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[1-3-1] Tra amore e guerra, la poetica del buio. “Country Dark” di Chris Offutt

[1-3-1] Tra amore e guerra, la poetica del buio. “Country Dark” di Chris OffuttPuntata n. 4 della rubrica 1-3-1

 

È il 1954. È questo l’anno al centro di Country Dark di Chris Offutt (minimum fax, traduzione di R. Serrai). Tucker, giovanissimo veterano della guerra di Corea, sta facendo ritorno a casa. È un ragazzo selvatico e solitario. Insofferente alla compagnia degli altri reduci, scende dal treno a Cincinnati, nell'Ohio, per percorrere in solitaria le ultime cento miglia che lo separano da Morehaed, nel Kentucky. Ha da poco varcato il confine tra i due stati quando si imbatte in Rhonda, minuta adolescente inseguita da suo zio, che ha tentato di violentarla il giorno stesso del funerale di suo padre. Soccorsa la ragazza, i due si trovano bloccati in auto da una tempesta per un’intera notte, al termine della quale decidono di sposarsi. Sembra una favola. Voltata pagina, la favola è finita. Sono passati dieci anni. Tucker fa il contrabbandiere. I due hanno avuto cinque figli. A eccezione della piccola Jo, sono tutti handicappati. I servizi sociali vorrebbero sottrarre i figli alla coppia, scatenando così la reazione di Tucker e innescando il climax del racconto e l'intreccio di tenerezza e violenza.

Sin dalle prime pagine, magnetiche, potentissime, sin dal rallentato ritorno a casa ulissiaco di Tucker, Offutt stringe l'ottica intorno al protagonista, un figlio delle buie campagne del Kentucky. Ed è una sorta di metafisica del buio quella che si dispiega in questa narrazione. Il buio del titolo, il buio del bosco, il buio di una solitudine animalesca è l'ambiente in cui Tucker si sente a proprio agio, come chiarisce sin da subito la conclusione del primo capitolo, quando il protagonista si lascia alle spalle il primo incontro significativo del suo nostos e si inoltra nel bosco «camminando all'indietro». Tucker sente l'istinto di difendersi dagli umani e non dal mistero dell'oscurità

«Il buio del cielo si allungava in ogni direzione. Le nuvole coprivano le stelle, e davano all'aria una profondità insondabile. La linea degli alberi era sparita e la cima delle colline si confondevano con l'arazzo scuro della notte. Era nero come la pece, com'è sempre in campagna. Chiuse gli occhi, sentendosi al sicuro.»

 

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[1-3-1] Tra amore e guerra, la poetica del buio. “Country Dark” di Chris Offutt

E l'inizio del terzo capitolo, al risveglio da quella notte, la natura selvatica di Tucker è ancora più esplicita:

«Il suono scintillante degli uccelli del mattino lo svegliò presto, e Tucker rimase sdraiato a guardare il cielo cambiare da indaco a rosa alla luce vera e propria. Passò gran parte della giornata a esplorare i dintorni. Era un buon punto, al sicuro, lontano dalle persone.»

 

Addestrato nelle forze speciali dell'esercito, per essere impegnato in azioni difficili e rischiose alle spalle delle linee nemiche, nel buio del bosco Tucker si muove come un animale, ma l'impressione è che l'addestramento militare non ne abbia certo cambiato la natura, anzi che gli abbia fornito gli strumenti per essere più profondamente se stesso: libero, autonomo, misantropo, capace di salvare la pelle in qualsiasi situazione. E quindi pericoloso. Tucker incarna la natura e la logica dell'oscurità che abita, e come tale non può che generare anche un'etica propria e autonoma. Un'etica ferina che ha come perno la propria sopravvivenza e la difesa di quella che sarà la propria famiglia. Costi quel che costi. E infatti da Tucker ci possiamo attendere di tutto: dalla più sfrenata violenza alla più commovente tenerezza, dal calcolo più gelido all'amore più incondizionato.

