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“Resta con me” di Elizabeth Strout

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Di Silvia Mango

“Resta con me” di Elizabeth Strout (Fazi Editore, traduzione di Silvia Castoldi)

Dopo Olive Kitteridge (Fazi Editore 2009) che le è valso il Premio Pulizter per la Letteratura 2009, Elizabeth Strout torna in libreria con quest’ultimo – da me ma non solo da me – attesissimo romanzo.
Mi precipito a comprarlo.
Sulla prima pagina leggo: “Il romanzo… è una preghiera esaudita”. Come, una preghiera esaudita? Non è forse un commento un tantino azzardato?
Poi inizio a leggere.
Ah, ecco. “Resta con me” è un libro incentrato sulla religione, zeppo di citazioni sacre e riferimenti sottratti ai testi liturgici. Detto così potrebbe sembrare un libro noioso, per qualcuno addirittura seccante. Fidatevi che non è così, anzi.

In breve la storia. Siamo nel 1959. In un piccolo paesino di provincia, nel Maine, arriva un nuovo ministro di culto, Tyler Caskey. È giovane e carismatico, e con i suoi modi affabili non fatica a far breccia nel cuore dei fedeli. Non è la stessa cosa per Lauren, la bella moglie, con i lunghi e folti capelli rossi, i capi d’abbigliamento sempre all’ultima moda e le scarpe col tacco alto anche d’inverno e con la neve, talmente bella e sfrontata da suscitare l’ostile curiosità dei parrocchiani. Fin qui, comunque, tutto più o meno bene. Dopodiché, Lauren muore d’improvviso di malattia e lascia Tyler solo, con due bambine piccole. Ed è a questo punto che inizia il romanzo vero e proprio. Tyler è distrutto dal dolore, entra in crisi, la sua convinzione religiosa vacilla. La figlia più piccola viene affidata alla nonna, l’altra, di cinque anni, rimane con lui e con lui si trincera dietro un ostinato mutismo per poi scoppiare in bruschi e brutali scoppi di ira a scuola, con i coetanei e con le maestre. E i parrocchiani che fanno? Si stringono in un abbraccio intorno a Tyler e alla figlia? Offrono conforto al reverendo che prima ancora del ruolo che ricopre è soltanto un uomo, un uomo che soffre? No, i parrocchiani preferiscono dar credito a un pettegolezzo: Tyler se la intende con la domestica. È un’indecenza, mormorano. Una sconcezza, sibilano. Una vergogna, insinuano. È un tam tam incessante. La congiura è fatta. L’uomo è battuto.
Ancora una volta, e con straordinario talento, la Strout ci accompagna nelle piaghe più profonde dell’animo umano, dove il buono non è mai completamente buono e il cattivo non è cattivo fino in fondo. E con altrettanto straordinario talento, la Strout mette in risalto quelle stesse contraddizioni con cui, prima o poi, ciascuno di noi è costretto a fare i conti.
La sua è una scrittura fatta di chiaroscuri: si cade, si precipita sempre più in basso per poi rialzarsi più forti ancora.
Allo stesso modo, per Tyler, nulla sarà più come prima, la sua stessa fede ormai è incrinata. Ciò nonostante, riuscirà a superare la crisi che l’ha travolto e questo sarà possibile unicamente grazie a tutto il bene che è stato in grado di donare.

A questo punto bisogna riconoscerlo, e permettetemi l’espressione, “Resta con me” è un romanzo dove è l’amore con la A maiuscola a trionfare. Non l’amore cui siamo abituati a leggere nei libri, quello con le ali dipinte di rosa per intenderci, no, qui si tratta di altro, di più grande, senza confini, perché qui, l’amore è comprensione, compassione.
È un romanzo rassicurante, non saprei come altro definirlo.
Insomma, per rendervi meglio l’idea, se mi chiedeste, ora che ho appena terminato la lettura, quali sentimenti ho provato e quali emozioni il libro è riuscito a regalarmi, beh, non potrei che rispondere, in tutta onestà, un gran senso di pace e di candore.
E ora, sono io a porre una domanda a voi: cosa desiderare di più, di questi tempi?
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