si parla. Un aspirante scrittore che passa di agenzia in agenzia senza ottenere risultati è sempre riferibile all’incompetenza di un agente? A volte sì, ma nella maggior parte dei casi no.

Traduzione: se vi relazionate con le agenzie letterarie e combinate di continuo guai, state certi che si verrà a sapere.

 

5- Ottenere la rappresentanza e contattare poi direttamente la casa editrice

“Un passo in avanti lo abbiamo fatto, l’editor di X sta leggendo il tuo romanzo”, dice l’agente letterario all’aspirante scrittore. “Ottimo! Sono felice”. Dopo poco tempo l’editor di X chiama l’agente letterario: “Senti, Morgan, mi ha chiamato un tuo cliente…”

Non c’è nulla di più detestabile, si saltano i ruoli, si creano disequilibri, si mette in difficoltà l’agente letterario, con la conseguenza che l’editor odora già puzza di bruciato e spesso boccia l’inedito.

Traduzione: la prudenza non è mai troppa, se confondete già i ruoli e le responsabilità all’inizio del percorso, come possono l’agente letterario e la casa editrice fidarsi di voi per una collaborazione futura?

 

6- Non rispettare le condizioni poste dall’agenzia letteraria

Capisco la fantasia, ma se un’agenzia letteraria pone delle condizioni precise per l’invio di un inedito è perché reputa che tale modalità sia efficace per gestire meglio il lavoro, perché volete fare di testa vostra? L’anarchia non aiuta mai. Se la Rappresentanza di Sul Romanzo Agenzia Letteraria vi chiede di titolare il file in una certa maniera, perché mettete una frase a effetto tratta dallo Zibaldone di Leopardi?

Traduzione: avrete modo in seguito di dimostrare la vostra creatività, ora contano le condizioni richieste.

 

7- Ribadire in ogni scambio di mail o telefonico il vostro talento

Il talento è un argomento complesso nella letteratura e quasi sempre chi parla del proprio talento non lo possiede. Un agente letterario è del tutto disinteressato al vostro talento, perché? Perché non è un argomento che serve in sede di discussione con un editor di una casa editrice, sono altri i temi che portano alla pubblicazione. E, per chiarezza, il talento assume forme a volte nascoste in una prima fase, nascoste all’agente, alla casa editrice e allo scrittore esordiente stesso.

Traduzione: dimenticate parole come “talento”, “genialità” o amenità simili, siate umili.

 

8- Vantarsi di tutti i premi letterari che avete già vinto con la vostra scrittura

I premi letterari in Italia sono tanti, il 99% di questi non vale nulla perché non incide sulle vendite e perché i filtri di selezione sono poco trasparenti o tenuti da finti competenti. Se avete vinto il Premio Letterario Mozzarella 2012 o il Premio Letterario IO Scrivo Che TU Scrivi 2011, pensate davvero di impressionare un’agenzia letteraria? Chiedetevelo con serietà.

Traduzione: parlate dei premi soltanto se vi viene chiesto un cv letterario, soltanto se l’agente si interessa ai contorni oltre il testo che avete consegnato.

 

9- Fare gli spacconi e/o gli arroganti dopo averlo nascosto in una prima fase

Quando gli scrittori esordienti si presentano troppo umili, troppo accondiscendenti, troppo prudenti, l’agenzia letteraria già sa che arriveranno dopo i problemi. Un classico. Iniziare un rapporto professionale con tutte le tecniche di comunicazione (lo specchio del PNL, soltanto per citare un esempio), per poi diventare esattamente ciò che siete: spacconi e/o arroganti. Il carattere delle persone rovina tanti rapporti, anche con le agenzie letterarie, le quali desiderano relazionarsi con gli scrittori esordienti in un clima di serenità lavorativa, oltre che nutrito di buona educazione.

Traduzione: se siete spacconi e/o arroganti lo potete nascondere per un po’, ma emergerà, questo è sicuro.

