In cucina con Leonardo da Vinci, cuoco provetto

Perché è importante leggere

Come leggere un libro

Intervista a Nicholas Sparks, ecco come nascono i suoi romanzi

L'orto degli altri - 1: Il romanzo come segno dei tempi

800px-EdRickettsLab.jpg

Di Morgan Palmas

Il romanzo contemporaneo italiano

Un’altra nuova rubrica oggi, sceglieremo ogni martedì un articolo pescato in rete che ci sembra possa stimolare il dibattito sulla letteratura contemporanea. Capita che vi siano post originali, ciononostante la poca visibilità del blog o del sito condanna subito all’oblio; in altri casi non è questione di illuminare coni d’ombra, ma di troppa informazione.
Sul Romanzo, forte del suo migliaio di visite uniche ogni giorno, desidera sostenere approcci e visioni esterni alla redazione, convinti che incrociare, integrare, condividere sia l’unica strada per lo svelamento, divenire consapevoli è un impegno da non sottovalutare.

Un piccolo patto: noi cerchiamo di stimolare il dibattito, voi aiutateci a rafforzare il confronto: che cosa pensate dell’articolo? È così che la letteratura contemporanea italiana si sta rivelando?

***
Il romanzo come segno dei tempi

Un romanzo è figlio del tempo in cui viene scritto. A partire dalla fine del secolo scorso, non di rado con la tipica autoreferenzialità che caratterizza sempre questo tipo di dibattiti, il rapporto fra la mutazione sociale, politica ed economica di un Paese e la produzione narrativa è stato analizzato a fondo, cercando di identificare la caratterizzazione delle opere rispetto al cambiamento in atto.
Così, la definizione di “New Italian Epic”, coniata da Wu Ming, ha etichettato il romanzo di fine Novecento come frutto dell’impegno intellettuale seguito al crollo della Prima Repubblica e a una presunta assunzione di consapevolezza sociale e politica, che culminerebbe, in questo primo decennio del ventunesimo secolo con “Gomorra” di Saviano. Il nuovo romanzo, secondo Wu Ming, deve unire la presa di posizione etica, la capacità di analisi innovativa, se necessario fino all’azzardo, a una capacità comunicativa dell’autore (o dell’editore aggiungiamo) di creare “networking”, ovverosia di coinvolgere i lettori in comunità di dibattito reali e molto più frequentemente virtuali e favorire con la sua opera la creazione di “lavori derivati”, in una sorta di “creative commons” multimediale.
In altre parole, quelle semplici e banali che noi preferiamo, lo scrittore dovrebbe essere schierato politicamente, ampiamente sostenuto da un’azione virale attraverso i mezzi di comunicazione, produrre opere facilmente riducibili in versione cinematografica, capace di inventarsi eventi che con la lettura in se stessa non hanno necessariamente legame, se necessario diventando personaggio televisivo e di cronaca. Soltanto in questo modo si può creare il best seller.
Tutto questo è sicuramente vero se lo scopo del narrare è, appunto, creare il best seller. Ci pare di ricordare che anche nell’Ottocento, un ricco signore milanese, scrivendo un romanzo storico ambientato nella Lombardia del Seicento, riuscì a metaforizzare il Risorgimento, coinvolgendo i lettori in operazioni trasversali e multimediali, grazie alla contemporanea musica verdiana, producendo un’opera storica con una precisa posizione etica, dalla quale sono derivate ispirazioni per un’intera generazione di scrittori e artisti. Il best seller, in questo caso, fu anche un capolavoro. Nè deve fare storcere il naso l’idea di fondo che, in linea di massima, un capolavoro quasi sempre diventi un best seller.
Più banalmente ancora, ci pare che considerare la narrativa di Alberto Moravia o di Cesare Pavese figlia del trentennio a cavallo fra il declino del Fascismo e il boom economico possa, in questo umile contesto, essere considerata una semplificazione accettabile per quanto riduttiva. Uno scrittore che non narrasse del suo tempo sarebbe o uno storico anziché un romanziere, o un autore di fantascienza, e anche su quest’ultima brutale semplificazione sicuramente chiediamo venia.
Se la stagione della nuova epica politica nel romanzo italiano appare conclusa con “Gomorra”, viene naturale chiedersi, oggi, quale percorso stia imboccando la nuova narrativa. A giudicare dalla variazione dei temi affrontati nei manoscritti che ci vengono sottoposti, siamo tentati di azzardare che il ripiegamento intimistico, l’analisi introspettiva e il distacco sociale siano il nuovo fronte del romanzo del secondo decennio di questo secolo. Un fronte, lo diciamo subito e con la cruda franchezza che contraddistingue questa casa editrice, al quale non daremo alcun sostegno, inteso come sostegno alla pubblicazione, a meno di ripensamenti puramente commerciali e distonici rispetto alla nostra linea culturale.
Proprio la crisi dei riferimenti sociali, conseguente a quella economica, e delle certezze che sembravano caratterizzare il mutamento politico degli Anni Novanta, chiamano lo scrittore a cimentarsi non sull’analisi del sé, ma sul tentativo di capire il mondo, e quindi gli uomini, che lo circondano. Perché tanto ci aspettiamo da colui che ambisce al titolo di intellettuale e non di scribacchino. Una richiesta che non deve essere intesa come un nuovo richiamo alla politicizzazione del romanzo in senso ideologico, che ci basterebbe seppellita con “Gomorra”, ma a un approfondimento nel quale l’uomo, il protagonista, viva una fabula constestualizzata nel momento storico. Momento che è politico, sociale, economico, ma anche personale. Elio Vittorini e Leonardo Sciascia lo seppero sicuramente fare, se ben ricordiamo.
Se così non sapremo fare, non ci resta che la manualistica, che rappresenta la sconfitta totale della letteratura come impegno sociale e il riconoscimento che il confine dell’orto è l’unico orizzonte al quale possiamo ambire.


