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Intervista a Giulio Mozzi

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Di Morgan Palmas

Vorrei anzitutto chiederle qual è stato il percorso professionale che la ha portata a diventare un talent scout e a occuparsi di editing.

Non è solo un percorso professionale. Sono nato in una famiglia padovana colta e benestante; sono stato educato fin da piccolo a parlare con correttezza e proprietà (se il pulcino fa pio!, la chioccia automaticamente fa co-co; se sbagliavo un congiuntivo, automaticamente mia madre mi correggeva); sono stato educato al ragionamento logico e coerente (i genitori sono biologi); sono stato educato alla lettura (e a buone letture). Tutte queste cose non sono indispensabili, ma aiutano molto. E, naturalmente, non c’è nessun merito nell’averle ricevute (c’è, casomai, il dovere di metterle a frutto per gli altri).
Frequentai il migliore liceo della città (classico); decisi di non frequentare l’università. Trovai il mio primo lavoro grazie a un diploma di dattilografia. Un lavoro di segreteria, niente di che: ma nell’ufficio stampa della Confartigianato del Veneto. Dove trovai alcune persone (Gudio Lorenzon, Germana Parolini, Maurizio Pescarolo) che ritenendo io avessi qualche capacità, mi addestrarono a scrivere. Scrissi moltissimo, in quegli anni (1982-1989), sugli argomenti più svariati. Nemmeno un foglio usciva dall’ufficio stampa senz’essere letto e riletto, eventualmente discusso e riscritto. E questo è già editing.
Quando decisi che ne avevo abbastanza della Confartigianato, cercai un lavoro più terra terra. Entrai come fattorino alla Libreria internazionale Cortina di Padova. E lì successe qualcosa: cominciai a scrivere racconti; grazie all’iniziativa dell’amica Laura Pugno ne feci circolare uno; grazie alla generosità di Marco Lodoli questo racconto fu letto in alcune case editrici; grazie al coraggio di Paolo Repetti e Beniamino Vignola uscì, nel 1993, il mio primo libro.
Nel risvolto del libro, lì dove di solito c’è la biografia dell’autore, feci scrivere: “Giulio Mozzi è nato nel 1960. Abita a Padova in via Michele Sanmicheli 5bis” (ora abito sempre a Padova, ma in via Comino 16b). Mi arrivarono molte lettere. Mi arrivarono anche romanzi o racconti scritti da persone che, evidentemente, pensavano di poter ricevere da me un aiuto.
Quello stesso aiuto che Marco Lodoli aveva dato a me; e che mi aveva fatto un gran bene. Non potevo rifiutarlo ad altri. Cominciai quindi a segnalare al mio editore qualche testo che mi sembrava bello.
Nel 1995 Massimo Canalini, allora patron di Transeuropa, mi propose di fare, insieme a Silvia Ballestra, un volume con racconti di ragazzi giovani, sotto i venticinque anni. Una cosa, evidentemente, sulla scia dei famosi volumi Under 25 curati da Pier Vittorio Tondelli. Non so perché Canalini, che non conoscevo, mi considerò adatto. Al telefono, quando mi chiamò, sostenne che ero adattissimo. E io ci provai.
In quei mesi – lavoravo ancora in libreria – mi capitò sottomano, presso un grossista, un libretto dall’aria autoprodotta. S’intitolava Trio senza pianoforte. L’autore era Vitaliano Trevisan. Lessi, mentre attendevo che mi compilassero la fattura, la prima pagina. Me lo portai a casa.
Nel frattempo le edizioni Theoria, che dovevano pubblicare il mio secondo libro, andarono in crisi. L’editore, per fare un po’ di cassa, cedette a Einaudi alcuni titoli del catalogo. Alcuni di questi costituirono i primi numeri della collana Stile libero. Il mio secondo libro uscì nei Coralli.
