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Le ultime dal blog...

  • Autore: Morgan Palmas
    Mer, 06/05/2009 - 10:19
    Se narrare è immaginare, risulta forse semplice comprendere che da lì dobbiamo partire. Una delle tecniche più usate per raccontare una storia è di visualizzare prima di scrivere.
    Un esempio dal mondo della poesia per rendere l’idea: William Wordsworth, uno dei massimi esponenti del romanticismo inglese, dichiarò nella prefazione alle “Lyrical Ballads” che la “poesia trae la sua origine dall’emozione riportata alla mente nella tranquillità”.
    L’operazione non è molto diversa nella creazione di prosa, si hanno delle emozioni (non solo) e poi con calma si cerca di immaginare fatti, azioni, personaggi, eccetera.
    Se l’autore non ha avuto emozioni in ciò che scrive, può egli pretendere di donarle al lettore?

    Ecco allora che il consiglio di farsi trascinare con la mente fra visualizzazioni, in seguito ad un evento, appare più chiaro. Fotografando mentalmente, immaginando, emozionandosi, prendendo appunti anche. A chi decide di scrivere un romanzo non deve mai mancare un foglio e una penna per annotare scene vissute o osservate.

    Una volta da soli, si riporti alla mente tutto quello che serve per...






  • Autore: Morgan Palmas
    Mar, 05/05/2009 - 10:24
    Recarsi da Venezia a Torino in auto, attraverso quale percorso? La maggior parte risponderebbe che l’autostrada rappresenta la scelta più veloce, più di buon senso, partendo dalle gondole con un unico obiettivo: la Mole Antonelliana. Chi andrebbe a Bologna per poi andare a Modena, Genova, Milano, Varese, di nuovo Milano e infine nel capoluogo Torinese?.

    Nella scrittura accade spesso l’esatto contrario, ci si complica la vita, ci sono ritorni indietro nel tempo (flashback), non c’è linearità, la linea del tempo non è puntata per tutta la narrazione nel medesimo senso. O meglio, soltanto una mano esperta si può permettere risultati buoni facendo emergere le vicende senza che l’autore sia onnisciente.

    Decidere da principio se si è onniscienti o meno è fondamentale. Sia chiaro, vi possono essere effetti letterari e tecniche virtuose di ibridazione, però non è da raccomandare ad un principiante.
    Allorché cada la scelta sull’onniscienza dell’autore, avremo a disposizione la possibilità di creare attesa, coincidenze e sorprese in maniera consapevole. Pensiamo alle galline, girano di continuo la testa alla ricerca di chissà che cosa, un moto atavico di specie, così dobbiamo immaginare il lettore quando leggerà la vostra storia: mutamenti di prospettiva.
    Nell’altro caso invece si pensi a un elefante che avanza calmo e con lo sguardo ben fisso davanti. I fatti emergono uno dopo l’altro senza ricordi, senza flashback,...





  • Autore: Morgan Palmas
    Lun, 04/05/2009 - 11:37
    Il denaro permea la nostra esistenza. Eppure la letteratura ne subisce il fascino a tratti, velatamente, con ingenua ipocrisia talvolta. Ogni giorno vi sono nel mondo milioni e milioni di scambi attraverso l’uso del denaro: operai, ingegneri, tabaccai, imprenditori, contadini, insegnanti, sindacalisti, politici, giornalisti, eccetera. L’intera umanità lo riceve e lo consegna di continuo.
    In tale condizione, sia che si subisca sia che se ne benefici, sia nella povertà che nella ricchezza, narrare storie implica il più delle volte raccontare anche scambi di denaro.
    Quali modalità preferire? Alcune immagini che possano stimolare la fantasia.
    Ci sono, com’è ovvio, le monete e le banconote. Le prime possono essere lanciate a distanza, le seconde no, in un impulso d’ira. Le prime, cadendo a terra o su un tavolo, fanno rumore, non le seconde. In entrambe vi sono immagini, chi è rappresentato? Può questo divenire spunto per una coincidenza, per un ricordo, per una previsione?.

    «Ancora una banca, amico mio, ancora una banca!...», ripeteva con fare canzonatorio. «Metterei più...




