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Una testimonial d’eccezione a Mantova: Chiara Valerio, autore-spettatore

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Di Alessia Colognesi

Un'intervista a Chiara Valerio, presente al Festivaletteratura di Mantova

Uno scrittore è un lettore? E un lettore?
Sembra un gioco di parole ma a Mantova scrittori e lettori si confondono e con fare camaleontico si aggirano nei luoghi del Festival.
La specie degli autori-lettori si risveglia la mattina di buonora, ti può capitare di intravederli poco dopo su un palcoscenico e la sera, ti stanno seduti a fianco da spettatori, mimetizzati nella platea del loro libro preferito.
Chiara Valerio, è a pieno titolo un autore-spettatore, autrice di Scritture Giovani 2006, da molti anni partecipa attivamente al Festival di Mantova e per Sul Romanzo è la prima testimonial d’eccezione di Festivaletteratura 2010.

Come sarà il Festival 2010 di Chiara Valerio?

Pieno di incontri e di parole come sono stati tutti i miei festival di Mantova dal 2007 a oggi.

Perché pensi che sia importante (se lo pensi) che uno scrittore partecipi a festival ed eventi letterari?

Non penso che sia importante che uno scrittore partecipi a un festival o a un evento letterario. Io vorrei che uno scrittore non avesse volto. Ho incontrato il volto di Marguerite Yourcenar o di Italo Calvino, molto dopo averli letti e amati. Mi rendo conto però che il mio è un discorso impossibile, bambino (e pure un po’ naif) in un mondo letterario nel quale i mezzi di comunicazione di massa determinano fortemente la possibilità di un romanzo, di un saggio o di una poesia, di arrivare alle persone. Detto questo, so che ci sono realtà, come per esempio il Festivaletteratura di Mantova, che pur avendo un fortissimo impatto mediatico, pensano ai libri molto prima che agli scrittori, pensano ai lettori prima che agli scrittori, e trattano gli scrittori come lettori, trasformando, come per magia e per qualche giorno, tutto in parola. Nei giorni di Festivaletteratura le parole stanno sulla testa e sotto i piedi dei passanti e questo mi sembra, mi è sempre sembrato, una grazia, una fortuna e una possibilità.

Com’è entrata nella tua vita la scrittura? Quando hai deciso di farne una professione?

Non mi piace il termine professione. Ho sempre saputo che se fossi stata fortunata scrivere avrebbe somigliato a un mestiere. Qualcosa che non ha albi, non cerca riconoscimenti, anche se qualche volta li trova, e che si fa con le mani. Che viene prima, che sta sotto, che è connessa assai strettamente con la capacità di guardare il mondo e di trascrivere questo sguardo in parole strutturate in frasi, che è legata, in maniera ancora più vincolante, alla capacità di ascoltare il mondo e di tradurre quelle eco in parole con un ritmo certo, talvolta cauto, ma sempre preciso e riconoscibile. La scrittura è entrata nella mia vita abbastanza presto. Quando ho capito che leggere Casa di bambola era come avere una Casa di bambola nella quale far muovere i pupazzi. Solo che potevo portarmela dietro dovunque, potevo invitarci chiunque, senza fare fatica, semplicemente in uno zaino.

Cos’è per te scrivere? E far di conto?

Scrivere è il mio modo per colmare la distanza tra me e il resto del mondo e tra me e me. E quando facevo di conto, era lo stesso.

In che modo l’ambiente in cui vivi, la tua vita, le canzoni, i film, i libri degli altri, influenzano la tua scrittura?

Tutto influenza quello che scrivo. Ne influenza i temi, i colori, i ritmi come dicevo prima. Ma questo ha a che fare con quello di cui si scrive. Il gesto dello scrivere è un esercizio perenne di distanza e di allontanamento. Del giudice ne Lo stadio di Wimbledon scrive Bisogna tenere i libri lontani dai dolori. E dalle gioie. E dall’aria aperta. E dalla morte. E dall’amore. Restandoci sempre immersi, in mezzo, e sotto.

Lo stile di uno scrittore si evolve nel tempo? E come si crea?