 

10- Ostentare ironia e autoironia con insistenza

Fra i peggiori clienti delle agenzie letterarie, sono quelli che in un secondo momento diventano più polemici. A volte non c’è nulla da ridere, ci sono cose serie di cui parlare: editor, contratti, diritti d’autore, tempi biblici editoriali, strategie. Basterebbe capire che a un funerale non si ride o che di fronte alla situazione di un licenziamento non si ride, c’è sempre un momento per ridere e un altro per non ridere, anche con gli agenti letterari ridere è bello, ma non sempre. Se pensate che Striscia La Notizia sia il vostro mito, cioè risatine e risate di continuo, pensate anche che magari un’agenzia letteraria potrebbe avere un approccio differente.

Traduzione: sapere ridere nei momenti opportuni è sinonimo di intelligenza.

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Commenti

Palmas, ma hai davvero tanta di questa gente qui? Però hai ragione. La maggior parte di aspiranti è così. Così ci si fa odiare anche dagli editori, che hanno adottato le precauzioni necessarie. No risposta entro limite,no pubblicazione.

Saluti,

Car

Chi scrive per un rapido ed imperituro successo, convinto di essere un genio, talora ha dei sintomi di frustrazione significativi,
Talora questa frustrazione produce reazioni positive e costruttive, talaltra finisce per impedire all'autore di una storia, di un romanzo, di capire quale sia il suo limite. E non essere consci del proprio livello, spesso ovviamente basso, impedisce ogni tentativo di miglioramento. Quindi nessun riesame complessivo dello scritto, nessuna rielaborazione dell'idea di fondo che dovrebbe giustificare un lavoro letterario.
Il mio amato ed odiato professore di lettere del liceo diceva ( con un poco di sadismo compiaciuto ) che lo studio sia calli al culo e vomito di sangue. Scrivere un romanzo che non sia banalmente di genere ( questo è un altro dei problemi della produzione letteraria) costa fatica, attenzione, spesso sofferenza. E soffrire per la propria opera spesso la migliora. Esserne vanamente soddisfatti mette a rischio di orribili delusioni. Si ricorre allora agli editori a pagamento che se non tutto quasi tutto stampano in poche copie deludendo ancor di più l'autore.
Colui che si ritiene in grado di scrivere una storia che non sia un banale esercizio di artigianalità ma che voglia essere qualcosa che emozioni, costringa a pensare, appassioni o al contrario crei contrarietà, discussioni, ostilità persino, dovrebbe lavorare al suo testo pensando che sia solo per se stesso. Ma per farlo occorre l'umiltà di chi conosca la sua intrinseca incapacità affinché , grazie a questa autocoscienza, la messa in dubbio, la correzione, l'affinamento producano qualcosa di valido. E poi, finalmente, avere l'umiltà di sottoporsi al giudizio di un editor.
E qui si apre un discorso infinito sul rapporto tra il professionista editoriale ed il produttore del testo. Forse ne farò cenno in un prossimo futuro.

Palmas, scusami per il commento di poco fa. Non credevo che un pizzico di sincerità ti disturbasse.

Carmelo, vedo solo ora questi tuoi commenti, mi scusi. La schiettezza è sempre accolta con piacere dal sottoscritto. Un saluto.

Come può/puoi vedere dal commento precedente, non so se utilizzare il tu o il lei. Sorriso, grazie.

E' uno schifo generale, ma ancora più schifo trattare la propria professione in questo modo Catalogare la gente che si rivolge a voi è una cosa disgustosa. Se non ci fossero autori voi non esistereste Sentire di parlare di professionalità da chi l'ha gettata e schiacciata sotto i piedi...ma per favore, ma chi vi credete di essere?
E' intelligente chi non ride sempre, ha più possibilità chi non telefona mai..ma fottiti. L'educazione e quella stupidata dei tempi biblici. Un autore sta anni dietro ad un ufficio come il vostro? Supponi che sia un idiota, ma chi lo ha stabilito che uno scrittore deve essere educato, non ridacchiare, non telefonare sempre, non essere spaccone..Ma un autore non è forse una persona come tutte le altre??
Ci può essere un grande genio in uno che giudichi un cretino che ti credi? Ce lo insegna la storia.
A Edison tutti davano dell'imbecille perché era solitario, aveva delle grandi orecchie a sventola era introverso. Quando è morto l'America ha spento per 1 minuto tutte le luci in suo onore...Chi vuole intendere, intenda.

