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[1-3-1] Un difficile rapporto madre-figlia nel racconto di Nora Ikstena

[1-3-1] Un difficile rapporto madre-figlia nel racconto di Nora IkstenaPuntata n. 3 della rubrica 1-3-1

 

In Lettonia negli anni che corrono tra la fine dell'occupazione nazista e la fine dell'occupazione sovietica si snoda la vicenda – raccontata da Nora Ikstena ne Il latte della madre (Voland, traduzione di M. Carbonaro) – del rapporto filiale tra una madre ferita e guastata dalla depressione, progressivamente risucchiata dal vortice del rifiuto della vita, e una figlia delicata e forte, straordinariamente intelligente, capace sin dalla più giovane età di trasformarsi in una sorta di madre della propria madre, ma cercando allo stesso tempo di resistere alla sua attrazione distruttiva e di crescere mantenendo rigogliose le proprie aspirazioni di vita e libertà.

Entrambe narratrici in prima persona della storia del loro tormentato rapporto, le loro esistenze appaiono in questa narrazione come i vasi di una clessidra: l’una si svuota e l’altra si riempie, in un drammatico inevitabile legame di destini che ha inizio dalla fuga della madre subito dopo il parto per sottrarsi all’allattamento, negando così il proprio latte alla neonata. E nello stesso modo sono avvinte le loro voci, che prendono la parola alternandosi: la narrazione delicata e sempre più matura e cosciente della figlia e quella sempre più gelida e oscura della madre. Alle loro vicende sono intrecciate quelle di pochi altri personaggi, tratteggiati anch’essi con grande umanità, e il grande movimento storico della libertà perduta e poi riconquistata dai popoli baltici, dagli anni del più opprimente totalitarismo sovietico al suo progressivo indebolimento e infine al suo crollo definitivo.

Madre e figlia in questa narrazione non hanno nome, come non ha nome la madre della madre. La combinazione della precisione dei dettagli ambientali e psicologici con questa identità indefinita contribuisce a far muovere le donne in una sorta di tridimensionalità per cui sono allo stesso tempo sì le protagoniste di una ben precisa vicenda familiare emblematica di un ben preciso momento storico, ma vengono anche proiettate in una profondità ancestrale, in cui sono in gioco forze che travalicano ogni geografia. A rafforzare questa sensazione è anche lo spazio spirituale in cui tutti si muovono: la religione, la scienza, la scaramanzia e, naturalmente, l'ideologia con il braccio armato del totalitarismo agiscono di volta in volta sui personaggi e delineano un vero e proprio campo di forze, quasi un paradigma dell'esistenza umana.

[1-3-1] Un difficile rapporto madre-figlia nel racconto di Nora Ikstena

La Ikstena riesce così a raccontarci una intensa, delicata e dolorosa storia familiare e nello stesso tempo a farci immedesimare nell’incubo vissuto fino a pochi anni fa dai paesi baltici, nonché a dirci qualcosa di profondo sull'eterna vicenda del rapporto tra il desiderio di realizzazione di ognuno e le condizioni storiche in cui la sorte lo ha gettato. Il latte della madre è un libro da leggere, adatto a tutte le età, che ha anche il merito di aprire improvvisamente una finestra su una letteratura poco conosciuta in Italia.

 

***

TRE DOMANDE A NORA IKSTENA

 

Il suo romanzo è molte cose allo stesso tempo. È un libro politico, un libro sulla libertà, un libro sui rapporti familiari, un libro sulla malattia mentale, ma anche – io credo – un libro sull'aspirazione alla felicità e altro ancora. Quando ha cominciato a scriverlo, quale di questi aspetti era quello su cui principalmente sentiva il bisogno di esprimersi?

