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Francesco Dezio: l'utilità della letteratura in fabbrica

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Di Carlotta Susca

Intervista a Francesco Dezio su “Nicola Rubino è entrato in fabbrica”, Feltrinelli

L'organigramma è la struttura della società odierna. È uno schema di potere che sconfessa le professioni di fede nella Risorsa Umana tipiche dell'imprenditorese. Peggio: ad appartenere ad un organigramma si aspira, perché essere pur l'ultima casella in basso significa avere uno stipendio.
Nel precario clima lavorativo di questo Paese, a che serve la letteratura? Può denunciare per modificare? Può indicare una proposta alternativa?
Ai fautori della letteratura come intrattenimento, a chi legge per svago, questo libro racconterà di un personaggio forse poco interessante. A chi, invece, cerca fra le pagine spunti di riflessione verrà naturale indignarsi e sentirsi rabbiosamente impotente.
La rabbia nasce dalla consapevolezza di come qualsiasi nuovo set di parole inglesi che promettono migliorie non fanno che celare la stessa condizione lavorativa di sempre, e si rivelano altre formule magiche per la ricchezza del padrone.
La letteratura in questi casi serve a poco, se la si considera solo “intrattenimento”.

Abbiamo chiesto a Dezio quale ruolo assegni alla parola scritta.

Sembrava uno scenario impossibile e impraticabile, quello descritto nel libro, invece la situazione può dirsi perfino peggiorata. Le cose sarebbero andate diversamente se questo titolo avesse avuto maggiore diffusione? Se fosse stato più pompato mediaticamente? Se avesse preso il posto dei lucchetti-a-ponte-milvio mocciani nell’immaginario collettivo? È finito invece nelle mani dei già convinti. Tutti gli altri, a cui poteva essere rivolto (vai alla voce incitamento alla ribellione) non l’hanno letto. Hanno continuato a tenere la testa sotto e buona parte di essi (vedi il caso Pomigliano) si è detta anche disposta a rinunciare allo sciopero, un diritto che sembrava inalienabile. Lavoreranno a ritmi disumani ma gli va bene, perché “tengono famiglia” e si lasceranno morire, pardon, taglieggiare dal meccanismo produttivo, attaccati alle loro cosucce e svaghi da poco, per quel pochissimo tempo libero che gli verrà messo a disposizione. Se vi fosse qualcuno che, dall’interno, tentasse di deviarli da questa condizione e li rendesse più consapevoli e partecipativi verrebbe visto come un nemico e ben presto emarginato. A me è capitato più volte. Una dinamica da Panopticon, che si ripete pedissequa in tutte le fabbriche; invece, per andare avanti, il clima sarà sempre ossequioso nei confronti di certa imprenditoria, di quei manager strapagati per tagliar loro la testa e che il clown di Sgoverno che tanti di loro hanno votato ha avuto la premura di definire Capitani Coraggiosi. Vien da toccarsi i coglioni, e me li sto toccando.

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Nell’appendice al testo dichiari che la fabbrica da te descritta non esiste ma è un mix del peggio delle tue esperienze: quante ne hai collezionate finora e, soprattutto, c’è un lieto fine, almeno nella tua biografia?

Non saprei quantificare, ho un curriculum lungo così, fatto sostanzialmente di esperienze brevi o brevissime. Nessuna di questa è da rimpiangere, sono arcicontento di essermene affrancato (nel senso che non mi hanno confermato mai alcun contratto). In seguito a quell’esperienza da operaio (che mi sono ripromesso di non ripetere mai più, piuttosto la morte) ho seguito dei corsi come disegnatore CAD e di quello ho vissuto, o meglio vivacchiato. Ho una collaborazione che va avanti da un tre anni e mi trovo bene, non è un full time, purtroppo, forse ho finalmente incontrato un imprenditore ragionevole, ci si può anche conversare. Godo di una autonomia minima e relativa. Se il regime familiare cessasse finirei in mezzo ad una strada, a quel punto dovrei schiodarmi da dove sto, perfino fuori dall’Italia. Lieto fine? Tutto va allo sfascio ma me la prendo comoda, - Bret Easton Ellis – massima che posso fare tranquillissimamente mia.

Spesso il tuo personaggio preferisce chiudersi nel silenzio e abbandonarsi al monologo interiore (anche a tema pornografico). È il confronto fra inautenticità e autenticità, fra il vano sproloquio fatto di “mission-vision-valoreaggiunto” e un pensiero reale?

Tra gente vile e infida che bercia di scemenze a ciclo continuo, non resta che chiudersi nel silenzio, perdersi nei propri riti ossessivi. Qualsiasi cosa – perfino il ronzio delle macchine, o le seghe, o tutteddue – è preferibile al vaniloquio imprenditoriale ch’è un tutt’uno con quello operaistico.

Anche nei romanzi di Desiati è presente la denuncia del lavoro (nel suo caso erano call center): credi che ci sia una differenza di percezione fra meridionali e settentrionali riguardo alla precarietà?

Desiati rimanda, rimastica letterariamente una realtà che non gli appartiene, scrive di una storia d’amore – delirante – che ha per sfondo la cronaca di alcuni casi di precarietà lavorativa nell’ambito del call center: lo fa, mi si consenta, in modo un po’ furbetto, forse anche un tantino inautentico. Il disagio è lo stesso, tanto a nord quanto a sud, almeno quando parliamo di precarietà. Chiaramente qui si è più ricattabili, perché di occasioni di lavoro ne fioccano ben poche e gli imprenditori ne approfittano, la scusa più banale che adducono è che bisogna accettare le loro condizioni, c’è la crisi. A fronte di una proposta del genere è bene stare fermi, produrre-consumare il meno possibile, continuare a fare i bamboccioni.

L’introduzione di un sindacato nella fabbrica del romanzo si risolve in un nulla di fatto. I lavoratori sono responsabili del proprio sfruttamento?

I lavoratori non si sentono più parte di una classe, fanno cameratismo (nelle forme che il maschilismo italiota consente loro) ma appena l’imprenditore fa balenare loro l’idea di un licenziamento o di un premiuccio (tecnica del bastone e della carota), allora parte la competizione sfrenata, per chi tra loro sarà la “prescelta” (a rimanere in azienda o a raggiungere piccole vette da dittatorello da quattro soldi) o per rimanere a galla per qualche altro mese o settimana di contratto. Fosse stato scritto oggi, si palestrerebbero all’inverosimile per somigliare il più possibile a qualche tronista e per ambire e/o sognare di trombarsi una velina. L’immaginario di riferimento è cafonissimo, ogni forma di ribellione è antistorica e si rifà ad un modello antiquato e/o annacquato: è da comunisti. E la gran parte li odia strenuamente, gliel’ha detto in mille salse Berlusconi. Venendo meno le veline, i paradisi, le distrazioni, le cercano nell’universo sottoculturale mediaset – affondano in quello. Non hanno alcuna intenzione di ribellarsi, a loro sta bene fare la vita di merda a cui sono destinati, non svegliamoli da questo sogno.

Il meccanismo di assunzione ritardata e con l’esclusione di un elemento sovversivo è concepita come un reality show. Rappresenta, in piccolo, una deriva della società intera?

Non ho dubbi sul fatto che sia così.

Il titolo di uno dei capitoli è “Non dite a mia madre che faccio l’operaio”. I genitori degli attuali trentenni si trovavano in uno scenario lavorativo più semplice, in cui i rapporti di causa (studio) ed effetto (lavoro) erano ben chiari. Siamo stati privati anche di questo?

Yes, evidently.

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