Grazie per il commento, ma mi permetto di non rispondere. Per un semplice motivo: certi toni e certe parole le usi per favore con serenità a casa sua, non qui, che non è casa sua.

Anonimo: complimenti, non potevi confermare meglio in così poche righe la tesi questo articolo. :)

Infatti Edison poi si è arrangiato. Se al precedente Anonimo non sta bene, può sempre cercare di pubblicarsi da sé, se è un genio o un talentuoso che problema c'è?
La storia insegna anche che chi è arrogante poi deve dimostrare di potersi permettere quest'arroganza, facendo da sé.

Il mio nome invece lo metto, dal momento che non mi nascondo dietro l'anonimato per esprimere un parere. Detto questo, arroganza o educazione non dissimulano un talento. Ovvero, se Anonimo fosse stato veramente un genio, il novello Eco piuttosto che il prossimo premio Nobel, a dispetto del suo caratterino sarebbe stato comunque seguito e pubblicato. Quello che penso voglia intendere l'autore dell'articolo è che, a prescindere, dal momento che ci si pone in gioco, tanto vale farlo seguendo delle regole prestabilite, per diventare folli ed eccentrici c'è sempre tempo dopo. Questo se si vuole giungere a un traguardo, altrimenti si sta a casa. Continuare a decantare la propria libertà di espressione è solo sintomo d'insicurezza e nasconde l'incapacità di comprendere che la stessa libertà l'hanno anche gli altri. Questo non significa stendersi a "tappetino", prendendo tutto per buono, significa solo far valere le proprie ragioni con educazione, portando validi argomenti per iniziare una discussione. Pensare di avere ragione non è un valido argomento.

Carino l'articolo, complimenti. Interessante soprattutto poter ogni tanto guardare dall'interno un mondo che spesso non è trasparente. Il tutto si traduce in buona educazione e buon senso, anche se credo sia comprensibile l'ansia dell'autore che già spende, a volte, molti anni a scrivere la prima opera. Insomma, buon senso da entrambe le parti.

Cordiali saluti.

E' tipico degli aspiranti alle prime armi (letali)

Faccio anch'io questo mestiere, sebbene credo non da tanto tempo come Lei, e so bene quanto possano essere assillanti gli autori, soprattutto dopo un periodo di "immobilità" riguardante il loro progetto. Comprendo e giustifico il loro atteggiamento per due solidi motivi: il primo è che gli autori investono soldi nelle agenzie letterarie; ci pagano e dunque vorrebbero, a buonissimo diritto, vedere da noi dei risultati; toccarli magari, o, nella peggiore delle ipotesi, avere da noi qualche parola di speranza o di conforto, anche a costo di farci passare per ipocriti. ll secondo è che anch'io sono stato un autore; o meglio, mi sono illuso di poterlo essere finché non ho dovuto accettare la realtà di non avere il talento per poterlo essere. E vorrei svelare a tutti voi un segreto, che probabilmente per la maggior parte di voi sarà come la scoperta dell'acqua calda: 99 agenti letterari su 100 sono persone come me. Cioé persone che si sono accorte di non essere capaci di fare gli scrittori ed hanno scelto la strada che più gli si avvicinava. Il sig. Morgan Palmas, con relativa certezza, non fa eccezione.

