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L'essenza dell'esperienza del Giappone

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Di Michele Ruele

Giappone e viaggiare

J.G. Ballard ci ricorda, in La mostra delle atrocità (Feltrinelli, pg. 15), che «nel linguaggio ordinario diciamo che un individuo possiede una grande estensione nel tempo e un’estensione insignificante nello spazio».
In tempi di diritti alla mobilità, viaggi aerei, pendolarismi più o meno ampi e possibilità di escursioni spaziali quasi illimitate (o così sembra) l’umanità lotta con l’estensione «insignificante» nello spazio. Una delle carte del mutamento che è iniziato nel Novecento e che corrisponde a qualcosa che si chiama anche Postmoderno.

Così è detto nel tentativo di essere elegante e colto. In altri termini invece: l’espansione spaziale del sé è a portata di tutti e si risolve in se stessa, tutta in superficie. In barba alla retorica e alla cultura del viaggio, la maggior parte degli spostamenti ha poco del viaggio e delle esperienze del viaggio. Se nel viaggio, tradizionalmente, si va alla ricerca di un’essenza, in quella dimensione della modernità che è la rapidità (ma anche nelle strutture economiche e antropologiche del mutamento) quell’essenza svapora.

Però è necessario misurarsi con il fenomeno, e occorre analizzare l’homo turisticus. Si possono ricordare fra molti altri i libri dell’antropologo Duccio Canestrini, per esempio Trofei di viaggi e Non sparate sul turista (Bollati Boringhieri) o Andare a quel paese (Feltrinelli), e il suo sito www.homoturisticus.com. Oppure alcuni libri di Franco La Cecla.

Ammesso che si possa analizzare uno svaporamento.

Occorre anche raccontarlo. Raccontare le brevi esperienze di “altri mondi” che la modernità consente a chiunque, e soprattutto ai fessi del tutto compreso. Questa esperienza tutta superficiale delle cose.

Con Claudio Giunta e Il paese più stupido del mondo (il Mulino, 176 pgg., 14 euro) non siamo nell’antropologia e nemmeno nella critica letteraria. Giunta è oggi forse il più esperto italianista nell’ambito delle origini letterarie italiane; sta per uscire un Meridiano delle Rime di Dante curato da lui. Siamo nella nonfiction, se vogliamo dare un nome al genere. Giunta è un normalista (della Normale di Pisa cioè) che si occupa del pop. Un D.F. Wallace incrociato con Philip Larkin e Gianfranco Contini: un bel miscuglio. E il tono che lascia il gusto più interessante è l’ironia: profonda, colta, antifrastica e molto umana.

Il libro è dedicato al Giappone, ma si parla anche dell’Italia. Si parla di un viaggio di lavoro, una permanenza di due mesi che permette di capire qualcosa del Giappone, e soprattutto del modo che hanno i non giapponesi di rappresentare il Giappone, a sé e agli altri.

«Dato che la nostra esperienza del mondo, dei vari posti del mondo, dura ormai pochi giorni, al massimo settimane, raramente mesi, a seconda che si tratti di uno scalo, di una vacanza, di un lavoro temporaneo, dato che le cose stanno così, una descrizione di quello che si vede e si prova in quei posti, una descrizione delle cose così come si presentano, può non dire niente di serio sull’essenza del luogo ma dice certamente qualcosa sull’essenza dell’esperienza».
Al visitatore curioso viene da comparare i particolari con il generale, da confrontare il proprio mondo con quello nuovo, da far assurgere a simbolo i particolari. Giunta non resiste alle tentazioni che hanno tutti, ma le padroneggia e le fa diventare qualcosa di più: non l’essenza ma l’essenza dell’esperienza.

Non specula nemmeno sulla propria cultura letteraria: se vai in Giappone puoi leggere molti libri e metterti nella loro scia. Ma se il Giappone di Fosco Maraini a Giunta piace, gli pare anche che quel tipo di libro non sia oggi quello che a una persona media può fare il caso; e le esperienze letterarie di Calvino, di Parise e di Roland Barthes cadono sotto la forza dell’analisi e dell’intelligenza. Roland Barthes, per esempio: come può aver scritto L’impero dei segni lo stesso autore di Miti d’oggi?

Ed ecco il racconto di ristoranti, inviti a cena, conversazioni, il sumo, le lezioni universitarie, gli abbonamenti alla palestra, l’infantilismo e la cortesia, l’abitudine di fare regalini, gli spostamenti in treno, le stazioni eccetera. Nessuno ci capisce niente, alla fine, perché il Giappone – che non è il paese più stupido del mondo – non si capisce: come l’Italia, ecco il sugo della storia, è molto stupido, anzi, Italia e Giappone si stabilizzano come due poli di stupidità: «… la civiltà come dev’essere bisognerebbe cercarla da qualche parte vicina al mezzo, equidistante fra la terribile serietà dei giapponesi e la buffoneria degli italiani, tra la pesantezza insostenibile della vita giapponese e l’insostenibile leggerezza della vita italiana».

Come l’Islandese di Leopardi, il viaggiatore Giunta sembra alla ricerca di qualcosa di meno peggio se non proprio della felicità.

Un caso che il prossimo libro sarà sull’Islanda?

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