Per questa radicalità, di fronte a Tucker noi stessi lettori proviamo una sensazione allo stesso tempo di fascinazione ma anche di timore, di affetto ma anche di disagio, sin dall'inizio, quando insieme a Freeman restiamo ammutoliti di fronte al suo sguardo:

«Tucker girò lentamente il capo, e le spalle e il corpo lo seguirono ancora più lenti finché non fissò lo sguardo sull'uomo al volante. Freeman smise di parlare, come una bottiglia tappata all'improvviso. Il ragazzo aveva gli occhi infossati e di due colori diversi: uno azzurro, l'altro marrone. Freeman aveva sentito che capitava con i gatti, mai agli esseri umani.»

[1-3-1] Tra amore e guerra, la poetica del buio. “Country Dark” di Chris Offutt

Tucker ha un occhio per l'amore e un occhio per la guerra.

Nell'altalenarsi dei sentimenti che la narrazione suscita con micidiale ambivalenza, nella libertà che Offutt si prende di entrare e uscire dalle scarpe del protagonista per entrare nella voce e nei pensieri degli altri abitanti del buio, in un frequente incrociarsi di inquadrature oggettive e soggettive, risiede la forza stilistica di un romanzo che esalta a trecentosessanta gradi tutte le qualità che avevamo già incontrato nei bellissimi racconti di Nelle terre di nessuno e che non dà tregua. Per chi ama quel genere di narrativa americana dell'entroterra che ogni volta ci stupisce di come per fare grande letteratura non ci sia bisogno di chissà quali invenzioni ma sia ancora più che sufficiente, come lo è sempre stato, guardare il più acutamente possibile nelle profondità di chi abita il mondo e camminare qualche miglio nei suoi stivali, non ci sono dubbi: Chris Offutt è un autore da leggere assolutamente e Country Dark può essere sia un punto di partenza ottimale sia una risoluta conferma.

 

***

 

TRE DOMANDE A CHRIS OFFUTT

 

La connotazione che si dà all'oscurità è spesso negativa. Nella stessa teologia e nella storia della cultura, il buio è sempre il contrario della verità, della virtù, della conoscenza. Il suo romanzo adotta invece una diversa concezione del buio. Questa è espressa da un molto particolare tipo di uomo che abita il buio senza essere cieco, anzi esprime una precisa forma di umanità e di coscienza che del buio è figlia e che lo porta a esercitare un'etica e una giustizia “self made”, con tutto quel che questo comporta. Per quale motivo è affezionato a questo tipo personaggio?

Il termine “country dark” è usato nel Sud rurale degli Stati Uniti per indicare l'assenza di luce ambientale tipica delle notti in campagna, lontano dalla città. Il suo contrario potrebbe essere “city lights”, le luci della città. Tucker è composto da una parte di me, da una parte di quell'insieme di persone che ho conosciuto e da una parte frutto della mia immaginazione. La sua etica e il suo senso di giustizia sono frutto delle colline rurali del Kentucky e di un certo modo di vedere il mondo. È leale, pieno di risorse e intelligente. Pensa attentamente, e passa rapidamente all'azione. Mi piace perché è essenzialmente un brav'uomo costretto a fare cose cattive per proteggere la propria famiglia. Le cose non vanno come avrebbe sperato. Ci sono in continuazione conseguenze impreviste per ogni azione, è perlopiù sono violente. Personalmente io non credo nella semplice distinzione tra il buono e il cattivo, in particolar modo quando si tratta delle persone e delle loro azioni. La maggior parte della gente è una combinazione di elementi positivi e negativi. Sono così anch'io e lo sono tutte le persone che conosco. Nei libri che leggevo da bambino e da giovane, il “bravo ragazzo” aveva sempre la meglio sul “cattivo”. A me sembrava falso. Nella vita è raro che vada così.

 

L'addestramento e la guerra in Corea, più che aver corretto la personalità di Tucker causandone una mutazione, sembrano quasi avergli donato gli strumenti per realizzare la propria essenza, esercitando fino in fondo un istinto di conservazione e di sopravvivenza di natura ferina. È solo un espediente narrativo quello del ritorno dalla guerra o c'è alla base da parte sua una riflessione più profonda sul significato della guerra per la natura umana?

