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Non cambiare Idea su Zadie Smith: un percorso para-sentimentale

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Di Giovanni Ragonesi

Zadie Smith per fighetti?

Presto nel secolo (era il 2001), tardi nella giornata (era sera inoltrata), Bologna (anziché un quartiere periferico della sterminata Great London). Un lettore persuaso apriva, malgrado la snobistica reticenza nell’approcciare un titolo pompato su tutti i giornali da un iperattivo ufficio stampa Mondadori, Denti bianchi, romanzo n. 1 di una giovane e bellissima (mai avuti problemi nel sottolineare che un autore o una autrice possono essere aggettivati anche come belli) esordiente anglo-giamaicana che rispondeva al nome di Zadie Smith.
Si era giunti all’acquisto attraverso l’insistenza entusiasta di un amico che era stato suo compagno di università a Cambridge. Ne lodava i meriti, ne riportava – con quella orgogliosa e ammirabile fiducia britannica – le recensioni del Sunday Times e di altre autorità giornalistiche, comprese quelle dall’altra parte dell’Atlantico che definivano la grazia della sua prosa ‘sovrannaturale’, senza tralasciare gli allori di Granta e di McSweeney’s. Dopodiché, con orgoglio e un’abbondante manciata di provincialismo, la ricordava nel suo appartamento da studentessa dove la dispensa era sempre vuota, il concetto di igiene molto discutibile e l’acconciatura afro provocatoriamente maleodorante e, più avanti nella lettura, sempre in qualità di compagno di studi malgrado i suoi ultimi tentativi di contatto tramite mail fossero rimasti senza risposta, mi aiutò a capire e a decifrare gli elementi autobiografici dissimulati.
La lettura fu entusiasmante. Per la ricchezza della storia, per le tante sfumature che completavano personaggi e situazioni, per quell’andamento narrativo così ‘naturale’ e forsteriano (anche se la lezione di Forster darà i suoi veri frutti alcuni anni più avanti), per la rappresentazione non accademica e non sociologica del multiculturalismo, per quell’ironia così british che mai scivolava nella comicità, ma stava sempre in piedi sui propri alti e altezzosi tacchi.
Quello da cui si veniva fuori nella nostra penisola era un decennio in cui l’etichetta di romanzo giovane (con le sue sfumature rock e pulp e post-tondelliane) aveva avuto la meglio sulle pagine culturali e sulle classifiche settimanali di vendita. I nostri giovani esordi, o quantomeno quelli più eclatanti e patinati, avevano come minimo comune denominatore l’amore per il minimalismo à la Carver e come risultato una prosa asciutta quasi arsa e non di rado stitica; ambientazioni e sentimenti da provincia cronica che ottunde lo spazio emozionale e gli orizzonti ideali per ripiegarsi nell’eterno-ritorno di canne fumate di routine e amorazzi tardo-post-adolescenziali e zombie genitoriali imprigionati in una morte infimo-borghese, il tutto per approdare alla epifania annichilente che il bildungsroman si risolve nel picaresco e nel breakdown evolutivo; elenchi ritmati di medesimi numi tutelari e citazioni dai Led Zeppelin ed eterni ceri devozionali per Massimo Canalini.
Ma non era semplice e banale esterofilia. In mezzo c’era pure l’invidia – forte e anemica – per una tradizione romanzesca come quella inglese che da noi non si è mai coltivata. L’amore, privo di ideologismi, per una storia la cui narrazione occupa più piani, senza oltranzosi o oltraggiosi sperimentalismi, senza quel rigetto post ’63 – che uniformava tutti nell’espressione di un carlino tenuto in un appartamento di 50 metri quadri – per il romanzo nato borghese a cui la Prefettura ha sempre negato il cambio d’appellativo.

Un romanzo ha la capacità di immaginarsi come un episodio secondario nella vita degli altri. Ma a volte, magari non da solo ma insieme al suo autore, riesce ad avere un ruolo tutt’altro che marginale, anzi di primo piano. E in primo piano era il pensiero e l’attesa per il romanzo n. 2 di Zadie, romanzo che vide i banchi delle librerie nella primavera del 2003.
Tutti aspettiamo il passo successivo di chi già col primo si è piazzato in una sorta di vetrina espositiva. Lo si attende con trepidazione perché si sono amate le prime 500 pagine, con ansia perché la seconda prova narrativa vede i più scivolare nel nulla o nella clonazione; con il desiderio di capire quali percorsi sono stati tracciati da una persona che in qualche maniera viene ritenuta affine; con il timore di vedere evaporare due anni di attesa prima di passare al terzo capitolo.
Diciamolo subito: L’uomo autografo ci ha lasciati un tantino freddi. Se da un canto è stato apprezzato il fatto che l’autrice abbia evitato di ripercorrere il facile sentiero tracciato dalla coralità del primo lavoro, d’altro canto Alex-Li Tandem ci è stato presentato e proposto in una posizione esistenziale che non gli ha consentito di sviluppare nessuna forma di empatia col suo lettore. Il commercio di autografi più o meno celebri, dopo la piacevole scoperta iniziale, si è tinto di toni hardboiled fuori fuoco.
Ma, da lettori pazienti e sentimentali – quasi materni –, siamo stati in grado di vedere il lavoro di un autore che cresce, che non abbandona le sue convinzioni e le sue idee, che continua a strutturare il suo fascino in un congegno narrativo che funziona e che parla: malgrado il tono minore, malgrado lo sforzo farraginoso di alcuni paragrafi; si riconosce una voce, una voce amica, una sorta di controcanto a quei due anni di attesa che anche per noi sono stati densi e sporchi di accadimenti.
In qualche modo si sentiva tutta la stanchezza e la pressione che hanno accompagnato l’autrice durante la stesura. Il tono spento e demotivato del protagonista ci faceva vedere Zadie stressata dagli esercizi di filosofia morale nelle aule di Harvard dove si era ritirata per approfondire gli studi, lasciando a Londra l’amato Nick Laird, mettendo spesso il telefono fuori posto per non sentire il suo agente e neppure l’editor e neppure qualche giornalista che le chiedeva l’ennesimo commento sulla fobia per gli attentati terroristici o una nota sull’adattamento televisivo di Denti bianchi.
Alla pressione era abituata dato che il suo primo romanzo, già prima di essere stato completato, con solo una manciata di capitoli nella casella postale della sua agente, era diventato un caso all’asta per i diritti di pubblicazione nel 1998. Ma adesso era diverso, se prima si trattava di una sorta di gioco del quale non era completamente consapevole, adesso scommetteva – consciamente – sulla sua pelle di scrittrice. Ed è proprio il lavoro sulla sua pelle di scrittrice l’elemento centrale che, prescindendo dal semplice gusto per la lettura, impreziosisce L’uomo autografo.

