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Intervista ad Alcide Pierantozzi

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Di Morgan Palmas

A tu per tu con Alcide Pierantozzi

Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito. 

Ho iniziato che avevo una decina d’anni, ma unicamente con qualche poesia. L’idea di scrivere un racconto vero e proprio, all’inizio, mi sembrava fantascientifica, e fantascientifica mi è parsa almeno fino ai diciannove anni – età in cui tutto ha preso una svolta inspiegabile: perché una sera, a Milano, sono tornato a casa molto tardi e d’istinto, come guidato da una forza sconosciuta, mi sono messo davanti al computer. Così sono nate le prime righe di Uno in diviso e in pochi giorni di immersione è venuto fuori l’intero romanzo. Come e perché questo sia avvenuto resta un arcano. Misteri dell’ispirazione, si dirà. O un semplice caso fortuito, perché no? Certo, avevo letto molto nei due anni precedenti, e quello era un periodo in cui dell’università me ne importava poco e niente. Ma perché è successo così? Perché proprio quella storia e non un’altra e in quel momento? Non ne ho la più pallida idea.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Lontano, lontanissimo da entrambi. La razionalità consapevole altro non è che Follia, perché è il reale stesso – e non sta a me ribadirlo – ad essere l’effetto di un abbaglio. (“Questa è follia, se pure c’è del nesso” dichiara Polonio a un certo punto dell’Amleto). E scrivere in virtù di una Follia inconsapevole, che potremmo chiamare “irreale”, sarebbe autolesionante. Perché anche l’irreale è un abbaglio: ironia della sorte. Per contro l’istinto creativo, che è gioco, abita in ogni individuo indiscriminatamente (se mia nonna smettesse di cucinare per tutti e quattro i nipoti ne morirebbe; il mio cane adora ridurre le tende in brandelli: entrambi creativi di primo grado, no? Niente di che…). Detto questo, chi proprio volesse scrivere tra le braccia di quella ragione assoluta che è Follia, dovrebbe quantomeno affrontare con altrettanta supposta razionalità tutto ciò che di magico, attenzione: che di inavvertibile, vi è volente o nolente nella scrittura (l’arrendersi al misticismo, e a un certo manicheismo, è inevitabile per chi racconta una storia, sia pure la più realistica del mondo). Si potrebbe controbattere che raccontare con razionalità consapevole la metamorfosi di Gregor Sasma in insetto non significa rinunciare alla metamorfosi in sé, al contrario intercettare un approccio razionale al fantastico attraverso il dominio della forma. Ma è forse possibile, scrivendo, dominare alcunché? Secondo me no. Comunque, il punto non sarebbe questo… Il punto è capire chi scrive. “Quando Gregor Samsa si svegliò un mattino da sogni inquieti, si vide trasformato, nel proprio letto, in un enorme insetto”. È lo scrittore a parlare, e a lui soltanto – che è umano – è asservito il punto di vista di Gregor Samsa. Ma il Kafka che lì parla è quel Kafka di quel preciso giorno e di quella precisa ora e di quel preciso minuto nei quali ha schiacciato l’inchiostro sul foglio… e non il dio a cui si vorrebbe credere. Solo un uomo come tanti, che deve trovare la compiutezza fuori di sé per mezzo del simbolo, il simbolo di uno scarafaggio. Una considerazione ovvia, ma l’unica cosa che di Kafka (come di chiunque, grande o piccolo che sia) è immanente all’atto della scrittura è forse il movimento della mano, e null’altro. La scrittura non ci chiede niente, agisce. Compito della scrittura è emanciparsi dall’imperio della volontà e dall’imperio della necessità (ma soprattutto emanciparsi dall’imperio dell’istinto). La scrittura non si chiede mai cose così grandi, e se è buona va avanti e si emancipa da tutto da sé. I problemi dello scrittore sono terrificanti nella loro semplicità: qui ci vuole un passato prossimo o un passato remoto? Addirittura: un maschile o un femminile? digressione interna o esterna al dialogo? E storpiando il grande Totò: “…punto, punto e virgola o due punti?”.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Scrivo tanto, di solito. Troppo. Moltissime cose le butto perché non funzionano. A volte rileggo pagine così brutte che vorrei suicidarmi, soprattutto dei libri già usciti. Dipende comunque dai periodi. Quando sono ben deciso a terminare una prima stesura, lavoro dalle sei alle dieci ore al giorno e non mi pesa nemmeno un po’, perché la prima stesura è dolorosa, sì, ma è anche molto divertente, per certi aspetti è simile alla fase dell’innamoramento. Rivedere tutto è ben diverso, faticoso, un compito che lascerei volentieri ad altri.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Quando mi metto al lavoro, il tavolo dev’essere in perfetto ordine. Le matite rigorosamente temperate, lo schermo del computer spolverato e disinfettato con il Glassex, il posacenere accanto al computer vuoto o comunque semivuoto, il cellulare spento e lontano dalla mia vista, il modem staccato. Poi, a mano a mano che scrivo, il disordine torna ad avere la meglio sul resto, e io mi arrendo ad esso. Bevo moltissimo tè verde, di quello java che usano gli indonesiani per disinfettare le ferite, e mangio le liquirizie dure per impedirmi di fumare continuamente. Non ascolto musica, se non tra una seduta di scrittura e l’altra, ma niente di serio, per carità (per l’ultimo libro ho ascoltato Shakira, Alessandra Amoroso e la colonna sonora di Dawson’s Creek). Di solito sono appunto canzonette pop che mi danno la carica.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