Conosco un agente che dopo alcuni anni come avvocato, ha deciso di diventare agente letterario per dedicarsi al diritto d'autore; conosco un agente che amava leggere e alcuni amici scrittori gli chiedevano di continuo di giudicare le loro opere, ha iniziato a farlo professionalmente; conosco un agente che è laureato in lingue, decide di diventare agente letterario per avere un ponte editoriale fra USA e Italia; conosco un agente che ha fatto un percorso accademico fino al dottorato, in italianistica, dopo di che ha pensato di uscire dall'università e grazie a un corso in UK ha iniziato a rappresentare un paio di autori che già conosceva; ecc.
L'idea che l'agente letterario sia uno scrittore mancato rappresenta quanto di più lontano dalla realtà.
Per quanto mi concerne, sono diventato un agente per una serie di eventi fortuiti che a distanza di anni hanno trovato un modo per convivere, trovandomi così coinvolto in un'attività che amo e odio, ma di cui non si riesce fare a meno.

Io La ringrazio per le indicazioni. Ho sempre amato scrivere e adesso ho terminato il mio primo romanzo. Letto, riletto, corretto e ancora bisognerà ricominciare. Un'agenzia letteraria che possa esprimere un'opinione al riguardo mi aiuterebbe non poco. Le dieci bestialità da evitare mi terranno compagnia nel percorso di ricerca. Cordialmente CF

M'inserisco con qualche difficoltà, ma ci provo. Consigli di comune buon senso sovente possono apparire superflui, ma difronte ad invadenza e arroganza hanno motivo di esistere. Trovo altrettanto corretto rifiutarsi d'intrattenere rapporti anche professionali (quando si può scegliere) con persone manifestamente poco educate. Concordo sulla pletora di scrittori esordienti (a mio parere "aspiranti" non è corretto) che, calcolati per difetto (0.5% della popolazione) sarebbero oltre 30.000, con le loro opere invadono come un flagello biblico le redazioni di editori e agenzie determinando un iperafflusso da cui è categorico difendersi. Tuttavia da molte parti si sostiene che siano sufficienti poche pagine per valutare un'opera pessima o eccellente e che le maggiori difficoltà risiedono in quegli scritti che chiamerei "di mezzo". Quindi in un giorno di lavoro un unico operatore può smaltire decine d'inediti restandogli anche il tempo di rispondere con garbo e fermezza una frase tipo " spiacenti,la sua opera ci appare involuta nella trama e povera nei dialoghi; si consiglia un'accurata revisione". Forse non tutti la prenderebbero bene, ma il "recensore" ne guadagnerebbe in affidabilità e autorevolezza. Cordialità.

Ho letto con grande interesse. Sono un aspirante "datato" (ho 40 anni). Io credo che i punti evidenziati nell'articolo siano frutto di interessi contrastanti. Da una parte le aspirazioni dello scrittore (di vedere riconosciuto il proprio talento, ammesso che ci sia; di ottenere un riconoscimento economico...), dall'altra le difficoltà degli addetti ai lavori che si devono misurare con un mondo complesso, saturo e asfittico, da quello che mi pare di capire.
Questo non giustifica la maleducazione e la scorrettezza. Può però far comprendere, seppure non giustificare, l'ansia da prestazione.
Per quanto mi riguarda, mi armerò di grande pazienza, convinto che prima o poi il mio testo troverà la strada degli scaffali delle librerie e consapevole che probabilmente non mi cambierà la vita, quindi tanto vale aspettare il tempo giusto per una meritata soddisfazione!
Saluti.

È una lista che si può adattare a qualsiasi tipo di lavoro. È una questione di relazione con l'altro. In qualsiasi azienda esistono delle regole implicite di comportamento, durante il colloquio, con i colleghi e con il titolare. Capisco il carico emotivo con cui ci avvicina a queste esperienze, considerando anche il retaggio culturale dell'artista pazzo, ma questa è un'attività lavorativa come tutte le altre. Il buon senso lo si impara facendo esperienza e si può essere talentuosi, in ogni campo delle attività umane, anche in modo equilibrato.