Cominciai a collaborare con quel che restava di Theoria. Ci fu il tempo di pubblicare ben pochi libri. Uno di questi fu Altri miracoli di Mariolina Venezia. Di Trevisan pubblicammo Un mondo meraviglioso, mentre in Einaudi, nel 1998, presentai I quindicimila passi. Presentai anche Diego De Silva, ma evidentemente sbagliai qualcosa. Il suo primo libro, La donna di scorta, uscì per Pequod. Poi trovò anche lui, per conto suo, la strada di Einaudi. In quegli anni cominciai a fare quello che comunemente si chiama editing. Dove, sia chiaro, in qualche caso si tratta di difendere il testo dell’autore dalle pretese dell’editore, in altri casi di liberare una farfalla da quanto resta della crisalide, in altri casi ancora di cooperare allegramente per l’allegria del lettore: eccetera. C’è tutta una varietà di casi.
Nel 1996 avevo lasciato il lavoro in libreria. Cominciai a campare di cose varie: qualche lavoro da ufficio stampa, molte ore in aula. Dal 1993 facevo, presso il circolo culturale Arci “Lanterna magica” di Padova, dei corsi di scrittura creativa. Nel 1997 la cosa diventò di moda, e mi trovai a insegnare un po’ dovunque.
Nel 2000, precisamente il 4 agosto, avviai vibrisse, il “bollettino di letture e scritture” che, cambiando veste ed evolvendo nei contenuti, è sopravvissuto fino a oggi (e forse è, al momento, la più antica pubblicazione letteraria italiana nel web: o m’inganno?). La pubblicazione di vibrisse e la popolarizzazione dell’uso della rete mi conferirono una straordinaria reperibilità. Così accadde che mi chiamò dalla casa editrice Alpha Test, e mi dissero: vorremmo aprire un nuovo marchio per fare narrativa e saggistica, ti interessa? Mi interessava assai.
Il nuovo marchio si chiamò Sironi, e devo dire che devo a Sironi e alle persone che ci lavorano alcuni tra gli anni più belli della mia vita. Ci capitò la fortuna di far esordire Tullio Avoledo (che arrivò a me su segnalazione di Mauro Covacich), Maurizio Torchio, Alberto Garlini, Laura Pugno, Umberto Casadei, Leonardo Colombati, Maria Luisa Bompani, Giorgio Falco, Fabio Bussotti, Massimo Cassani, Giancarlo Onorato e altri: alcuni di questi autori hanno poi pubblicato con editori più grandi e più illustri; altri no; ma a me importa del valore delle opere. M’importa del valore letterario altissimo di Trevisan, Pugno, Bompani o Casadei; m’importa della dignità morale di Avoledo o Garlini; m’importa della capacità di Bussotti o Cassani di intrattenere e divertire con intelligenza, buon gusto e rispetto; m’importa del coraggio inventivo di Colombati od Onorato.
Nel 2006 m’inventai vibrisselibri: un progetto non privo di errori, avviato con grandissimo entusiasmo (e con tante belle persone). Ora faticosamente stiamo andando a chiuderlo; ma fu una cosa interessante e leggermente (nel 2006; ora non più) in anticipo sui tempi. E anche lì si trattò non solo di trovare nuovi autori, nuovi testi: ma di puntare programmaticamente su quelli che chiamavamo “libro mostruosi”, i libri che il sistema editoriale, così com’è, non è in grado di pubblicare.
Nel 2008 reincrociai Paolo Repetti, che uscito da Theoria aveva avviato con Severino Cesari l’avventura di Stile libero. Nel frattempo l’esperienza con Sironi andava verso la consunzione, a causa di alcune scelte – anche mie – sbagliate. Cominciai dunque a lavorare per Einaudi; e i risultati di questo lavoro si vedranno nel tempo, perché gli editori grandi sono più lenti degli editori piccoli.
Il 2010 ha portato la bella novità di Laurana. Una collaborazione amichevole. Tra i primi libri pubblicati, Sangue di cane di Veronica Tomassini sta ottenendo molta attenzione. La cosa curiosa è questa: io tenevo moltissimo a quel romanzo, lo proponevo a destra e a manca, e non riuscivo a convincere nessuno. A Laurana – quando io nemmeno sapevo che stesse per esistere una cosa chiamata Laurana – arrivò per tutta un’altra via, e piacque subito. La collaborazione amichevole venne come conseguenza.
Ho raccontato una storia lunga e particolare; tutta mia; irripetibile. Ma così andò. Se ho fatto del bene facendo questo lavoro, ringraziate Marco Lodoli: che fece del bene a me.

