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A cosa serve la letteratura di fantascienza: Kurt Vonnegut

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Di Carlotta Susca

Kurt Vonnegut e la fantascienza

Si corre il rischio di trascurare la fantascienza per i soliti pregiudizi su determinati generi letterari. Discorso lungo, quello sui generi, e che spesso porta a declassare i libri fantascientifici come divertissement da lettore estivo, o considerandoli carta da consumo adolescenziale alla stregua dei fumetti (anche questi, spesso, serissimi e degni di attenzione).

Ma la corrente fantascientifica in cui si inseriscono le opere di autori con una coscienza e con una forte consapevolezza dell’importanza della scrittura, quel tipo di fantascienza, svolge un servizio al lettore e alla letteratura che molte opere “realistiche” o presunte tali non si avvicinano nemmeno lontanamente a lambire. Trasfigurare la realtà è una operazione che, se svolta con intelligenza ed ironia, si rivela il modo migliore per parlare di ciò che ci è attorno, di ciò in cui siamo troppo immersi per poterlo giudicare obiettivamente: per via del principio di indeterminazione di Heisenberg, del groviglio gaddiano o, per dirla con Wallace, perché i pesci non sanno quasi mai cosa diavolo sia l’acqua.

Allora nessuno meglio di Bokonon, il santone consapevolmente ed espressamente cialtrone di Ghiaccio-nove (Feltrinelli 2003) può mettere in luce l’inconsistenza delle religioni e, allo stesso tempo, la loro pervasività nonostante o forse proprio grazie alla loro inconsistenza. Nulla meglio dei nonsense bokononiani può definire in maniera cristallina le sovrastrutture sociali in cui siamo invischiati. Patria, famiglia, etnia? Falloon. L’utilizzo ironico dei neologismi vonneguttiani non fa che accrescere il piacere della lettura: situazione problematica? Pool pah, tradotto sia come “tempesta di merda” che come “ira divina”.

La dimensione controfattuale della fantascienza consente allo scrittore di creare binari paralleli alla storia ufficiale in modo che l’effetto di straniamento svolga il suo compito e illumini le pieghe della realtà in maniera impietosa: come la luce di un neon, che fa capolino tanto spesso nella narrativa americana contemporanea. Anche Philip Roth, ne Il complotto contro l’America, con una operazione simile a quella dell’ultimo Tarantino (Bastardi senza gloria) gioca con la fantascienza seguendo uno dei binari morti della storia, una delle possibilità inespresse nel mondo reale ma ancora possibili in quello testuale, come teorizzato da Calvino nelle Lezioni americane, come cristallinamente espresso da Borges in alcuni dei suoi perfetti racconti surreali.

Allora, si può dire agli scrittori di fantascienza, con Vonnegut: 

“Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi, quello che ci fanno gli equivoci tremendi, gli errori, gli incidenti e le catastrofi. Voi siete i soli abbastanza stupidi per tormentarvi al pensiero del tempo e delle distanze senza limiti, dei misteri imperituri, del fatto che stiamo decidendo proprio in questa epoca se il viaggio spaziale del prossimo miliardo di anni o giù di lì sarà il Paradiso o l'Inferno”.

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Commenti

Coem dice Valerio Evangelisti: è solo nella fantascienza che si trovano descrizioni realistiche (sì, realistiche!) del mondo in cui viviamo.

vi consiglio la lettura integrale:
http://www.giugenna.com/2009/07/31/evangelisti-una-narrativa-adeguata-ai...

Credo davvero in queste parole, e più leggo storie di fantascienza (ormai uno dei pochi generi letterari che frequento con assiduità, forse per amore, forse per pigrizia) più aumenta in me la consapevolezza che negare la nostra realtà implica riaffermarla in modo più potente. Questo, secondo me, è il primo strumento di uno scrittore di fantascienza, più ancora dell'immaginazione, della penna o della carta - è la negazione.

Due opere su tutte: "1984" di George Orwell e "Fahrenheit 451" di Ray Bradbury; per non parlare dei libri di Asimov. Insomma, la letteratura di fantascienza, così come il fantastico in generale (io sono un cultore della fantasy, letta e scritta), è una delle forme più alte di osservazione, comprensione e critica della realtà. Attraverso il linguaggio del fantastico, è vero, si riescono a tessere realtà che si stagliano sul nostro mondo come lenti di ingrandimento.

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