Io penso che lo stile di uno scrittore sia il ritmo narrativo di uno scrittore. Che si scriva prima di tutto con le orecchie. E quindi lo stile di uno scrittore si evolve, si consuma, si affina, si corregge come qualsiasi altro senso umano. Non si crea, si coltiva.

Com’è cambiata la tua scrittura in questi anni e quale scrittore vintage ti ha più influenzata?

Ho rinunciato definitivamente al punto e virgola, alle virgolette. Vorrei sempre più riuscire a comporre frasi autoreggenti, senza punteggiatura. E detto questo, e nonostante sembri contraddittorio, credo che la mia scrittura si sia aperta, si sia fatta più lieve, credo che abbia inteso, e io con lei, che si può raccontare, che si deve raccontare. Che accertato il ritmo, bisogna avere il coraggio di cacciare impudicamente fuori quello che davvero interessa, appartiene, quello che davvero ci è proprio, e di scriverlo in modo che possa essere letto. Penso che la mia scrittura abbia smesso di mostrare le ossa, lo scheletro, per passare alle forme. Ne sono contenta e spero continui. Tutto quello che ho letto mi ha influenzata. Sono assai contenta però di poter discutere con Luigi Romolo Carrino di Berto perché per me Berto è uno scrittore che, a ogni libro, si è ritrovato in mano un’opera prima per tematica, per mole, anche per ritmo in fondo, e nonostante questo ha conservato sempre un punto di vista molto riconoscibile. Penso che per uno scrittore italiano sia utile leggere Berto, coglierne il mestiere, i limiti e gli eccessi.

La tua scrittura, dalla tua prima raccolta di racconti e in tutti i tuoi romanzi successivi, esalta i particolari che si stagliano dalla narrazione e diventano il cuore del tuo stile. Quale tra i cinque sensi orienta ed è la tua fonte d’ispirazione?

L’udito. E poi i polmoni, anche se non sono un senso. Ho sempre raccontato a partire dai particolari perché penso che sui particolari, sulle cose minime o misere, le persone si incontrino e si abbandonino. E incontrarsi e abbandonarsi sono verbi comunissimi agli essere umani. Questo mi ha sempre emozionato.

In che modo ti sei preparata al tuo Festival?

Leggendo. Io leggo ossessivamente, voracemente, felicemente. Anche quando le cose non mi piacciono.

Sarai anche spettatore oltre che ospite di alcuni eventi del Festival? Se sì, quali incontri ti incuriosiscono?

Andrò a seguire l’incontro tra Pennacchi, Pavolini e la Janeczek, gli incontri del vocabolario con Giuseppe Antonelli, l’incontro tra Elisa Ruotolo e Michela Murgia, e la presentazione del libro di immagini di Vanity Fair, un po’ di mondanità intelligente è divertente no?, poi, per il resto, mi lascerò sorprendere da Mantova. Mi succede sempre.


CHIARA VALERIO partecipa agli eventi 54. Il cielo è rosso di Giuseppe Berto e 168. Petra Hulova e Claudia Rusch con Chiara Valerio.
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Commenti

Ho odiato fortemente Chiara all'evento 168 poichè è riuscita ad annacquare qualsiasi percezione dei libri e degli autori in questione.
Le sue domande erano talmente arzigogolate che risultavano incomprensibili sia a noi sia quindi, soprattutto, ai traduttori, e quindi alle autrici.
Ho trovato questa una mancanza di rispetto assoluta, aggravata dal fatto che pure quando le è stata fatta notare questa cosa non ha chiesto scusa e non ha cercato di rimediare, bensì ha continuato il suo personalissimo show.

Per me leggere un libro è, a contrario di quello che pensa Chiara, anche fondamentalmente conoscere l'autore, e riconoscerne il genio, l'acutezza, e l'intelligenza.
Non riconoscerò mai quindi quello di Chiara,

Raramente ho letto un giudizio tanto gratuito, ottuso e maleducato. Impari l'educazione e non spari a 0 a suo piacimento. Vergogna Sugar Mais!

Vergogna, detto da un anonimo, le si rivolta contro 100 volte.

Abbia il coraggio di farsi vedere e contraddire quello che ho detto piuttosto.

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