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[1-3-1] Un racconto per andare oltre il Natale. “Trascurate Milano” di Luca Ricci

[1-3-1] Un racconto per andare oltre il Natale. “Trascurate Milano” di Luca RicciA pochi giorni dal Natale un padre di famiglia molesta una giovane ragazza nella metropolitana di Milano; tra loro si instaura un’intesa irrazionale e quasi sempre silenziosa che li unisce in comunione profonda e oscura. È questo il pitch di Trascurate Milano, racconto, opera contronatalizia quanto mai si possa immaginare con cui Luca Ricci torna all'arte del racconto dopo il romanzo Gli autunnali, infiammando l'atmosfera festiva con un sentimento di rivolta. In tempi di politicamente corretto spinto all'eccesso, di (ri)montante moralismo, di persecuzione nei confronti dell'istintuale, in tempi in cui le opinioni sono misurate in secondi e i desideri in rispettabilità, in cui anche l'arte sembra autorizzata a spalancare le porte sull'ombra solo quando questa ha caratteri di fragilità e nevrosi, nell'epoca del ritorno da protagonista del processo primario dell'autocensura, Ricci riporta con coraggio e controcorrente in primo piano sul palcoscenico dell'urgenza letteraria «quel che non ha governo né mai ce l'avrà, quel che non ha vergogna né mai ce l'avrà, quel che non ha giudizio»: l'indomabilità dell'eros.

Ambientato per la maggior parte del tempo nel sottosuolo di una Milano invernale e inquinata non solo dallo smog quanto dalla superficialità, è fin troppo facile individuare tutti gli aspetti allegorici e metaforici del caso ma la qualità di Trascurate Milano a nostro giudizio sta, al contrario, soprattutto nel non essere un racconto a chiave o a tema. In questo Ricci supera perfino le sue migliori prove precedenti, in cui si inverava uno sguardo più integralmente freddo, entomologico, con caratteri che si avvertivano a volte “predisposti” alla provocazione o all'esemplarità, in un certo senso fantastici. Il protagonista di questo racconto milanese è invece un antieroe pulsante di drammatica e verissima contraddittorietà. Ha un'etica ma questa etica non lo contiene, ha un sentimento ma non gli è asservito, ha un'ombra ma non si riduce a quella. Fa, sbaglia, si pente e sbaglia di nuovo, sente e poi sente diversamente, agisce pro e contro le proprie sensazioni, è posseduto e possiede. E inseguendo l'interiorità di quest'uomo, magmatico come un personaggio di Knut Hamsun, nella sua fluidità di pensieri e azioni la prosa di Ricci si polarizza a sua volta, quando raggelata in una severità epigrammatica, quando infiammata in una musicalità ipnotica protratta per lunghi flussi, come nel caso del tragitto mattutino verso la scuola in cui il protagonista fa ripetere alla giovane figlia la tabellina del nove, andando alla deriva di un'autoconfessione incontrollata nella pause tra una moltiplicazione e l'altra.

 

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L'incontro tra l'uomo e la ragazza ha dunque il ritmo sincopato di una danza notturna e macabra che procede verso l'annientamento, un'operazione a somma zero («Non voglio sapere nulla, per noi ogni volta è l'ultima.») che rompe le catene dell'inautenticità recitata e replicata all'infinito in superficie, come i regali di Natale, in fondo tutti inautentici, tutti uguali a se stessi («Chi non aveva ancora niente ha comprato qualcosa, chi aveva già qualcosa ha comprato qualcos'altro.»). È la rivolta insita in una concezione erotica il cui nume tutelare va individuato, più che nel Marchese De Sade, in Georges Bataille. Sperpero più che sovversione. E in ciò Trascurate Milano va oltre la scandalosa ma corretta geometricità di Il gioco di D'Amicis, per parlare di un altro recente tentativo di squarciare il velo del perbenismo di ritorno. Ricci lo sa, e trova le parole per dirlo al meglio: l'eros non fonda alcun ordine o morale alternativi. L'eros non fa prigionieri o, se li fa, poi ne fa scempio. L'eros è una bomba atomica.

«Sempre mi stupirò di quegli scrittori che mettono l'amore alla fine della storia, per risolvere le cose, come sentimento edificante», asserisce. «Per me l'amore va all'inizio, e complica tutto, manda all'inferno.»

[1-3-1] Un racconto per andare oltre il Natale. “Trascurate Milano” di Luca Ricci

Chiamatelo pure maniaco, se volete, chiamatelo mostro, chiamatelo inconscio (anche se è qualcosa che va molto più giù), chiamatelo ombra, chiamatelo come vi pare ma sappiatelo: Trascurate Milano parla di voi. Se mai il demone Eros vi ha toccato una sola volta in profondità nella vostra vita.

 

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TRE DOMANDE A LUCA RICCI

 

Perché un legame così stretto tra questa storia e Milano? Perché proprio Milano?

Milano è stata una scelta obbligata, anzi diciamo che questa storia natalizia mi è balenata nella mente già dotata del suo set, la metropolitana milanese. Inoltre Milano e Natale sono come due elementi che si esaltano a vicenda. Milano a Natale è un po’ più Milano, e Natale a Milano è un po’ più Natale. In più, mentre stavo scrivendo le prime pagine, è saltata fuori una splendida poesia di Buzzati, citata anche in esergo del racconto, che conteneva il titolo: «Trascurate Milano / evitatela nei viaggi d’istruzione». La ciliegina sulla torta.