La storia dell'umanità sul pianeta terra è anche una storia di guerra. I motivi sono politici, di solito basati su questioni territoriali, o per conquistare risorse. In generale, gli anziani dichiarano una guerra e i giovani la combattono. I governi nazionali spendono enormi somme di denaro per addestrare i giovani a combattere e uccidere. Dopo il loro ritorno dalla guerra, loro sono prevalentemente abbandonati a se stessi. I governi non spendono quasi niente per aiutare i giovani veterani. Nel caso di Tucker, stiamo parlando di un veterano di diciassette anni. Quando vede la sua famiglia in pericolo è naturale per lui far affidamento su sulle abilità frutto di quel precoce addestramento.

[1-3-1] Tra amore e guerra, la poetica del buio. “Country Dark” di Chris Offutt

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Ho trovato molto inatteso l'epilogo con cui, terminata la narrazione, rende sinteticamente conto dell'evoluzione e del destino futuro di tutti i personaggi. Qualcosa a metà tra l'incanto di un amore estremo da parte dell'autore e il disincanto causato dalla deflagrazione della dimensione magica del racconto. Il suo intento qual era?

La maggior parte dei romanzi è una finestra sulla vita di una persona, generalmente quando gli accade qualcosa di interessante o drammatico. Quando io finisco di leggere un romanzo che mi piace molto, come quelli di Massimo Carlotto, spesso mi chiedo cosa sia successo ai personaggi successivamente. Ho provato la stessa sensazione per i personaggi di Country Dark. Sono diventati persone reali per me e ho immaginato cosa sarebbe accaduto loro in futuro. L'epilogo è un azzardo. Io non sapevo se avrebbe funzionato nell'equilibrio del libro. Ho lavorato duro su quei piccoli paragrafi. Inizialmente era molto più lungo ma li ho accorciati, ed ho tagliato del tutto alcune persone. Spero che sia andato bene. Come intento artistico, ho pensato che potesse incrementare la verosimiglianza, fare percepire i personaggi come persone reali. Questo a suo volta dovrebbe aiutare il romanzo.

 

***

 

UNA CITAZIONE DAL LIBRO

 

Brano tratto dal quinto capitolo

 

La stanza era calda, e anche se mancava l'aria il pavimento era pulito, e non sapeva né di muffa né di panni vecchi. Marvin sbirciò nella culla e vide una bambina che fissava con gli occhi sgranati la chiazza oblunga di luce che entrava dalle tende a fiori. Il fascicolo diceva che la bambina aveva dieci mesi, ma a vederla così piccola sembrava denutrita, e lui si domandò quanto fosse grosso il padre. La bambina aveva i capelli color castano chiaro, spazzolati con cura intorno alla testa, come a cercare di formare un'aureola.

Hattie agitò la mano davanti al viso della bambina, per valutarne la reazione. Non ce ne fu nessuna, e lei si avvicinò ancora, finché le dita non furono a pochi centimetri da lei. Le pupille della piccola si contrassero, ma non tornarono a fuoco per seguire il movimento della mano.

«Riesce a girarsi da sola?» domandò Hattie.

Rhonda scosse il capo. Non le piaceva che qualcuno vedesse la sua bambina. Finché la teneva in quella stanza e le restava vicina, nessuno poteva giudicarla. Dentro di sé, Rhonda sapeva che Bessie aveva qualcosa che non andava.  […]

«È una bella bambina» disse Hattie. «Ti stai prendendo cura di lei a meraviglia».

