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Di Morgan Palmas

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A quale età ha scoperto la poesia in termini di lettura e quando ha iniziato a scriverne?

Devo dire di aver scoperto la poesia, almeno come lettore, ai tempi delle scuole superiori, in maniera molto semplice e forse poco misurata: insomma, mi sono trovato a leggere poesia perché era più facile e meno pesante di arrivare in fondo a un romanzo… la cosa può sembrare stupida, e in effetti lo è… però la mia quota di stupidità non la cambierei con niente al mondo, e me la tengo ben stretta. La scrittura vera e propria è iniziata verso i 18 anni. Ora, invece, si sta quasi capovolgendo la cosa, nel senso che sono più portato alla lettura di romanzi che ai libri di poesia.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre poesia a quale distanza dai due?

Penso non ci sia distanza tra le due cose ma che questa sia solo una divisione di comodo, classificatoria; mi pare che in ogni scrittura, ma non solo nella scrittura, ci sia sempre un gioco tra immediatezza e mediazioni: la prima non può darsi allo stato puro ma solo attraverso le sue mediazioni, e spesso le stesse mediazioni, se non ci diventano prigione, sono luoghi che, a loro volta, producono immediatezza – luoghi comunque da attraversare, secondo me, a costo di incartapecorirsi e morirne: mi è sempre piaciuto il motto del sessantotto che diceva “Fottere per la verginità”, credo sia applicabile anche alla pratica estetica e di vita. Non credo né all’istinto puro né alla purezza razionale… ogni purezza è dia-bolica, nell’etimo; e credo che, soprattutto oggi, sia molto più sospetta una presunta purezza istintuale, “spirituale”… lo spirituale, inteso in senso dicotomico, è propriamente il diabolico, anche dal punto di vista delle Scritture, a ben vedere: non esisteva, ad esempio, la divisione tra anima e corpo nella Bibbia – senza contare il fatto che ogni nostra sensazione (ogni nostro percepire estetico) è continuamente minacciato dalle sue rappresentazioni mediatiche: nessun sentimento è libero dal pericolo di essere poco più che un reality, una rappresentazione priva di esperienza… ecco, quello che più ci distrugge è la difficoltà di “avere esperienza”, di cadere nell’evento e non nella sua duplicazione… sono discorsi vecchi, me ne rendo conto, ma mi pare ancora validi e penso sia giusto ripeterli perché nel momento in cui ce ne dimentichiamo agiscono con maggiore forza sotterranea…

I rivoli saranno infiniti, ma può individuare un vicolo con alcuni poeti che hanno avuto l’urgenza di destarla nel suo percorso poetico?

Naturalmente non è facile. Io ho iniziato a leggere prima i contemporanei… non amavo a scuola i classici: odiavo Dante, Petrarca e tutta la compagnia… mi erano tremendamente noiosi (più avanti ho cambiato idea, li ho recuperati e non li lascio più); Montale è stato forse il primo, ma ora non riesco più a leggerlo: lo percepisco come un trombone, quasi sempre, anche se riconosco la sua grandezza ma, nello stesso tempo, i danni luminosi che ha inferto alla nostra tradizione, così immunitaria e falsamente aperta… sicuramente, poi, il mio poeta è di sicuro Zanzotto, accompagnato da Fortini; folgorazioni poi per i primi libri della generazione di De Angelis, Cucchi, Viviani… poeti che continuo a leggere e rileggere; e poi gli inglesi: Larkin, Heaney, ma soprattutto quello che ritengo il più grande poeta vivente: Geoffrey Hill; ho lavorato molto anche sulla tradizione francese, ma ora fatico un po’ a leggerla: i nomi che continuano a risuonare nella mia vita sono quelli di Artaud e di un poeta quasi sconosciuto come Thierry Metz, senza dimenticare la prosa di Bobin e la chiarezza di Guy Goffette, inoltre tra i poeti metterei di sicuro anche le opere, soprattutto romanzesche, di Genet e di Pierre Guyotat. Un debito particolare penso poi di averlo con De Signoribus e con Remo Pagnanelli. Devo poi dire che un testo teologico come “La teologia dei tre giorni” di Balthasar è stato per me fonte infinita di ispirazione e comprensione del fare estetico nel senso più ampio del termine. Ultimamente non riesco quasi più a leggere poesia, ma mi nutro di moltissima prosa, soprattutto americana e italiana; e non mi stanco di leggere la Bibbia, i Salmi, Ezechiele sopra tutti (che mi sembra di una attualità tremenda e che ritrovo in tanta scrittura contemporanea…) e le scritture mistiche, soprattutto femminili. Sicuramente ho dimenticato un sacco di nomi… le mie letture sono caotiche e mai sistematiche: questo mi fa sentire più libero, ma forse è solo una pia illusione. Ora, ad esempio, sto leggendo da capo a fondo un poeta forse poco conosciuto come Patrick Kavanagh e per la prosa sono stato folgorato letteralmente dai racconti di Pancake.

