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“Per l’alto mare aperto” di Eugenio Scalfari

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Di Chiara Dell'Acqua

“Per l’alto mare aperto” di Eugenio Scalfari

Nessun personaggio della letteratura mondiale, probabilmente, è famoso come Odisseo. Per la sua intelligenza, l’astuzia, la curiositas e il gusto per la ricerca, Odisseo ha raffigurato, da Omero a Saba, «l’aurora della modernità».
Anche Eugenio Scalfari si ispira all’eroe omerico, in Per l’alto mare aperto. La modernità e il pensiero danzante (Einaudi, pagg. 281), scegliendo il verso 100 del celebre XXVI canto dell’Inferno: «ma misi me per l’alto mare aperto/sol con un legno e con quella compagna/picciola da la qual non fui diserto». L’Ulisse di Dante, attraverso il suo viaggio alla ricerca di “virtute e canoscenza”, metafora della condizione umana, è un monito contro la “brutalità”. E come testimoniano i versi di Anna Achmatova in esergo, Scalfari vede oggi gravemente minacciato da barbari senza spada il patrimonio culturale dell’umanità e sente il bisogno di ricordare quello che la modernità ha prodotto e di cui siamo beneficiari distratti.
Lettore onnivoro fin da adolescente, quando «Internet era ancora sulle ginocchia degli dei», Scalfari scrive il suo testamento spirituale: pagine che non parlano di fatti ma di pensieri.

Le pagine più affascinanti sono dedicate a Nietzsche. Giorgio Colli, nell’introduzione al Così parlò Zarathustra (Adelphi), per descrivere il potere della lettura nicciana, parla di ciceone, l’antica bevanda dell’iniziato ai misteri di Eleusi. «Un filtro potentissimo», scrive Scalfari, che è il potere della letteratura, dalla Bibbia ad Omero, dai tragici a Platone.

«La modernità è un viaggio e racconta il viaggio» e quello del moderno Ulisse comprende quattro secoli di storia: comincia alla fine del Cinquecento con Montaigne e termina «tra le braccia della follia» con Nietzsche, con ripercussioni fino a metà del Novecento. Novello Virgilio è Diderot, seduto su una panchina del Palais-Royal a Parigi, dove ogni mattina va a pensare, che accompagna il nostro viandante da Montaigne che, nei suoi Essais, scritti nella torre solitaria di un castello, per la prima volta mette in discussione l’assolutezza della verità, affermandone la relatività: «Io non descrivo l’essere, descrivo il passaggio».
L’itinerario ci porta in Spagna dal Don Chisciotte di Cervantes, che «apre la storia del romanzo moderno» e poi a quattro importanti stazioni per il pensiero filosofico: Cartesio, Spinoza, Kant ed Hegel.
Una nuova fase si apre con il Romanticismo e Chateaubriand, raccontato in un dialogo appassionato tra Saint-Beuve e Fumaroli, e prevede l’incontro con Toqueville, Leopardi e Goethe, «il nume tutelare della modernità».
Se Poe e Baudelaire sono «i figli ribelli e melanconici della modernità», il lungo tramonto inizia con Rilke, prosegue con Kafka, Proust, Joyce e l’Ulisse, metafora della decostruzione del mito omerico. Ancora quattro fondamentali passaggi: Tolstoj e Dostoevskij demiurghi di nichilismo e rivoluzione, come Marx e Freud di eguaglianza e libertà.

Tappa finale italiana, con un grande poeta, Eugenio Montale e un grande romanziere, Italo Calvino. Suo compagno di banco durante gli anni del liceo a Sanremo, Scalfari ricorda il Calvino delle Lezioni americane, soprattutto della prima, dedicata alla poetica della leggerezza, la stessa che ispirò Leopardi: «il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare».

Da leggere. Per ricordare, soprattutto in questi tempi “brutali” che, attraverso il pensiero e la scrittura, l’uomo s’india.
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