Esistono un percorso standard o canali privilegiati oppure ritiene che vi siano più possibilità per occuparsi di nuovi talenti letterari?

Sinceramente: non so rispondere. Non mi sembra che esistano “percorsi standard” per diventare cercatori di belle opere letterarie, così come peraltro non esistono “percorsi standard” per diventare autori di belle opere letterarie.
Se uno volesse, fortissimamente volesse avviarsi in questo mestiere – che a me è capitato un po’ alla volta, e senza molta intenzione da parte mia – direi: devi scegliere se vuoi lavorare dentro le case editrici, o fuori. I grandi editori, se hanno bisogno di una persona interna per il lavoro di redazione, spesso chiedono agli accademici con i quali hanno rapporti di segnalare un allievo; oppure fanno una proposta a qualcuno che si sia segnalato lavorando per un piccolo editore. Più raramente si rivolgono ai loro stessi autori.
Se si vuole stare fuori, è possibile presentarsi agli editori con dei progetti.
Credo che i master o le scuole di editoria siano un buon passaggio verso il lavoro, interno o esterno. Bisogna stare attenti nel momento in cui si sceglie dove fare il tirocinio (che è la parola italiana per stage): perché il tirocinio può essere tempo perso come può essere l’occasione della vita.
Ma nessuno di questi percorsi ha delle specificità verso il lavoro di cercatore di belle opere letterarie.

Come è in concreto la sua giornata lavorativa? Quali sono le sue specificità imprescindibili?

Non riesco a immaginare cosa possano essere le “specificità imprescindibili” di una giornata di lavoro.
Quanto alla “concreta” giornata lavorativa, nella mia vita una giornata è diversa dall’altra. Io non campo della sola consulenza per Einaudi Stile libero (che ha sede a Roma). Ho una collaborazione con l’Istituto per la sperimentazione didattica ed educativa della Provincia di Trento (Iprase), ovviamente nell’ambito della didattica dell’Italiano. Da poco ho chiuso un grosso lavoro con la Cooperativa sociale Progetto Muret di Torino, che si occupa di persone con patologie psichiatriche. Conduco laboratori di narrazione lì dove mi viene proposto, e sto lavorando a un progetto per una sorta di scuola di narrazione da fondare a Milano. Lavoro da alcuni anni con la Fondazione Fontana di Padova, in un progetto di sensibilizzazione agli Obiettivi del Millennio dell’Onu. La mia giornata-tipo consiste nell’occuparmi di molte cose diverse, e di solito comincia con la sveglia alle cinque e un treno da prendere.
Ogni giorno devo trovare tempo per leggere (in treno, soprattutto), per progettare (quasi mai da solo: in coppia, in gruppo, con un partner aziendale), per inventare (cosa che succede nei momenti più diversi), per studiare (non si finisce mai), per lavorare sui testi, eccetera.
Posso parlare degli ultimi sette giorni. Oggi è venerdì. Venerdì scorso ho lavorato in casa: ho letto e annotato circa ottanta pagine d’un romanzo; un lavoro di pre-editing, perché l’editing vero è quello che si fa faccia a faccia. Sabato e domenica ho condotto un seminario di narrazione a Grosseto. Lunedì mattina (partenza da Grosseto alle cinque di mattina) ero in Fondazione Fontana a Padova. Lunedì pomeriggio ho letto dattiloscritti. Martedì ho proseguito il pre-editing di cui sopra. Mercoledì sono stato a Trento per l’Iprase (partenza da Padova alle 6.48, rientro alle 22.15). Giovedì sono stato a Milano (partenza da Padova alle 7.26, rientro alle 19.34): un giro di librerie dell’usato al mattino, pranzo con un giovanotto che mi ha mandato qualche tempo fa un romanzo imperfetto ma interessante, pomeriggio presso Laurana. Venerdì, cioè oggi: mattina in Fondazione Fontana, pomeriggio a smistare corrispondenza e altro (tra l’ “altro” c’è anche la scrittura di queste righe). È stata, in sostanza, una settimana tranquilla.

Nel mondo editoriale vede più merito rispetto al “sistema” Italia o reputa invece che il pensiero comune dell’amata raccomandazione sia purtroppo la via più comune? Quali percentuali fra le due?