  • Autore: Morgan Palmas
    Gio, 30/04/2009 - 07:07
    Non si scorgono nell’uso della lingua d’una persona abitudini, timbri, ripetizioni, ritmo? La caratterizzazione del linguaggio dei personaggi dovrebbe includere tali aspetti. Un protagonista non è solo azione e pensiero, altresì espressione linguistica.
    Chi ha letterariamente il convincimento che i dialoghi siano soltanto un’evoluzione distinta dall’utilizzo della lingua è alle prime armi nella scrittura. Il successo di non pochi scrittori appartiene alla capacità di gestire un personaggio in tutte le sue forme, dalle sue gesta fino alla ripetizione smodata d’un avverbio per esempio.

    Possiamo donare caratterizzazione ad un signore anziano in molti modi: il tipo di aggettivi che “frequenta” (se ne fa uso), il tono della voce, la velocità o la calma di pronunciare parole, le pause, l’abitudine a servirsi di espressioni di meraviglia (Davvero? Ne sei sicuro? Non scherzare dai! Ecc), termini desueti: l’elenco delle modalità potrebbe essere assai lungo.

    La mia esperienza è la seguente: quando mi cimentai circa dodici anni addietro alla stesura del mio primo romanzo, presi un quaderno e tenni alcune facciate per ogni personaggio che andavo inserendo nella storia. Non solo cercai di creare Davide o Antonio o Elena nel linguaggio adottato, tentai anche di pensare un’evoluzione del linguaggio (grazie a loro letture, esperienze, riflessioni). Quanto al principio che mi proposi, che era di natura davvero creativa, mi convinsi...




  • Autore: Morgan Palmas
    Mer, 29/04/2009 - 06:49
    Dalla finestra di camera mia si vede la pioggia. Più o meno nella maggior parte degli scrittori contemporanei, pur nelle diverse forme e intensità, si nota una sorta di povertà contestuale del termine pioggia, se non a volte addirittura un semplicistico inserimento senza arte né parte.
    Il senso di pioggia non sviluppato nel testo è come un fiore senza il suo profumo.

    Nel momento in cui si decide di consegnare un’immagine piovosa, non sarebbe fuori luogo descriverla con trasporto, fornendo dettagli preziosi. Pertanto la descrizione assume un significato centrale, è non soltanto un accessorio da risolvere con celerità (tanto ci interessa dire che piove, non altro, pensano i più), bensì, lasciando stare che sempre è un’accortezza delicata la resa climatica, un passaggio che consegna sensazioni, le quali possono trasportare la mente del lettore da un contesto ad un altro con armonia, senza cesure emotive dissonanti.

    Ma biasimo di certo non minore, e talvolta più grave, meritano coloro i quali non si curano affatto del clima in un testo, quasi la vita dei personaggi potesse...




  • Autore: Morgan Palmas
    Mar, 28/04/2009 - 10:58
    Scriverò oggi cose che ai più sembreranno banali, ma non lo sono affatto. Mi passano fra le mani scritture altrui ogni giorno, possiedo statistiche a mano entusiasmanti a riguardo.
    Vedo innumerevoli: E’, perchè, un pò, finchè, un’altro, macchè.
    Nella loro forma corretta: È, perché, un po’, finché, un altro, macché.
    Soltanto alcuni esempi, l’elenco sarebbe lungo.

    L’uso del capoverso è un altro tema delicato, chi ne fa un uso eccessivo (quasi ogni periodo) e chi sembra che non lo conosca. Nel secondo caso mi viene in mente Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcìa Marquez, parti lunghissime senza un capoverso, ma credo che un premio Nobel come lui potesse permetterselo. Al contrario penso Camera con vista di Edward Morgan Forster, nel quale troviamo un uso deciso e continuo del capoverso.

    La rilettura è fondamentale, consiglio: riletture con diversi obiettivi. Accanto a modalità per percepirne l’armonia dei contenuti, la sostanza dei dialoghi, la ricchezza delle descrizioni, le possibili ripetizioni, spendete del tempo a rileggere facendo grande attenzione a quelli che consideriamo generalmente banali errori.

    Se vogliamo proporre un manoscritto ad una casa editrice sarebbe opportuno curare con considerazione diligente la forma, l’abito in questo caso glorifica senza dubbio il monaco. Leggere un testo poco curato da tale punto di vista è sempre faticoso e indispone chi deve valutare l’opera.
    ...









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