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“Quando la notte” di Cristina Comencini

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Di Barbara Greggio

“Quando la notte” di Cristina Comencini (Ed. Feltrinelli)

Siamo sulla stessa strada, Manfred, io da un lato, tu dall’altro.
Marina non è come le sue sorelle, lei è strana e lo è sempre stata. Il pensiero è la migliore delle compagnie, la libertà di dedicarsi ad un mondo di fantasie le manca. Non ha più tempo, Marina. Ha un figlio ora, che non dorme e piange. Lo strazio del pianto si conficca nel cervello, fino a spegnerlo. Il buio, assenza di suono, e poi di nuovo la luce. Un mese da sola con lui, in montagna. Un mese lontano da Mario, suo marito, trenta giorni per dimostrargli che ce la può fare, che non è l’incapace che lui sospetta. 

Felicità, infelicità, che cazzate Manfred. Tu mi hai preso a calci per farmi alzare da dietro la porta. Così è quando hai un figlio, la vita ti prende a calci, se no lo sai provi a scansarti, pensi di poterli evitare. Se lo sai li incassi, tieni duro, ami e odi, perché è questo che devi fare, e lo devi sapere. Io ora lo so perché ti ho incontrato. 

Manfred guida i turisti su per la montagna, li porta al Gigante, si fermano a mangiare i panini alla Murena, guardano il Crocifisso di legno che sembra di carne e arrivano fino al rifugio di famiglia. Sono solo uomini, i Sane, un padre e tre figli. La madre non ha retto la montagna, se n’è andata via con uno straniero. Li ha lasciati a crescersi a vicenda, un unico blocco di pietra contro la maldicenza della gente. A Manfred tocca di veder andar via anche la moglie con i figli. Solo nel silenzio della sua montagna. Una casa, la piccozza, la camicia a quadri. E un appartamento da affittare d’estate. Marina dorme sopra di lui, s’ignorano. Fino a quando una notte tutto va in frantumi, il vino si mescola al sangue e il buio torna a colpire. Marina e Manfred si dividono. Lei su al rifugio, lui giù alla casa. Fino a quando una notte tutto va in frantumi, di nuovo. La cretina e lo zotico. Poi, d’un tratto, la cretina e lo zoppo. Un filo silenzioso e fragile li unisce, ispessendosi fino a divenire corda che non si spezza. Mi tiene, mi ha sempre tenuto, l’unico. Pensa lei. Voglio questa donna, è l’unica che voglio. Cerca di confessarle lui. L’orgoglio che li unisce li divide. Lei tentenna, lui la allontana. Si sono salvati, una notte, la luce ha rischiarato il buio dei loro cuori, dando ad entrambi una seconda possibilità. 

Passano gli anni, rimane la saliva in bocca, il gusto di un bacio che non si è mai davvero interrotto. Marina cresce, impara a fare la madre, fa un’altra figlia, si perdona. Pensa a Manfred, lo sogna, va avanti per lui. A lui deve tutto. Manfred torna con Luna, sua moglie, apre un albergo. Storpio e rigido, una gamba morta, l’altra irrobustita, sparge brecciolino davanti all’albergo, guarda i figli farsi grandi. A lei no, non pensa troppo. Quindici anni lontani, a vivere due vite a metà. Poi la bufera, la funivia che si ferma, la jeep che corre giù per la montagna, un albero spezzato, le urla, la corriera che puzza d’alcol e il freddo nelle gambe. Stringo la giacca, mi stendo nell’angolo. Non è cambiato nulla da allora, sola sempre con le tue fantasie. Quando la notte un uomo incontra la sua donna, la ama, la ricopre con il peso del suo corpo e la stringe forte a sé. In quel momento comprende che Questa è la mia donna, non è la moglie né la madre dei miei figli, ogni mattina cerco di non volerla, ma non ci riesco. Si può vivere nel vuoto del silenzio per tutta la vita o decidere di andare via lontano e dare veramente un senso alla vita.
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