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“Tauben Fliegen Auf” di Melinda Nadj Abonji

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Di Anna Costalonga

“Tauben Fliegen Auf” di Melinda Nadj Abonj, la capacità editoriale tedesca di guardarsi allo specchio

Melinda Nadj Abonji è una scrittrice svizzera, figlia di emigranti serbi della comunità ungherese della Vojvodina.
Il suo romanzo “Tauben fliegen auf”, ed. Jung und Jung, ha vinto lo scorso ottobre il Deutsches Buchpreis 2010, ovvero “il libro tedesco dell'anno”, prestigioso concorso legato alla Fiera del Libro di Francoforte.

È la storia della famiglia Kocsis, originaria della Vojvodina, della difficoltà con cui riesce ad integrarsi in Svizzera, e dei rapporti con i famigliari rimasti in Serbia, raccontati dalla figlia Ildi.

Non c'è una vera trama: gli episodi narrati sono spesso molto distanti tra loro, temporalmente e spazialmente.
La prosa è fitta di frasi interminabili, di ricordi a primo acchito a ruota libera.
Non c'è nessun dialogo diretto, ma nonostante questo, la lettura scorre agevole grazie al tono disincantato, molto critico e diretto, della narratrice.

Plapperton

La scrittura della Nadj Abonji è stata bollata in un lungo articolo apparso su Die Zeit a proposito dei finalisti del Deutsches Buchpreis come “Plapperton”, ovvero “chiacchiericcio”.
I primi capitoli del romanzo stordiscono quasi, nell'enumerare così a lungo dettagli e situazioni che non vanno al di là degli oggetti a portata di mano.
Solo procedendo nella lettura, quando dai primi ricordi di bambina si passa ai ricordi di adolescente e di giovane donna, si capisce che questo “chiacchiericcio” è voluto per contrastare una tematica forte, tragica, che emerge chiara nel bel mezzo della non-trama, e cioè la violenza della guerra nei Balcani e dell'intolleranza nei confronti degli immigrati.
Insomma, se questo stile “colloquiale” serve a darci la concretezza della quotidianità, possiamo dire che la Nadj Abonji ci presenta due tipi di quotidianità: la quotidianità della difficoltà dell'integrazione in un paese occidentale, rappresentata dagli episodi legati alla gestione da parte della famiglia Kocsis della caffetteria Mundial a Lugano, e la quotidianità della miseria, della guerra civile fra etnie diverse di uno stesso Stato.

Amarcord della Vojvodina

È un vorticare di personaggi, nel ricordo della narratrice.
Ecco i parenti poveri della famiglia Kocsis, quelli rimasti ancora in Serbia:
Mamika, ovvero la nonna paterna, il cugino Bela, premiato allevatore di colombe, che viene obbligato a partire per la guerra; Zio Piri e la moglie Icu, la loro figlia Csilla “diseredata” dal padre, perché fugge di casa per amore di un uomo, e decide di vivere in una povertà e in un abbandono, impensabili per le cuginette ormai naturalizzate svizzere..

Come in un gioco di scatole cinesi, o di matrioske, ciascuno di questi personaggi racconta la sua storia.
D'altronde è detto espressamente nel romanzo: “ogni individuo nasconde un segreto”. È evidente quindi che una famiglia ne nasconda molteplici.
A questo punto potremo dire ancor meglio che questo romanzo non sia una narrazione, ma una confessione.
“Nessuno sa cosa vuol dire per me questo posto” si dice nelle primissime pagine, descrivendo i luoghi della sua famiglia in Serbia.
Insomma, questo romanzo è una lunga confessione parlata (di qui il tono di “chiacchiericcio”) che scoperchia inevitabilmente altre confessioni.
Come ad esempio il racconto di zia Rosza, ovvero la madre della narratrice, che per convincere la nipote Csilla a tornare nella sua famiglia, le confessa il suo passato tragico di violenza domestica.

La violenza, appunto. La violenza famigliare di un padre che picchia la figlia adulta e la costringe a scappare di casa è solo una prefigurazione della violenza della guerra.

La guerra dei Balcani è un bordone che informa tutta l'opera, una tematica ricorrente, che esplode nelle pagine più riuscite, con la potenza della concretezza e del vissuto.
Ecco allora che del tanto deprecato “chiacchiericcio” rimane solo il calco, mentre si parla di altro, di una Storia e una Politica contro cui all'uomo comune non è dato opporsi, perché ne è vittima da generazioni.

“Zio Piri mette un secondo cuscino sulla sedia, si siede, e ci prega di prendere posto, e aspetta in silenzio, una mano sopra l'altra, che Zia Icu lo serva, e mentre il caffé fuma davanti a lui, ci siamo seduti tutti attorno al tavolo, Zio Piri allunga il mento, si passa una mano sulla barba e dice, nell'ultima guerra, mi hanno sparato alle spalle, la pallottola è entrata e uscita; il nostro caro zio che ora si slaccia la camicia estiva per mostrarci il posto esatto, la ferita, da allora il mio braccio sinistro è un po' più freddo del destro, dice e sorseggia il suo caffè, da allora io sento qui, proprio qui, vedete? Qui! Quello che mi si vuole nascondere, e Zio Piri cerca il berretto, e lo sbatte con un colpo sulla tavola come uno che gioca a carte (..)”