Forse perché della fatal quiete tu sei l’immago a me sì cara vieni o sera, e improvvisa ci coglie la sera. Più non sai dove il lago finisca. Mondo, sii, e buono; esisti buonamente. Qual è il rapporto fra classici e contemporanei, ci indica un ponte possibile di dialogo fra loro?

Mah, qui me la posso cavare forse a buon mercato, sfruttando una definizione di Carmelo Bene: il classico è l’immediato, colui che, stando fuori dal tempo storico, è veramente nell’accadere e non nella sua ripetizione del dopo o nella sua anticipazione nel prima. Tuttavia, anche in questo caso, siamo comunque condannati alle mediazioni: non c’è niente da fare, dobbiamo attraversarle per intero, come ho detto prima: in questo mi pare che Zanzotto abbia fatto moltissimo – per me un libro come “Il Galateo in bosco” (e l’intera trilogia che lo contiene) è una sorta di ricapitolazione di tutta la tradizione italiana ed europea, con le sue ischemie, i suoi punti necrofili, ma anche con le sue residue potenze latenti, tra terrore (e tentativo difensivo di richiudersi nella pietra dei sepolcri) e speranza/apertura verso l’alto o il basso estremi; negli ossari zanzottiani, che sono insieme reali/storici e letterario-estetici galatei non può non risuonarmi ancora una volta Ezechiele, in particolare il capitolo 37 sulla pianura d’ossa (“potranno queste ossa rivivere?”: ecco, è tutto qui, secondo me). Una tradizione che si immobilizza non è più tradizione, ogni tradizione è dinamica, tragicamente dinamica, altrimenti è solo un deposito disponibile, una sorta di bricolage postmoderno o, peggio, un monumento pericoloso e castrante.

Di che cosa non può fare a meno mentre scrive? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Niente di particolare. Mi sento molto mediocre da questo punto di vista, e paurosamente grigio… una sigaretta, due… nient’altro.

È noto che la poesia è letta pochissimo, la maggior parte delle persone la relega a rimembranze scolastiche, per quale ragione? È difficile? Manca di utilità? Qual è il suo pensiero a riguardo?

Nonostante proiezioni nel passato troppo ottimistiche penso che la poesia non sia mai stata letta da moltissima gente, questo è un dato di fatto. Tuttavia, il problema principale credo riguardi proprio una serie di luoghi comuni che si sono installati nelle nostre menti e che credono di fare del bene alla poesia (retaggio principalmente del romanticismo). Altro problema è quello legato in particolare alla scuola (non solo quella superiore, ma spesso anche l’università): la volontà, più o meno celata, di riportare tutto alla spiegazione, alla comprensione, al possesso di un significato – così, naturalmente, si rende inutile (nel senso peggiore del termine) la poesia, la si rende “oggetto” di fronte ad un soggetto che dovrebbe com-prenderla: se si lavora così, ha tutte le sue ragioni lo studente che chiede perché dovrei studiare questa strana lingua? La poesia, invece, credo io, è una pratica in atto, in cui ci si deve sforzare di entrare senza la pretesa di esserne padroni… il diabolico è ciò che divide soggetto e oggetto, ciò che favorisce la comprensione di tipo tecnico-contabile (io resto pur sempre un pessimo ragioniere fantozziano), la partita doppia del mistero gestito e ucciso. È la stessa cosa che succede, ad esempio, con la liturgia: la si confonde con un insieme di forme esteriori, portatrici di un significato dato una volta per tutte – dimenticando che proprio quelle forme hanno una forza semiogenetica, capace cioè di generare senso, ogni volta di nuovo, riprendendo la tradizione e rinnovandola senza tuttavia accantonarla del tutto. Questo, e lo dico per esperienza, questo bisogno di non oggettivare (che potremmo semplicisticamente definire come bisogno di mistero) è in realtà molto richiesto, è un bisogno forte, soprattutto per le giovani generazioni: si pensi a certe serie televisive come Lost, oppure al ritorno in auge di correnti di occultismo a buon mercato, oppure alla new age: sono fenomeni che non dobbiamo sottovalutare del tutto ma piuttosto prenderli come sintomi e ripensare il nostro porci di fronte al mistero.

Oggi non si nega un verso a nessuno, tanti scrivono poesia, magari avendone letta pochissima; immagino il suo stupore di fronte a certe Opere, vuole tentare una riflessione che confronti Poesia e poesia?