Grazie per questo articolo, di certo aiuta a comprendere un po' meglio una parte del settore editoriale che resta sovente misteriosa a molti. Comprendo altresì l'ansia degli aspiranti scrittori, perché spesso si cimentano in tale attività senza, ahimè, alcuna cognizione di causa. Secondo il mio parere il settore editoriale si divide principalmente in tre categorie: la categoria artistica, nella quale possiamo annoverare i grandi esponenti della letteratura, dotati del vero talento e arte della parola (1 su milione o più); poi troviamo la categoria dell'utilità, perciò un settore di appartenenza a studiosi ed esperti di determinati argomenti (es. saggistica); la terza categoria è quella commerciale, cioè il 90% di tutta l'industria editoriale, dove alberga la maggior parte degli aspiranti scrittori, che non sono Tolstoj né Flaubert, perciò per compensare il genio, hanno bisogno di un progetto commerciale ben preciso. Ed è proprio questo il punto della questione, al 99% degli aspiranti manca totalmente un'idea chiara su ciò che vorrebbero ottenere dalla scrittura di un testo letterario. Mettono giù un testo senza capo né coda, senza un messaggio ben preciso, però credono di essere talentuosi e di avere un diritto inalienabile ad essere pubblicati. È bene chiarire che di geni come Tolstoj ce ne sono uno su un miliardo, quindi onde lavorare ad un testo senza prospettive, sarebbe utile cercare un approccio diverso, un approccio commerciale, in quanto le case editrici non sono altro che aziende che vendono prodotti e che hanno necessità di avere dei ricavi da essi. Innanzitutto bisogna allargare di molto i propri orizzonti culturali e letterali, leggere e studiare di tutto (raramente un "ignorante" potrà creare un'opera degna di interesse). Partendo da questa base bisogna individuare il messaggio ed a chi è rivolto, sforzandosi di essere originali e non riprendere filoni ormai saturi. Soprattutto bisogna capire che è impossibile fare tutto da soli, quindi la collaborazione con editor e professionisti del settore diventa di vitale importanza. Magari fossimo tutti come il geniale Lev! Sappiamo bene che non è così...

Anche io sono agente (di altra lingua, non del italiano, come si può apprezzare da questo testo) e devo dire que sono in generale d'accordo con Morgan. Voglio dire que nella grande maggioranza de i casi, il rapporto con gli aspirante è "normale" e educato. Questi che vengono segnalati nel post, dalle la mia esperienza, sono proprio pochi, ma logicamente sono quelli casi che devono essere segnalati in un elenco delle cose che non si devono fare per stabilire un buon rapporto con un socio commerciale (che è quello che è un agente per un autore).

Io non chiedo soldi per leggere manoscritti, ma neanche do spiegazioni del rifiuto. Normalmente io non comunico con gli autori che represento, fino a che non ho una oferta da un editore. Se mi chiedono, spiego la situazione in un modo generale, perché effettivamente, dare dettagli del lavoro in corso non fa più che "eccitare" al autore generando un saco di lavoro inutile e di stress.

L'anonimo di su e un buon esempio del tipo di persone con qui lavorare diventerebbe un inferno, e quindi è meglio rinunciare dal primo secondo a i eventuali guadagni provenienti della sua supposta genialità.

Per un agente letterario l'editore è il cliente e l'autore il fornitore. In linea di massima disprezzo e spocchia verso i fornitori non sono un atteggiamento commercialmente opportuno. Nel caso dell'editoria si può invece esibire tranquillamente, perché l'offerta supera di gran lunga la domanda. Detto questo, credo che le agenzie letterarie a pagamento non siano poi così differenti dagli editori a pagamento: entrambi speculano su un mercato piccolo come numeri assoluti ma intasato da aspiranti scrittori; entrambi fanno qualcosa di concreto in cambio dei soldi che ricevono. L'unica differenza è la spocchia degli agenti; quelli a pagamento, dico, perché gli altri (quelli che si potrebbero definire "veri", così come sono talvolta definiti "veri" gli editori non a pagamento) semplicemente ignorano gli autori che inviano materiale che reputano non interessante. E' comprensibile che un agente, travolto dagli invii spontanei e dal collo di bottiglia di un mercato asfittico cerchi di sfangarla come può, ma... così come non l'ha detto il medico all'autore di scrivere, così nemmeno all'agente di mediare e all'editore di pubblicare; che ognuno si assuma la sua parte di rischio e responsabilità.

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