Penso che il primo desiderio fosse stato quello di scrivere sul rapporto tra la madre e la figlia. Ho cominciato a pensare a questo romanzo una ventina di anni fa quando mia madre è morta e ho iniziato a riflettere sulla sua vita. Questo è stato il primo impulso, ma presto ho capito che non era solamente un libro sui rapporti all'interno di una precisa famiglia, tra una particolare madre e una particolare figlia. L'azione del libro si svolge soprattutto in un periodo particolarmente complicato della storia della Lettonia, tra il 1969 e il 1989, ed è naturale che il libro abbia preso la forma anche di una riflessione sul significato di una vita vissuta all'interno di una gabbia e sul desiderio di libertà. È anche un libro su un personaggio che respinge il desiderio della vita e c'è la storia di come la figlia desidera far rinascere il desiderio della vita nella madre, senza sacrificare la propria. E quindi, sì, è anche un libro sull'aspirazione alla felicità.

[1-3-1] Un difficile rapporto madre-figlia nel racconto di Nora Ikstena

Dal punto di vista della forma, la struttura a voci alternate (in un capitolo parla la figlia, in un capitolo parla la madre) ricorda la forma di una clessidra: col procedere del tempo un vaso si riempie (di vita), un vaso si svuota. È così netta la frattura che percepisce tra il passato e il futuro? Cosa vuol rappresentare con questa forma? O questo è soltanto un espediente narrativo per raccontare meglio entrambi i personaggi?

Mi piace molto la sua interpretazione. Innanzitutto per me era importante che il racconto di queste due voci in qualche modo si mescolasse. Vediamo il modo in cui il racconto della vita della madre si svuota, si riempie invece quello della vita della figlia. Non è solamente una scelta stilistica. Attraverso la forma di questo racconto voglio mostrare i racconti della vita reale che si mescolano l'uno con l'altro e al tempo stesso si riempiono, si integrano l'uno con l'altro, e l'uno prosegue nell'altro. In modo simile a quello con cui la madre prosegue il racconto della nonna e la figlia prosegue il racconto della madre. In modo semplice come avviene nella vita. Ma è una cosa difficile da raccontare in un romanzo. Ho cercato in questo modo di passare da una struttura complessa a una forma di storytelling più semplice.

 

La narrativa lettone non è molto conosciuta in Italia. Come collocherebbe il suo lavoro nel contesto letterario europeo?

Noi eravamo europei fin dalla prima indipendenza del 1918, fino all'occupazione sovietica. L'occupazione ha interrotto la nostra naturale evoluzione come nazione per mezzo secolo. Questo racconto tragico è una parte della storia dell'Europa. Nel contesto della storia letteraria europea è qualcosa di cui bisogna parlare. E sono molto felice che con queste opere lettoni che stanno cominciando a diffondersi troviamo delle orecchie attente nel contesto della letteratura europea. Troppo a lungo questa storia non ci ha conosciuto.

***

UNA CITAZIONE DEL LIBRO

 

A poco a poco mi abituai alla mia nuova vita, in cui i momenti luminosi di mia madre si alternavano alle partenze tristi. Ero ancora piccola, ma mi sentivo adulta. Mi sentivo responsabile nei confronti di mia madre. Nessuno meglio di me conosceva i suoi lati di luce e d'ombra, e sapeva cogliere l'istante in cui era pronta a uscire un'altra volta dalla vita. Se a volte tornava a casa prima del solito poteva succedere che si mettesse a cucinare un pollo al forno, bello croccante, e una deliziosa torta di mele.

Durante la cena il cane aspettava qualche bocconcino sotto il tavolo e mia madre raccontava tantissime cose che nessuno mi aveva mai raccontato. Diceva che avevamo avuto un tempo la nostra nazione. Ma ce l'avevamo anche adesso, protestavo, l'Unione Sovietica. Diceva che era esistita la Lettonia da sola, e il suo viso prendeva quell'espressione minacciosa che a volte mi faceva paura. Era esistita la Lettonia da sola, ripeteva, senza pidocchi russi, che non vogliono vivere a casa loro ma strisciano qui da noi. Pidocchi russi? Nella nostra scuola c'erano due classi lettoni e una russa, e andavamo d'amore e d'accordo. Perché pidocchi?