E più avanti maledicendo la figlia Csilla scappata di casa per amore:

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“… ma non durerà, uomini come quella testa di cane dell'uomo di Csilla spariscono dalla faccia della terra, già tutti dicono che ci sarà presto una guerra, e sono proprio questi i primi a essere chiamati nell'esercito popolare jugoslavo, si dà sempre il benvenuto a un mezzo zingaro, che deve combattere e crepare per i Serbi! (…) Tuuuu, urla forte Zio Piri (a Zia Icu, NdT), così forte che il tavolo vibra, tu vuoi dire che vuoi bene a tua figlia, anche se sta con un nullafacente, e li mantieni, lui e lei?
E che voler bene è il tuo, se vuoi la morte del ragazzo di tua figlia?
Avrebbe potuto averne uno di solido, le risponde Zio Piri, e il suo sguardo si perde in un punto imprecisato fra l'asciugapiatti e il calendario, poi accartoccia il suo berretto, si alza, ora ne ha uno che verrà usato come cibo per cannoni, ecco cosa, e Zio Piri dimentica di allacciarsi la camicia, ma il berretto, il berretto se lo mette in testa, con un movimento della mano scosta la tendina, che separa la cucina e la veranda, apre la porta sul cortile, ma Csilla, Csilla per me è già morta, urla, ai cani, a noi, sentite, dovete sapere tutto! Ai vicini, una volta avevo una figlia... Zia Icu, che si fa il segno della croce, lo guarda, e tu, dice, tu non sei stato usato dai partigiani come cibo per cannoni nell'ultima guerra, anche tu? E perché? Perché eri ungherese, e non hai mai ricevuto da loro un'arma, nel tuo reggimento Petöfi, ma tu e la tua spalla avete dimenticato da tempo, Piri mio, io no invece.”

Anche questa è quotidianità, ci dice insomma la Abonji. Una quotidianità feroce, dove le colombe prima ancora che simbolo di pace, sono solo cibo prelibato per gli uomini e gli uomini a loro volta cibo per cannoni, uomini che pur condividendo la stessa nazione si odiano fra loro perché di razze diverse.

Conclusione

L'assegnazione del Deutsches Buchpreis a Tauben Fliegen Auf, di Melinda Nadj Abonji, un'autrice che scrive in una lingua che non è la sua, è senz'altro una risposta molto forte della cultura tedesca al dibattito sull'immigrazione in Germania.
È un invito esplicito a considerare “il segreto” di tutti gli stranieri emigrati in suolo germanofono (e non solo). Ovvero la storia che si portano dietro, e dentro.
L'ascolto umano e letterario è il punto di partenza necessario per vincere “die Angst von Ausländer” la paura degli stranieri.
È una risposta forte contro certe posizioni anti-immigrati di cui si sono fatti portavoce esponenti di spicco della vita politica tedesca (basti pensare a Thilo Sarrazin, e al suo best seller “Deutschland schafft sich ab” - “La Germania si distrugge da sé”, dove si accusano gli immigrati musulmani di non volersi integrare).
Non c'è integrazione senza l'apprendimento della lingua del paese ospitante, certo, ma non c'è integrazione senza la predisposizione al recepimento – e alla diffusione – delle storie che gli immigrati portano con sé.

La prova del nove

A questo punto, mi sono chiesta: se Melinda Nadj Abonji non fosse stata serbo ungherese, se non avesse covato dentro di sé questi segreti famigliari, che romanzo avrebbe scritto?
La risposta paradossalmente è nel romanzo stesso: in quelle parti cioè in cui è narrata la sua vita quotidiana nella caffetteria dei genitori, a Lugano.
Dove si possono trovare intere pagine dedicate alla sua concentrazione nello schiumare il latte per i cappuccini e i milchkaffee da servire ai clienti.
Di certo un vuoto Plapperton, questo sì un vuoto chiacchiericcio senza spessore umano.
Dove non si usano più certe parole, perché non hanno più ragion d'essere certi ideali.

Ben vengano quindi storie nuove di realtà contemporanee diverse dalla nostra, se la realtà immaginativa, e quindi umana, della nazione letteraria in cui ci troviamo è limitata o sonnacchiosa.
Nessun voto finora

Commenti

Che dire : ho letto d'un fiato la vostra recensione.
Anna Costalonga : un nome che oggi è entrato nella mia vita e che cerchero' ovunque scriverà!!!Brava, brava ,bravissima!
Grazie di questa recensione eccellente, e che confermo, in quanto è proprio il libro di Nadj Abonji che ho tra le mani. Faccio ancora un po' fatica a leggere il tedesco, ma è uno dei miei obbiettivi futuri : parlarlo il piu' perfettamente possibile, visto che vivo una parte della mia vita in Germania.
Mi ha intrigato proprio il tema di questa scrittrice dell'integrazione in un paese straniero, col quale anch'io mi misuro da anni un po' in giro per l'Europa e che amo confrontare in quanto mette a nudo la nostra essenza di persone. Lei con un tono familiare (non sapevo cosa fossero le "flovurz", eheheheh)ci racconta questa esperienza, che se fosse di tutti eviterebbe tante idiozie sull'identità ed incomprensioni tra uomini.

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