La letteratura non è un Pantheon. Ognuno attinge alla letteratura secondo le proprie esigenze, e non già per bisogno di umanismo, tanto meno per buon cuore. Il rischio è che si nutrano esclusivamente esigenze stupide, ma è questo un rischio imputabile alla vita – mai alla letteratura. Non stupisce allora che lo stupido sottoscritto, ben lungi dal seguire una traccia nel variegato pot-pourri dei libri editi, scelga solo opere folli scritte da folli: narrazioni non identificabili, generi ribaltati, diari di fanciulli, testi la cui dialettalità è praticamente illeggibile, epistolari d’amore e di sesso e biografie contraffatte – e spesso anche la serie dei libri rosa di Liala: un incanto. Ingeborg Bachmann: “La scienza letteraria dovrebbe trovarsi in grande imbarazzo, dato che sulla letteratura non è possibile un giudizio obiettivo ma solo un giudizio vivo. Nel corso della nostra vita siamo soliti modificare più volte il nostro giudizio su un autore. A vent’anni lo liquidiamo con una battuta o lo definiamo statua di cera che non ci interessa affatto, a trenta ne scopriamo la grandezza e dieci anni più tardi il nostro interesse per lui si è spento, oppure abbiamo nuovi dubbi e nuove intolleranze”. Inutile dire, a questo punto, che il mio rapporto con i grandi scrittori del passato è pressoché identico a quello che ho con i contemporanei. Stesse perplessità, stessi tentennamenti. Negli ultimi tempi ho letto moltissimo Kipling e ne sono rimasto incantato – mi è sembrato (e mi sembra tuttora, ma cinque anni fa non avevo avuto questa impressione) di avere a che fare con una scrittura davvero iperstratificata, con un cifrario orfico più minuzioso e sorprendente di quello kafkiano. Ma il mio rapporto con la scrittura di Kipling sarà lo stesso tra dieci anni? Non ne ho la più pallida idea.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Ah, non lo so. I miei amici scrittori sono quasi tutti lontani da Milano, che è la città in cui vivo nella maggior parte del tempo. Molti vivono a Roma, altri in Sardegna, altri ancora in Emilia Romagna. In genere fanno gruppo coloro che portano avanti un genere, come può essere il noir, dove il confronto ha, diciamo così, ragion d’essere, vista la passione per un argomento comune. Altrimenti è difficile che due scrittori allo stesso tavolo abbiano qualcosa da dirsi, e la poetica del confronto – oggi come cinquant’anni fa – la trovo un tantino fasulla. Qui dobbiamo smetterla di parlare di poetiche, di gusti, di necessità (o meglio, questo è un problema che viene a scrittore ”fatto”): un brutto libro non ha bisogno di alcun confronto, tanto meno con un altro brutto libro. Bisogna parlare di cose molto più semplici, che spesso mancano: la forza della scrittura, una voce propria e autentica, un’autonomia e un coraggio di fare quel che si vuole e come lo si vuole.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Sicuramente migliorato, ma non per portare in atto i miei desideri, dato che i miei desideri – e i desideri di uno scrittore in generale – sono quelli di tutti. Direi piuttosto che ha dato un senso e una giustificazione ai desideri mancati: a quelli non realizzati. Come Cenerentola che passa lo straccio sui pavimenti del palazzo, e accusa le invidie delle sorellastre (ma tiene ben chiaro davanti a sé il desiderio del ballo, il potere di quella notte), io ho ben chiaro davanti a me il potere ineffabile della scrittura, e sopravvivo in modo migliore. Tuttavia sopravviverei anche senza. D’altronde anche sulla scrittura pende la spada di Damocle della mezzanotte, come prima pendeva sulla passione per Kipling, ed è una mezzanotte che – come quella vera – torna con impeccabile tempismo, praticamente ogni giorno, dato che scrivere sempre è fisicamente impossibile.

La ringrazio e buona scrittura.

Alcìde Pierantozzi è nato a San Benedetto del Tronto nel 1985. Vive e a Milano, dove ha studiato filosofia teoretica alla Cattolica. Ha collaborato con le riviste Rolling Stone e Max. Suoi articoli sono usciti anche per Il Messaggero, Il Resto del Carlino, Il Riformista, Inchiostro, Nuovi Argomenti, Prospettiva Persona.
Il suo romanzo d’esordio, Uno in diviso, è dedicato alla memoria di Pier Paolo Pasolini. Il secondo romanzo, L’uomo e il suo amore, che è dedicato a Emanuele Severino, è uscito per Rizzoli nel 2008. 
Il suo contatto Facebook

[Fotografia di Enrico Pompili]
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Commenti

Tutta la mia stima e ammirazione per un ragazzo dal talento indiscutibile a cui auguro un futuro felice.

Pierantozzi mi piace molto e mi piace il suo talento nel mescolare le carte, così che in ogni intervista sembra un altro. Indiscutibilmente talentuoso, gli auguro di trovare la sua voce.

s

Io ho avuto il privilegio di incontrare Pierantozzi una sera in discoteca. Non ama i luoghi affolati, per questo il nostro incontro è stato doppiamente straordiario. Avevo letto i suoi libri, lo immaginavo una persona sofisticata. In realtà e molto buono, e, lasciatemelo dire, pure bono. E' l'incantevole fusione tra i due attori di The Dreamers di Bertolucci: ha il fascino statuario di Louis Garrell e quello maldestro e malsano di Michael Pitt. Dio lo benedica!

un'intervista davvero bella...

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