Tanto vale cominciare col dire che il richiamo a E.M. Forster con cui si apre Della bellezza, romanzo n. 3 della nostra Zadie, sarebbe bastato da solo a farcela amare di un amore maturo senza infatuazioni sospinte dal vento delle mode.
Tanto vale continuare ammettendo che c’era meno ansia per l’uscita, nel maggio del 2006, di questa terza tappa che comunque si andò ad acquistare lo stesso martedì che uscì e la curiosità ci portò a sederci sulla prima panchina libera al di fuori della mitica Ravegnana e iniziare a leggere quelle che nel salto da casa Haward a casa Belsey erano diventate missive non più cartacee ma elettroniche. Poi da quella panchina, per tre giorni, come una lunga seduta di sesso tantrico, con conclusione tra le morbidezze di un piumino danese, la lettura fu ricca d’entusiasmo e folgorazioni e sottili compiacimenti.
Da lì a qualche mese, anticipavano i ben informati, Zadie e Nick (che nel frattempo si erano sposati nella cappella del King’s College di Cambridge – altro apparentamento forsteriano – ) si sarebbero trasferiti a Roma dove un agente immobiliare aveva già fissato una serie di appuntamenti per visionare delle opzioni nel rione Monti come richiesto dalla coppia committente. Pubblicazioni giornalistiche, studi sulla narrativa contemporanea, parentesi radiofoniche, progetti di lavoro – a quattro mani col compagno collega – per un musical sulla vita di Kafka (il vecchio sogno di diventare tripla performer), incarichi da docente presso svariate università inglesi e statunitensi… tutto l’aveva portata ad essere una donna più serena e una autrice che col terzo romanzo raggiunge una compiuta maturità artistica, lontana dalle incertezze giovanili, dai dubbi e dalle precarietà della tappa di mezzo.
Della bellezza si incamminava sul sentiero del primo romanzo: nuovamente una coppia di famiglie e relative digressioni come fulcro narrativo, nuovamente delle contrapposizioni a muovere gli incontri/scontri tra i personaggi, ma il tutto stavolta ammorbidito da una leggerezza compositiva magistralmente forsteriana (doveroso abuso dell’aggettivo), ripulito da quelle tensioni che è inevitabile si attanaglino nel lavoro di una venticinquenne; un romanzo iconoclasta malgrado la sua aderenza formale ai canoni narrativi e assolutamente liberal nello spirito.

Adesso, settembre 2010, a un anno di distanza dall’edizione originale, la tanto amata minimum fax manda in libreria Cambiare idea, il libro che Zadie ha scritto senza saperlo. Si tratta di una raccolta di articoli, qualche reportage, alcuni ricordi, un paio di studi, alcune conferenze; tutti già editi su riviste e alcuni già tradotti anche per la nostra stampa.
Per noi che l’abbiamo seguita nella sua narrativa è stato un piacere avere anche questa raccolta da collocare sullo scaffale. È stato come trascorrere qualche pomeriggio con lei, tra una tea room bostoniana e i divani coperti di macramé di un salotto da bobos eurocentrici, a sentirla disquisire di Nabokov e ancora una volta di David Foster Wallace e di George Eliot e di Joseph O’Neil, senza dimenticare – ancora una volta – che c’è qualcosa da aggiungere anche sul Maestro di Passaggio in India; entrare a sbirciare per qualche attimo nella sua officina di scrittrice mentre prepara i suoi fogli con appunti scritti a mano su di un tavolino in legno comperato da un rigattiere di Angels mentre dalla cucina arriva forte l’odore di un victorian pudding preparato in mattinata; seguirla in Liberia e poi a Los Angeles per la notte degli Oscar; leggere cosa dice di Anna Magnani e di Greta Garbo; condividere un ricordo natalizio come si fa con un’amica davanti a un bicchiere di Porto bianco mentre del morbido jazz a volume equilibrato si contende lo spazio sonoro.
Qualcuno ha consigliato di leggerlo perché è il libro di una fighetta che scrive per fighetti che se non lo leggono rischiano qualche attimo di ammutolimento nelle loro frequentazioni salottiere. Probabilmente quest’affermazione contiene un aspetto di verità nell’accezione – uplodatissima – prismatica del noumeno 2.2, e dopotutto noi lettori siamo perfettamente coscienti di quanto sia pericoloso per un autore – bello o brutto che sia – scrivere qualcosa su cui sia possibile parlare e non – kaballisticamente – speculare.

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