Eravamo tutti uguali, bambini di campagna che studiavano e lavoravano. D'estate ce ne stavamo accovacciati nei solchi infiniti sui campi del kolchoz, dove crescevano barbabietole e cetrioli, le schiene bruciate dal sole, le braccia e le gambe sporche di terra. Piegati sulle ginocchia strappavamo erbacce, contando gli interminabili metri che restavano per raggiungere la quantità stabilita dalla feroce guardiana. Se trovava dell'erbaccia bisognava ricominciare daccapo. In autunno le lezioni a scuola iniziavano dopo che erano state raccolte barbabietole e carote. Prima bisognava cavarle fuori dalla terra con la forcella e ammucchiarle, poi le cime dovevano essere tagliate o strappate. A volte faceva freddo, altre piovigginava, ma noi sedevamo sulle casse di legno, tagliando e strappando. Piccoli proletari che lavoravano fino allo sfinimento. La libertà non era che un minuscolo sentimento di felicità quando, fradici di pioggia, ci trascinavamo a casa avvicinandoci alla stufa calda, ai vestiti asciutti e alla cena.

Così crescono i loro nuovi schiavi, diceva spesso mia madre. Quel che diceva mia madre suonava spesso incomprensibile – vuoi che parlasse di libertà, pidocchi o schiavi. Ero abituata a vederla vivere nel suo mondo, che accettavo tranquillamente. A scuola ero abituata a non parlare della nostra realtà casalinga, molto diversa da quella dei miei compagni.

Qualcosa di assolutamente insolito accadde però al nostro piccolo villaggio. Un mattino, sulla via principale, per un buon terzo coperta di asfalto pieno di spaccature, qualcuno aveva scritto col gesso: “Trituriamo i russi nei rifiuti, realizziamo la quota del piano alimentare”.

[1-3-1] Un difficile rapporto madre-figlia nel racconto di Nora Ikstena

A scuola iniziò la ricerca del colpevole. Non diede nessun risultato, perché tutti negavano tutto. La classe dei russi guardava gli altri con sospetto, qualcosa di sgradevole maturava nell'aria. Correva voce che fosse stato forse un adulto.

Due giorni dopo, durante le lezioni, fui chiamata dalla direttrice. Nell'ufficio c'era un uomo con un cappotto grigio. La direttrice disse che il compagno voleva parlare con me.

Non ero una bambina paurosa, ma chissà perché mi prese un indescrivibile senso di terrore. Una paura mortale di restare sola con il compagno nella stanza della direttrice. Devo essere impallidita tanto da farla spaventare, mi fece sedere e mi versò un bicchiere d'acqua. Oh santo cielo, come ti batte forte il cuore, disse. Dobbiamo chiamare l'infermiera? Forse possiamo rimandare? Guardò implorante il compagno che stava seduto imperturbabile, tamburellando sul tavolo con le grasse dita. No, adesso. Vada fuori, le disse lui rabbiosamente.

Nell'ufficio restammo noi due. Il cuore mi balzò in gola. Forse è così quando si muore, pensai.

Il compagno mi prese per la spalla, facendomi male, e mi costrinse a sedere davanti a lui.

Adesso basta tremare e rispondi alle mie domande, disse.

Me li vidi passare davanti agli occhi, tutti: mia madre, mia nonna, il patrigno, il mio cane. Salvatemi, vi prego! Ma lì non c'era nessuno.

Tua madre ti ha mai raccontato cose che qui a scuola non si studiano?

Scoppiai a piangere. E in quel momento capii che le uniche due sospettate di aver tracciato la scritta col gesso eravamo io e mia madre. Quant'era disonesto e ingiusto.

Calmati e rispondi alle domande. O non uscirai di qui, disse il compagno con voce rabbiosa.

E a quel punto, con mia stessa sorpresa, mi calmai. Una forza incredibile dentro di me riuscì a calmarmi. Inspirai forte e dissi: “Sì, mi ha spiegato come nascono i bambini. È un medico, lei sa come funziona, e adesso lo so anch'io. A scuola non lo insegnano.”


Per la prima foto, copyright: Micah Hallahan.

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