Conosco il settore editoriale; non conosco tutti gli altri settori italiani. Quindi non posso fare paragoni. Mi sembra che la domanda, così com'è formulata, implichi il consenso su un luogo comune, e cioè: "In tutti i settori italiani la raccomandazione imperversa". Mi domando se questo luogo comune è vero o no. Faccio notare che nel settore privato la pratica della cosiddetta "segnalazione" è del tutto normale, ed è sana ed economica. Le aziende dovrebbero forse assumere, per lavori molto qualificati e specialistici (ricordiamo che l'editoria è un settore nel quale ci sono quasi solo lavori molto qualificati e specialistici), solo persone del tutto ignote, non parenti e non pupille e non amiche di nessuno? O dovrebbero bandire pubblici concorsi? Se l'editore Tale mi dice: "Conosci mica una persona con queste e quelle caratteristiche professionali", e io segnalo Tizio, si può dire che sto "raccomandando" Tizio? (Ovviamente, se segnalo Tizio e Tizio si rivela un incapace, Tale non mi chiederà mai più di segnalare qualcuno). Ci sono nelle aziende persone incapaci messe in certi ruoli solo perché sono parenti di, protetti di, amanti di, eccetera? Mi viene in mente qualche caso. Mi vengono in mente anche i disastri economici prodotti da queste persone. Mi viene in mente il culo che è stato fatto a chi le ha messe lì. Un'azienda privata esiste per il profitto. Può tollerare – così come si tollera che gli esseri umani siano imperfetti – un certo grado di corruzione. Ma non più di quel certo grado. I bilanci non possono risentirne più che tanto.
Più che della "raccomandazione", io mi preoccuperei della precarizzazione, e più precisamente del sottopagamento. Le aziende editoriali si stanno svuotando; molte fasi della lavorazione dei libri vengono esternalizzate. Ci sono ormai case editrici senza redattori, senza ufficio stampa, talvolta senza editor. Ora, il problema non è l'esternalizzazione in sé. Il problema non è che chi vent'anni fa poteva ragionevolmente sperare di "sistemarsi" in un'azienda editoriale come redattore, oggi deve invece gestirsi una quantità di lavori e lavoretti per una molteplicità di editori. Il problema è che questi "liberi professionisti per forza" sono sottopagati. E, se non stanno alle condizioni imposte, semplicemente non trovano lavoro: c'è sempre qualcuno disposto a farlo per meno soldi, e c'è un esercito di tirocinanti in attesa.
Il guaio è che siccome il lavoro editoriale è tanto bello, o almeno viene immaginato come tale, e siccome di lavoro in generale in questi tempi ce n'è poco, ci sono persone dispostissime al sottopagamento o addirittura al lavoro gratuito (ho conosciuta una persona al suo quarto tirocinio: di sei mesi in sei mesi, due anni interi di lavoro senza prendere un soldo).

Se crede nel merito, quali sono le sue azioni quotidiane per favorirlo?

Non capisco cosa voglia dire “credere nel merito”, perché non capisco come si possa credere in qualcosa, a meno che non si tratti di Dio. Ovviamente cerco di portare alla pubblicazione opere belle e non opere brutte: mi pare più sensato. Se un editore mi chiede di segnalare un traduttore, credo di segnalare un traduttore bravo e non un traduttore scarso: mi pare più sensato. Eccetera.

Che cosa stima in uno scrittore esordiente e che cosa invece detesta?

Mi pare una domanda sciocca. In uno scrittore esordiente – cioè che abbia pubblicato un primo libro – stimo ciò che potrei stimare in chiunque: l’intelligenza, la cordialità, la professionalità, la puntualità eccetera eccetera; e detesto ciò che potrei detestare in chiunque: il mentire, il lavarsi poco, il fare la cresta sui soldi, il parlare a vanvera.

Che cosa pensa delle case editrici a pagamento?

La maggior parte son dei ladri. Per i particolari rimando all’inchiesta di Silvia Ognibene, Esordienti da spennare, pubblicata da Terre di Mezzo

Un consiglio a chi vorrebbe intraprendere la sua attività.

Non pensare di camparci. Se vuoi camparci, devi dare alle aziende solo e soltanto ciò che le aziende vogliono. Se invece campi d’altro, o anche d’altro, sei più libero.
Questo vale per i mediocri, come me. Se invece sei un genio e hai un sacco di personalità, non badare al mio consiglio.
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Commenti

Standing ovation all'autore dell'intervista e all'intervistato!

Limpide risposte. Bisogna dire che senza il suo indefettibile "spirito ferroviario" Giulio avrebbe forse fatto meno strada:-)

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