[1-3-1] Un racconto per andare oltre il Natale. “Trascurate Milano” di Luca Ricci

Tornare al racconto dopo essersi dedicato al romanzo ha in qualche modo cambiato la sua relazione con la narrazione più breve? Anche tecnicamente intendo. Per esempio, io in questo racconto ho trovato un realismo psicologico più complesso e realistico di altre sue scritture brevi.

Dopo Gli autunnali avevo voglia di tornare subito al racconto, di non perdere contatto con la forma racconto, e devo dire che ho scritto quasi di getto la prima stesura, cosa che non è sfuggita a lettori attenti come Andrea Cortellessa, il quale ha parlato di «stesura brusca, a sua volta rastremata dal gelo». Il realismo è stata una scelta dettata dalla storia, non erano previste complicazioni fantastiche, l’ossessione si sarebbe tutta giocata nella realtà (benché una realtà particolare, quella del sottosuolo, che è di per sé alterata).

 

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Quel che resta al fondo della lettura di Trascurate Milano, il suo residuo fisso, sembrano le polveri di una grande esigenza di libertà, creativa ma non soltanto. La cappa del Natale del racconto sembra alludere a una cappa ben più ampia fatta di moralismi schematici. Che senso ha parlare di eros in un periodo come il nostro? In quanto scrittore di lati della psicologia umana irrazionali, anche oscuri e sgradevoli, si sente in qualche modo accerchiato o "sotto osservazione"?

Trascurate Milano credo sia una novella contro le convenzioni, di qualsiasi natura esse siano, un moto di ribellione verso i nostri schemi mentali (morali, religiosi, ideologici), un grido verso tutto ciò che ci spinge a sembrare ciò che non si è. In questo senso il Natale rappresenta, anche freudianamente, una specie di SUPER-IO, di castigamatti, di istanza asettica che ci rende schiavi e ci ruba del tempo per almeno un paio di settimane all’anno. L’eros può essere un antidoto, in quanto linguaggio dell’ES (restando a Freud), potenza in grado di scardinare le convezioni. Scrivere ed essere maschi allo stesso tempo oggi è diventato molto difficile, se non si vogliono fare temini politicamente corretti.

[1-3-1] Un racconto per andare oltre il Natale. “Trascurate Milano” di Luca Ricci

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UN BRANO

Riappare la tabellina del nove, che bisogna ripetere in continuazione (sì, anche stamattina, sennò la maestra ci sgrida): “… Amore mio, stiamo facendo tardi, è l’ora di andare a scuola, ripetimela per l’ultima volta, una volta ancora, la tabellina del nove e poi zaino in spalla e usciamo di casa, cominciamo, dai, uno per nove nove, che poi lo so perché mi guardi così, perché anche a me la tabellina del nove mi sembrava la più tremenda di tutte, la più lunga, perché hai voglia di dire che sono sempre dieci moltiplicazioni, hai voglia di razionalizzare, arrivare fino a novanta mica è come arrivare fino a venti o trenta (novanta è la paura, e la vita in fondo è quello: tentare di vincere un grande spavento), io ti capisco, hai la mia piena solidarietà, però adesso sbrighiamoci, te ne prego, è già tardi, sono già quasi vecchio, sono già quasi alla fine, qualcuno mi ha fotografato da dietro e ho scoperto di avere una calvizie tipo quel giocatore dell’Hellas Verona anni ’80, Pietro Fanna, da chierico, mi è presa una rabbia, una vertigine, due per nove diciotto, bravissima amore mio, ma poi sarà vero che sei l’amore mio?, sarà vero che ti amo?, e quanto e come?, in superficie o in profondità?, chi può stabilirlo, Dio mio, tutti i genitori sono pazzi, devono rivivere passo passo tutta la loro vita dal principio, ad esempio ripassare le tabelline di mattina prima di andare a scuola, e poi la scuola, non c’è niente che sia cambiato meno della scuola, i bidelli all’ingresso sempre con quell’aria trascurata, un poco o tanto avvilita, a presidiare l’ingresso controvoglia, le rampe di scale, il pavimento con le mattonelle a figure geometriche (esagoni?), gli appendiabiti di legno, i banchi che puzzano di alcol, tre per nove ventisette, bravissima, e guardo fuori dalla finestra, uno sguardo rapido per tentare di stabilire dalla luce della mattina se stiamo facendo tardi per davvero e ci chiudono fuori (non lo diciamo ogni mattina?, non è la nostra prima croce?), ma a Milano a dicembre c’è un cielo marmoreo dall’alba al tramonto, impossibile stabilirne alcunché, eccetto che il marmo è una pietra tombale, quattro per nove trentasei, sì, andiamo avanti ti prego, non fare pause nelle quali poi cado dentro, papà cade dentro le tue pause e un giorno o l’altro non riuscirà più a venirne fuori, desidererei dirtelo, dirti che ogni tanto anche papà vorrebbe piangere come fai tu, di colpo, senza vergogna, senza sensi di colpa, mi chiederesti perché?, ne rimarresti stupefatta?, eppure un adulto avrebbe molti più motivi di un bambino per scoppiare a piangere, ha vissuto di più e ha più ricordi, e a un certo punto, di notte, oltre alla preoccupazioni di routine (un debito? un credito?), si viene presi da una specie di morsa definitiva al cuore, implacabile, che consiste nell’aver nostalgia di tutto, di quel che è stato, pacchetto completo, perché quella è la nostra vita che se n’è andata, e il resto se ne sta andando adesso, forse impazzire vuol dire proprio avere nostalgia di tutto...


Per la prima foto, copyright: Fernando Meloni su Unsplash.

Per la quarta foto, la fonte è qui.

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