Fonte: Marco Valerio

Nessun voto finora

Commenti

Non possiamo che essere grati a Morgan Palmas per aver rilanciato questo tema, che ci sta a cuore, e che in qualche modo riteniamo dovrebbe stare a cuore ai lettori di un blog letterario che del romanzo fa il proprio tema portante. Seguiremo con estrema attenzione i commenti e gli interventi che ci auguriamo pertinenti.

Reduce da una mattinata di letture, come sempre accade dopo un fine settimana "lungo", che a quanto pare invoglia gli scrittori a postare romanzi in allegato email, cerco di entrare nel tema del dibattito, senza alcuna pretesa di analisi letteraria, ma nell'umile spirito di "scribacchino" editoriale.
La posizione della casa editrice coincide in questo caso (mica sempre, sia chiaro!) con la mia personale. Il momento sociale si rispecchia sicuramente nella tipologia di manoscritti che vengono presentati in casa editrice: disorientamento e ripiegamento sono le caratteristiche più comuni di queste storie. Quello che il nostro direttore editoriale ha evidenziato, ritengo, è la ricerca di storie che sappiano interpretare la crisi dei valori in modo costruttivo e, appunto, "epico".
La mia lettura di questo fine settimana è stata il romanzo "Risurrezione". Lev Tolstoj per intenderci.
In fondo potrebbe essere la storiellina di un principe russo innamorato di una povera fanciulla finita in carcere ingiustamente. Anzi, lo è. Ma sullo sfondo di questa storiellina d'amore si anima un popolo intero alla vigilia di quei movimenti che pochi decenni dopo avrebbero portato alla rivoluzione sovietica. Posso anche raccontare la vita di una ragazza che lavora in un call center, ma se non riesco a disegnare almeno sullo sfondo una società nella quale milioni di persone si recano al supermercato e giunte alla cassa riposano i generi alimentari acquistati perché non hanno denaro sufficiente, se non riesco a parlare degli operai barricati all'Asinara, se non riesco... a rendere la crisi di fine Ottocento in Italia come la rese Fogazzaro nei suoi pure minimalisti romanzi... a raccontare l'avventura di un uomo e una donna come Vittorini in "Uomini e no" (http://it.wikipedia.org/wiki/Uomini_e_no) nello scenario della Milano del 1944, allora non ho fatto "epica". Il che non significa essere di sinistra o di destra, cattolici o laici, "impegnati" o "disimpegnati". Significa guardarsi intorno, e guardandosi intorno scrivere in modo "universale", cioè di qualcosa che interessi i lettori al di là del qui e ora.

Al di là della lettura imprecisa del memorandum dei Wu Ming, a cui d'altra parte ha replicato lo stesso WM1, non riesco a capire cosa si intenda con

«la politicizzazione del romanzo in senso ideologico, che ci basterebbe seppellita con “Gomorra”»,
e perché il libro di Saviano, che del "tentativo di capire il mondo, e quindi gli uomini, che lo circondano" ha fatto cifra centrale, venga relegato a una fase "conclusa", addirittura "seppellita" senza grossi rimpianti, e non lo si possa considerare come un robusto esempio dell'auspicato "approfondimento nel quale l’uomo, il protagonista, viva una fabula constestualizzata nel momento storico. Momento che è politico, sociale, economico, ma anche personale". Invito a rileggere alcune pagine di Gomorra: si tratta proprio di questo, di una lettura del Paese e della sua economia, dei meccanismi che stanno dietro i tendaggi dello squallido teatrino della nostra politica, della crisi infinita che porta adolescenti che non sono grandi abbastanza da doversi radere a sognare di diventare boss, di avere donne, macchine, negozi e potere per poi morire ammazzati.
Più crisi di valori di così.

Pienamente d'accordo, invece sul netto rifiuto di una letteratura totalmente ripiegata su di sé, sull'ultraintimismo, sul minimalismo di comodo, e sulla volontà di pubblicare libri che abbiano in sé la tensione conoscitiva proiettata sul presente; una volontà che non può che fare onore a una casa editrice che se ne faccia portabandiera.

Non siamo stati noi a dire che Saviano ha concluso un ciclo, bensì Wu Ming. E quanto alla lettura "imprecisa", forse non sappiamo scrivere romanzi, ma sappiamo ancora leggere, con buona pace di chi dichiara tutto e poi il contrario di tutto.
La nostra posizione è contraria all'uso ideologico del romanzo, non certo all'impegno sociale dello stesso.
Molte altre discussioni sono state postate qui
http://www.marcovalerio.com/il-romanzo-come-segno-dei-tempi/

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Se il codice inserito non è corretto, viene segnalato un errore (box rosso). Se il codice inserito è corretto e il tuo commento viene segnalato lo stesso come spam non ti preoccupare, non riscriverlo; la redazione lo pubblicherà al più presto.

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.