Anche qui me la cavo con poche battute. Penso sempre al confronto con la musica, ad esempio: nessuno si sognerebbe di salire sopra un palco per eseguire una sonata per violino senza avere un minimo di conoscenza e di tecnica; per la poesia invece questo molto spesso non accade. C’è una assoluta mancanza di preparazione (anche artigianale) e una totale mancanza di umiltà che impedisce di leggere la tradizione; quando lavoravo nella redazione di alcune riviste letterarie ero spesso considerato poco umile perché i miei giudizi e la mia insofferenza nei confronti della lettura dei testi che arrivavano sembravano dettati da una superiorità sprezzante; in realtà era proprio il contrario: dicevo sempre questa frase “Io devo avere l’umiltà di leggere i testi che arrivano in redazione e questi presunti poeti non hanno avuto nemmeno l’umiltà di leggere Baudelaire, Stevens, ecc.”. Naturalmente non lavoro più in queste redazioni.

Scrivere poesia le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Io non credo che la poesia possa migliorare o peggiorare la vita, tanto meno la mia. I miei desideri non c’entrano, casomai potrei dire che la scrittura (e la lettura) hanno la capacità di rompere ogni schema, costruendone altri e altri ancora, che poi verranno distrutti… mi piace molto ricordare una frase di Bloom a riguardo: “l’opera d’arte è un’ansia compiuta”, ma pur sempre ansia rimane. Non amo trovare pace in quello che leggo o scrivo… certamente c’è anche una quota più o meno alta di piacere, ma è un piacere che confina spesso con il dolore, l’asfissia, il senso di svenimento continuo… penso alla scrittura come intensità, senza etichette positive o negative. Se la poesia “salva la vita” la salva in quanto contraddittoria, creaturale, finita, imperfetta, lacerante (salvarla in quanto armonia o “bellezza” sarebbe nient’altro che ucciderla, tradirla). Del resto, credo che la salvezza non venga mai da noi, ma sempre da altro… potrebbe essere la grazia, sì, anche quella di un verso, ma della grazia non siamo padroni, mai, e ogni volta dobbiamo pregarla, invocarla, liberandoci dall’essere crocifissi all’essere solamente noi, come direbbe Pessoa… non si può possederla la grazia, e nemmeno com-prenderla… in questo senso, la poesia è un atto di preghiera e anche di ringraziamento: imparare a ringraziare la vita nella sua contraddittorietà e crudeltà, credo sia l’unica forma di preghiera e di attenzione. Riceverla in quanto “dono” in tutta la sua ampiezza e creaturalità, compresa la morte, nostra sorella morte, come diceva il primo poeta in lingua volgare, spesso edulcorato e pastorizzato dalla religione. Mi piacerebbe ricordare certi passi del commento di Barth alla Lettera ai Romani di Paolo: il “no” di Dio da un lato e la redenzione che non è nelle nostre mani, tanto meno nelle nostre opere (estetiche o etiche che siano); e, per finirla con le citazioni (ma è inevitabile, esse ci dicono che siamo sempre in relazione ad altro), vorrei citare Chauvet: “Chi fa morire la mancanza di Dio rifà di lui un cadavere”… per me vale nella vita e nella scrittura. Quella mancanza, quel vuoto è il sepolcro, è il silenzio del sabato, è il sepolcro vuoto dell’opera, kenosi, la non appropriabilità del mistero e della stessa gioia pasquale, che spesso diamo già per scontata e non lo è, mai. Possiamo solo esserne visitati. Questo è però, si badi bene, esattamente il contrario di una visione romantica dell’ispirazione: ci vuole, al contrario, un lavoro durissimo di ascolto che non è altro che la pratica (anche artigianale) del verso, dello scrivere, del correggere l’incorreggibile, dello stare tra la correzione e l’errore (non tra l’errore e la giusta versione), perché è l’unico spazio che si possa chiamare vita davvero, almeno secondo me. Ma non nego che anche questa è solo una infinita correzione, su altre correzioni, forse all’infinito, forse no. Comunque il mio prossimo libro di versi si intitolerà proprio “Correzioni”.

La ringrazio e buona scrittura.


Andrea Ponso è nato a Noventa Vicentina nel 1975. Laurea in teoria della letteratura presso l’Università di Padova e dottorato di ricerca in lingue e letterature comparate presso l’Università di Macerata. Si occupa principalmente di poesia, teatro e letteratura del Novecento, con saggi e studi critici apparsi in riviste italiane e straniere, e delle diverse iterazioni con gli altri campi del sapere; collabora con il dipartimento di italianistica dell’Università di Swansea (UK). Ha tradotto dal francese: Bataille, Simeone, Rouzeau. Come poeta è apparso nelle maggiori antologie italiane, pubblicando con Mondadori e altri editori; il suo primo libro, “La casa”, è apparso nella collana di Maurizio Cucchi per Stampa. Svolge attività di consulenza editoriale e fa parte del comitato scientifico del Monastero di Camaldoli per l’organizzazione di convegni e seminari.
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