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Il lume dell'aspirante scrittore - Post scriptum: l'attesa

Di Annalisa Castronovo

Scrivere e attendere, realtà e sogno


Spedita la sinossi del lavoro, non resta che aspettare. Le ore, i giorni, i mesi passano. Se non piacesse? Per quanto riteniate di aver fatto un buon lavoro, l’ipotesi non può essere scartata, anzi! Magari serbate in seno una sorta di misteriosa consapevolezza: le vostre parole sono il viatico per il Mondo delle Meraviglie. Potreste vincere il Nobel per la letteratura. Potreste diventare ricchi e famosi. Potreste allietare, intrattenere o illuminare qualcuno che neanche conoscete. Potreste essere ammirati o invidiati. Potreste appagare voi stessi più di quanto nessun altro abbia fatto finora. Potreste sentirvi realizzati. Sarebbe meraviglioso, appunto. Stupendo. Straordinario. Parole che coccolano, dall’accezione fortemente positiva, che sanno di emozione, di inatteso, di strano o sconosciuto come lo è ciò che può suscitare meraviglia, stupore o che non è ordinario. Insomma, tutte esperienze alle quali non siamo pronti e che non ci aspettiamo.

Di cosa sto farneticando? È forse un invito a non sognare a occhi aperti? Tutt’altro. Per come la vedo, non solo sognare è lecito, ma in certi casi è un dovere. Ritengo che far viaggiare l’immaginazione sia essenziale per chiunque si possa ritenere intelligente. L’acume, l’estro, la capacità di guardare al di là del proprio naso, l’attitudine a vedere lontano costituiscono – a parer mio – la conditio sine qua non per l’evoluzione e il progresso. Può uno scienziato esserne privo?! Può un ricercatore?! Può chiunque voglia discernere e intendere della vita o dell’universo?! Può uno scrittore?!

Com’è ormai chiaro, questo articolo non affronta tecnicismi, quanto piuttosto lo stato di chi si muove nella fase successiva a quella della scrittura. Condizione altrettanto concreta e problematica. Il mio consiglio: ragionate sul motivo per cui avete scritto, scrivete o scriverete ancora. Se lo fate perché lo sentite davvero, allora bene. Se scrivere deve significare ottenere dei soldi in cambio, bisogna essere assolutamente consapevoli che per quanto si sia bravi si sta roteando sul ghiaccio. Un libro può cambiare la vita, ma la vita non può risolversi in un libro.

Chi scrive per passione è già munito di quanto necessario per sbracciarsi, concentrarsi e imparare quanto più può. Il tutto con la ferma consapevolezza che non si finisce mai d’imparare. Non si scrive per arrivare, si scrive per scrivere. Non si tratta di essere modesti, semmai di essere intelligenti. Di provare a esserlo. Non c’è spazio per la presunzione, ma occorre determinazione. Incertezza e paure possono trasformarsi in accuratezza e coraggio.

Non so immaginare un bravo scrittore pressappochista e fifone. Chi guarda lontano sarà in grado di fare tesoro delle critiche subite. A questo proposito, in una lettera a Mario Ortolani, rimasto deluso a causa del rifiuto di un proprio romanzo, Italo Calvino risulta molto eloquente: «Io continuo a scrivere cose che mi vengono rifiutate, ne ho i cassetti pieni, e sono proprio quelle cui fatico di più, anni e anni. […] Ma sempre ho bisogno di pensare che ho ancora da cominciare a scrivere, che quel che ho scritto finora non conta nulla, è apprendistato, esperimento» (tratto dall’epistolario I libri degli altri. Lettere 1947-1981 di Italo Calvino, a cura di Giovanni Tesio, con una nota di Carlo Fruttero, Torino, Einaudi, 1991).

Se scrivere è per voi una vocazione, un piacere, un valido strumento per apportare del bene, credo che la strada si mostrerà in discesa. In caso contrario, vi invito a valutare con attenzione le altre attività in cui siete più abili, verso le quali avete maggiore attitudine o per le quali siete disposti a impegnarvi di più. Bravi si diventa. Ogni diamante ha bisogno di essere trovato, ripulito, tagliato e lucidato a dovere prima di brillare come una stella. Prima di venire alla luce.
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