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Un libro a Milano. Il Salone della piccola e media editoria indipendente

Metti un weekend di novembre a Milano, uno di quelli in cui il tempo è tutt’altro che clemente: cosa ci può essere di meglio che scoprire che la tanto paventata scomparsa dei piccoli e medi editori, anche se solo per tre giorni, non è poi così vera e, si spera, neanche così vicina?

“Un libro a Milano, II Salone della piccola e media editoria indipendente” ha riempito per tre giorni, dal 26 al 28 novembre scorso, le sale del SuperstudioPiù di via Tortona sfatando due grossi preconcetti. Il primo, che la crisi della piccola e media editoria inglobata dalle grandi case editrici ne abbia già decretato la fine; il secondo, e forse più importante, che a scegliere questi editori “minori” siano degli autori di serie b. Ne aggiungerei un terzo, ma bisognava forse esserci per crederci, che la gente non legga e che non acquisti libri di autori meno noti.

Il Salone, nella sua formula e nella gestione degli spazi, ha ricordato per molti tratti quello più noto della Fiera del libro di Torino, manifestazione all’ennesima edizione che si svolge al Lingotto nel periodo primaverile. Stand affollati di lettori e curiosi, presentazioni di libri svolte in contemporanea in più punti segnalati dalle mappe stampate sui programmi e da una voce al megafono per ricordarne l’inizio, spazi per bambini, spazi ristoro, divani a disposizione per una pausa lettura.

Di certo un grosso problema per la piccola editoria è quello di fare arrivare la propria voce al lettore, colpa dei costi di distribuzione e di quelli di copertina che non possono essere abbattuti. Il Salone del libro di Milano è stato una grande occasione, una cassa di risonanza non indifferente.

Dietro agli Stand editori come Giulio Perrone Editore, Gruppo Perdisa Editore, Adelphi, Edizioni Bignami, Nottetempo solo per citarne alcuni, e poi tante edizioni per bambini e ragazzi, genere fin troppo trascurato ma estremamente significativo in seno al mercato del libro, con Edizioni Artebambini, L’Isola dei ragazzi, Topipittori e altri.

Tra le tante, mentre mi aggiravo tra gli stand e inseguivo le varie presentazioni passando da un noir a un libro sulla relazione fra cinema mente e corpo, merita di essere segnalata l’originale iniziativa di Donnedicarta: la prima casa editrice per lettori di cui abbia mai sentito parlare.

L’associazione no profit Donnedicarta è nata a Roma nel 2008 dall’idea di quattro donne inaugurando un modello di cooperazione fra editori, librai, autori e lettori; una sorta di catena di solidarietà per un obiettivo comune: la lettura. L’associazione ora raccoglie appassionati in ogni parte d’Italia, dai 16 ai 92 anni, ha toccato 90 tappe nel giro dell’ultimo anno e vanta uno statuto sul Diritto alla lettura. Sulla scia del progetto dello scrittore madrileno Antonio Rodriguez Menendez la proposta è quella di imparare a memoria dei libri, noti e meno noti, e andare in giro a dirli a voce alta per condividere insieme il piacere puro della parola, dell’ascolto e del tempo che si fa lento.

Dopo aver assistito per un’ora alla performance di sei “donne-libro” che fanno i mestieri più disparati ma che sono principalmente delle lettrici appassionate, ognuna delle quali ha recitato a memoria brani di autori noti, notissimi o poco noti con evidente commozione, alla domanda rivolta al pubblico “Tu che donna-uomo libro sei?” ho risposto accorata “Io sono Cent’anni di solitudine di Marquez” poi sono corsa a casa a impararne a memoria la prima pagina. Magia della lettura.

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Commenti

Se non ricordo male l'idea dell'uomo-libro la incontriamo in Faranaith 4oo e rotti, si tratta, in quella occasione, di reagire a tentativi di "oscuramento" da parte di un regime titanno che vieta i libri e li brucia. Dobbiamo cogliere nell'iniziativa della piccola editoria un segno di allarme? Dobbiamo tener conto di quanto Giulius Fucik scrive sotto la sua forca: "Uomini, vi amavo. Vegliate."?

E' Carlo Bo, non un Pinco Pallino che passa o la vecchietta delle mele, che avverte di stare attenti alla piccola editoria: là in futuro cercheremo e troveremo le pagine migliori del nostro tempo, stampate male qualche volta, mal vendute, poco lette, ma scritte senza tener d'occhio il mercato e i mercanti.

Ricordi bene Anonimo, infatti il progetto di menendez al quale Donne di carta si intitola si chiama proprio faranaith... sarà 451?
D. Pirrera

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