Rhonda si girò verso la finestra, col volto imperlato di lacrime. Restò immobile e in silenzio. Attraverso la finestra, il verso rauco di una ghiandaia guastò quella pace. Un gallo beccava il terreno, poi si allontanò come se si fosse ricordato di un compito importante. Il bosco era ombreggiato di verde, e Rhonda avrebbe voluto essere lì, a camminare lungo le piste degli animali finché non si fossero confuse col sottobosco e anche lei si fosse smarrita senza più ritrovare la via di casa. Desiderò che Tucker fosse tornato. Desiderò che quella gente si sbrigasse ad andarsene, così avrebbe potuto rimettersi sdraiata e dormire un po'. Più di tutto, desiderò che il prossimo figlio non avesse nulla che non andava. Sentì Hattie che le chiedeva degli altri due.

«Sono di sopra» disse Rhonda. «Vi accompagna Jo. Io resto con Bessie. Potrebbe aver bisogno di me».

Hattie e Marvin seguirono Jo per una stretta rampa di scale. […] Hattie indiecò i vari letti mentra parlava con Marvin a voce bassa.

« Quella là è Ida. Ha cinque anni. Questa è Velmery. Lei ne ha tre e mezzo».

«Sono...». La voce di Marvin si spense. Sapeva che Jo li stava ascoltando, ed era incerto su come procedere.

Hattie annuì con un secco cenno del capo. La bambina di cinque anni era sovrappeso e addormentata, le mani paffute e pulite, le lenzuola fresche. Il letto di Velmey era in un angolo e lei era appoggiata al muro, sostenuta da cuscini che la tenevano ferma da entrambe le parti. Sorrise, e Marvin si rese conto che era il primo sorriso che vedeva da quando era arrivato. Le stavano uscendo ancora i denti da latte, ognuno al suo posto, per niente storti o male allineati. Le scendeva un po' di saliva sul mento, e Jo la asciugò con un pezzetto di cotone rosso.

«Non può farci niente» disse Jo.

«C'è qualcosa che ti serve?» disse Hattie. «Qualcosa che posso portarti?»

«Vorrei che papà stesse sempre qui con noi».

«Ma certo. Però deve lavorare. Voglio dire, qualcosa che vorresti per te. Un vestito o un paio di scarpe nuove o un cerchietto per i capelli. O qualcos'altro, se potessi scegliere».

«Papà mi ha portato in città e ho visto un calendario, in un negozio».

«Un calendario» disse Marvin. «Per sapere che giorno è, e quanto manca perché il tuo papà torni a casa?»

«No» disse Jo. «Li so contare, i giorni. L'ho imparato a scuola».

«Allora a cosa ti serve un calendario?» disse lui.

«Sopra c'era la foto di un laghetto. Mi piacciono i laghetti.»

[…]

«C'è qualcosa che devi dirmi?» disse Hattie.

Jo aggrottò la fronte e le spalle.

«Se c'è qualcosa, ma non vuoi che il dottor Miller la sappia, lui può lasciarci sole».

Jo scosse la testa, guardando fisso per terra, muovendo un piede avanti e indietro. Suo padre aveva passato la cara vetrata sulla vernice, dove si stava staccando. Le piaceva come sembrava morbida sotto i piedi.

«C'è qualcosa, vero?» disse Hattie.

Jo annuì, continuando a fissare il pavimento.

«Di che si tratta, piccola ? Riguarda le tue sorelle?»

«Riguarda Mamma».

Hattie si accovacciò e si chinò verso di lei.

«A me puoi dirlo» disse.

«Mamma le canta sempre una canzone. Alla bambina. “Amazing Grace”. Parla della grazia».

«Si canta in chiesa».

«Lo so» disse Jo. Alzò il viso e guardò Hattie, con gli occhi scuri, nervosi ma pieni di fiducia. «Io però non so che cosa sia, questa grazia. E non saperlo mi fa paura».

Hattie dondolò sui talloni, non sapendo come rispondere. Non ci aveva mai pensato.

«Noi dobbiamo parlare un altro po' con la tua mamma» disse. «Forse puoi raccontare alle tue sorelle del calendario».

«Ma insomma, questa grazia cos'è?»

«Sei tu» disse Hattie. «È il modo in cui ti prendi cura di queste bambine. È quanto sei meravigliosa»


Per la prima foto, copyright: Timothy Eberly.

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