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Sul ristagno della narrazione italiana

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Di Michela Polito

Narrativa italiana e americana

Dal saggio Nei sotterranei della provincia tratto dal Mestiere dello scrittore di Tondelli è nata una mia riflessione sul provincialismo della cultura italiana, che si estrinseca nel carattere fortemente regionale delle sue esperienze letterarie, e quindi disunitario, oltre che in un immaginario limitato, al contrario della cultura americana, che si potrebbe definire archetipica, capace cioè di parlare dell’uomo in maniera più trasversale, non legata ad una realtà spazio-temporale specifica con tutti i limiti che essa comporta. 

La domanda che mi sono posta successivamente è il perché di questo paragone a favore dei narratori d’oltreoceano e ho individuato diverse ragioni plausibili.
Innanzitutto gli Americani non hanno un bagaglio culturale alle spalle con cui fare i conti, che di certo arricchisce ma nello stesso tempo tiene ancorati al passato e inibisce spinte innovative e sperimentalismi vari.
In secondo luogo la disponibilità di un territorio geograficamente così esteso è forse un altro alimento primario per l’immaginario americano “senza frontiere” (in particolare nel suo saggio Tondelli focalizzava l’ attenzione su Kerouac, lo scrittore che per antonomasia ha vissuto e parlato della libertà nei termini più estremi, introducendo il tema del viaggio come esperienza esistenziale, il tema dell’India, rappresentando così, anche per i giovani italiani stufi degli angusti spazi dei nostri centri, una possibile idea di fuga).

È stato anche supposto che la cultura americana riesca ad interessare la popolazione globale anche quando parla di fatti storici autoctoni molto più di quanto non riesca a fare la cultura italiana perché dal momento che gli Americani percepiscono il loro contesto storico in fase ascendente, anche l’immagine che trasmettono di sé nelle arti risulta avvincente e degna d’interesse anche per popolazioni non direttamente coinvolte in quei fatti. Questa tesi si lega però anche ad un fattore economico: essendo l’America a capo del mondo globalizzato ha più facilità di noi ad esportarsi anche in termini di materiale culturale, senza contare che gli Anglosassoni si spostano fisicamente con più facilità di noi, e di certo questo è un fattore determinante in quanto portatore di un’esperienza che costringe a toccare con mano la vita, vale a dire a rigenerarsi come esseri umani ogni volta che avviene un cambio di ambiente, stimolando la capacità di adattamento e di interazione con persone nuove, che già di per sé è fonte di arricchimento spirituale, oltre a stimolare un immaginario più ampio.

Benché le motivazioni del fenomeno siano disparate, resta il fatto che gli autori italiani, vuolsi di cinema o di letteratura, non sono stati in grado, almeno dalla fine del Neorealismo, di parlare delle vicende di casa nostra senza interessare particolarmente gli altri. Per esempio, perché a nessuno interesserebbe assistere a un film sul Risorgimento (neanche a molti tra gli stessi Italiani) eppure sulla conquista del West sono state fatte saghe di grande successo che hanno riscosso il consenso di appassionati in tutto il mondo? È la conquista del West un fatto più avvincente che le battaglie combattute in nome della liberazione e dell’unificazione di un popolo o gli autori italiani non sono stati in grado di raccontare questi fatti in maniera altrettanto avvincente?

Credo di poter affermare con cognizione di causa che il motivo di questo sbilanciamento sia proprio da ricercarsi in un passato che grava sulla creatività degli autori nostrani i quali, portando sulle spalle la croce del melodramma e del più bieco romanticismo di Secondo Ottocento, hanno una paura congenita di risultare retorici qualora si trovino ad affrontare argomenti di ordine sentimentale o storico-patriottico.
Tuttavia per uscire dal vicolo cieco della produzione di materiale letterario o cinematografico non proprio da strapparsi i capelli non è necessario né sensato evitare in tronco di parlare dei fatti di casa nostra, ma sarebbe d’uopo parlarne in maniera molto più dettagliata. Infatti il solo modo per raggiungere un respiro universale è abbassarsi nel particolare, cosa che già le popolazioni celtiche migliaia di anni fa erano arrivate a formulare nel famoso aforisma: ciò che è in alto è come ciò che è in basso. 
Con questo si sottintende che non è affatto necessario fare arte impegnata per rendersi interessante, né tanto meno intellettualistica. È finalmente arrivato il momento di toccare le persone con le emozioni, non più col raziocinio, ma per fare ciò l’unica tecnica di cui è necessario e urgente impadronirsi è la capacità di addentrarsi e scavare. Forse in questo sta la lezione degli Americani. Con questo non voglio dire che sia adeguato o meno fare della narrazione impegnata, letteraria o cinematografica che sia, soltanto che la cosa centrale non deve diventare l’impegno ma deve rimanere la storia raccontata.
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