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Pause di riflessione

di Marcello Marinisi

Per proseguire le nostre elucubrazioni sull’essere scrittori e sul mestiere di scrivere, mi viene incontro una questione personale che da qualche mese tiene banco nelle mie peregrinazioni sinaptiche alla “ricerca di me stesso”.

Uno scrittore si confronta giornalmente con la propria creatività, è inevitabile. Coloro i quali si avventurano nella scrittura di un romanzo, si ritrovano infischiati in intrecci interminabili, tele che si tessono e da sole di sciolgono e poi si rimescolano talmente tanto che tenere il punto di tutti gli elementi risulta spesso arduo, soprattutto se ci si incaponisce e si comincia ad avere la spiacevole sensazione di sbattere contro un muro di gomma inespugnabile.

Leggendo le interviste degli scrittori ci si accorge subito di una cosa: essi si immergono completamente nelle proprie storie, nei loro mondi possibili. Ma questo può portare a essere considerati asociali, incapaci di creare e mantenere relazioni che vadano al di là di quelle con i propri personaggi. Si può passare per alienati e questo non giova certo alla propria “immagine pubblica”. Così, almeno che non si voglia vivere in un eremo, si finisce per fare dei compromessi, il peso dei quali è stabilito dal livello di tolleranza delle persone che ci stanno intorno (amici, parenti, compagne ecc.).

Cosa fare?

Ed ecco che vengo alla vicenda personale. A luglio di quest’anno ho concluso la seconda revisione del mio secondo romanzo, parte di una saga composta da cinque libri (non aggiungo altro perché non mi piacciono le pubblicità occulte). Così come avevo fatto alla fine del primo, mi sono quasi immediatamente tuffato nelle fasi preparatorie del terzo romanzo e nella stesura delle bozze dei primi capitoli, tutto preso dalla storia, dagli intrecci, dai nuovi personaggi e compagnia bella. Senza guardarmi intorno, senza prendere fiato, un salto da una rupe dopo essere salito fino in cima.

Da circa un mese, adesso, non ho scritto una parola di più. Il romanzo è fermo e lo è per una serie di ragioni che non sto qui ad elencarvi, ma soprattutto perché sentivo la necessità di dedicare un po’ di tempo alla vita fuori dalla scrittura.

Ecco di cosa volevo parlare.

Esiste un limite oltrepassato il quale si feriscono le persone che ci stanno a cuore? Gli scrittori sono talmente assorti nelle loro narrazioni da non accorgersi della solitudine degli altri?

Sono interrogativi che mi sono posto e che volevo condividere con voi, lettori e scrittori e appassionati “seguaci” di Sul Romanzo. Perché in fin dei conti, nessuno è completo senza gli altri e, forse, gli altri sono il sale che arricchisce oltre che la nostra vita anche i nostri racconti, le nostre storie.

Scrivere è faticoso, spesso è un processo doloroso e ci ritroviamo piegati su noi stessi mentre nella nostra mente si formano le immagini, proprio nell’istante prima che esse scorrano lungo le nostre dita e fluiscano sulla carta o lungo i circuiti di un personal computer per imprimersi nella memoria dei nostri dispositivi di immagazzinamento dati. Non tutti sono in grado di comprendere fino in fondo quello che uno scrittore prova nel momento in cui apre il rubinetto della sua creatività e lascia che il flusso travolgente delle parole e delle immagini venga fuori. Eppure, sono proprio loro le persone che ci stanno vicine.

Allora è giusto prendersi una pausa, lasciare che mondi e personaggi sedimentino nelle nostre menti e che ci liberino un po’ delle loro presenze ingombranti. Dedicare un po’ di tempo agli affetti, perché forse non diamo loro le giuste attenzioni quando ci immergiamo – con un eccesso di egoismo? – dentro noi stessi, nei recessi delle nostre menti, pronti a creare “la più bella storia che l’uomo abbia mai letto”.

Qual è il confine, allora? esiste?

Io credo che un limite ci sia e sia quello posto dalla nostra sensibilità. Senza gli altri siamo poco più che carne e fiato. Siamo esuli in un isola di immagini e parole.

Il mio è un invito a non isolarsi, un invito a guardarsi intorno e coltivare i propri affetti, perché le parole vanno e vengono, ma quello che seminiamo ritorna sempre, nel bene e nel male.

Allora ben vengano le pause di riflessione, perché servono alla propria sfera della socialità e sono utili per potere guardare qualcosa che ritenevamo perfetta con un pizzico di autocritica che non guasta mai.

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