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Note di prosa - 17

Di Morgan Palmas

Quello che un uomo è per se stesso, che lo accompagna nella solitudine, e che nessuno gli può dare o togliere è per lui evidentemente più essenziale di tutto il resto che egli possiede, o di tutto quello che egli può essere agli occhi degli altri. Un uomo dotato intellettualmente, in completa solitudine, può intrattenersi in modo assai dilettoso con i propri pensieri e le proprie fantasie, mentre il continuo avvicendarsi di intrattenimenti, spettacoli, gite e divertimenti non riesce a difendere da una tormentosa noia un uomo ottuso. Un carattere buono, moderato, mite, può essere contento anche in condizioni precarie; mentre non lo è un carattere avido, invidioso, e maligno, nonostante tutte le ricchezze. Ebbene, proprio per colui che ha in stabile godimento una individualità fuori dal comune, spiritualmente eminente, la maggior parte dei piaceri in genere vagheggiati sono del tutto superflui, anzi molesti e fastidiosi. Così Orazio dice di se stesso:

Gemmas, marmor, ebur, Tyrrhena sigilla, tabellas,
argentum, vestes Gaetulo murice tinctas,
Sunt qui non habeant, est qui non curat habere*

E Socrate, alla vista di oggetti di lusso messi in vendita, disse: “Quante cose ci sono di cui io non sento il bisogno”.
Per la felicità della nostra vita quindi è ciò che noi siamo, la personalità, in assoluto la cosa preminente e la più essenziale, già per il fatto che è attiva costantemente e in ogni circostanza.

[da Parerga e paralipomena di Arthur Schopenhauer]

*Gemme, marmo, avorio, statuette etrusche, quadri, / argento, vesti colorate con la porpora dei getuli, / c’è gente che non ne possiede, e c’è chi non cura di averne (Epist. II, 2, 180-182).


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