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Festivaletteratura di Mantova: viaggiando fra gli eventi

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Di Alessia Colognesi

Festivaletteratura: lo zapping fra gli scrittori di un lettore in tour

Fare zapping di parole tra uno scrittore e l’altro è una dimensione che puoi sperimentare solo a Festivaletteratura. Con l’imbarazzo della scelta il lettore diventa un viaggiatore che in tempo reale disegna il suo tragitto tra libri e parole che prenderanno vita attraverso una lunga giornata letteraria.
Nulla è predeterminato, puoi cambiare strada quando vuoi, ogni dove a Mantova è buono per dare una sbirciatina davanti ai luoghi del Festival e scoprire chi si cela dietro i nugoli di persone riunite a frotte in ogni angolo della città.
Chi arriva curiosando si ritrova coinvolto in un tour senza fine, ha in borsa un programma e la sua copia di 100autori e in sella alla sua bici girovaga per le strade della città insieme a una fiumana di persone attraversando gli eventi come fossero dolci collinette di un paesaggio bucolico.
Questo strano percorso ciclo-podistico per incontrare autori, giornalisti e pensatori si placa quando si diviene a tutti gli effetti spettatori del Festival. Seduti nella platea delle seggioline blu e avvolti dall’atmosfera di un evento cala il silenzio di Festivaletteratura.
Venerdì ho costruito il mio viaggio a tavolino, volevo un po’ di nuovo, il vintage e un altro modo di esplorare la letteratura.

IL NUOVO 

Said Sayrafiezadeh (Quando verrà la rivoluzione avremo tutti lo skateboard, Nottetempo, 2010) ha i capelli corvini e una voce impostata dal tono sicuro e conviviale, il suo libro, un’autobiografia di un ragazzo per metà iraniano e per l’altra metà ebrea, la dice lunga su quanto i genitori possano influire sull’educazione politica dei figli e sulla loro stabilità emotiva.

Quando stavano ancora insieme suo padre e sua madre erano attivisti di un piccolo partito d’estrema sinistra, il partito dei Lavoratori Socialisti, sicuri che alla fine sarebbe arrivata la rivoluzione e che per allora, tutti in America avrebbero avuto uno skateboard.

«Per anni mi sono sentito come un marziano a New York, avevo un nome strano, Said e strane idee in testa, pensavo che tutto fosse di tutti e per un periodo della mia vita diventai addirittura cleptomane.
Se tutto era di tutti e per i miei genitori non potevo avere dei fumetti, i dischi, un cappellino (tutto troppo borghese). Li prendevo da me. Erano i miei piccoli furti in attesa della nostra rivoluzione socialista».

IL VINTAGE

Zebio Còtal di Guido Cavani riletto da Paolo Colagrande, Ugo Cornia è un libro che ho sentito lontanissimo. Autoprodotto dallo stesso autore intorno agli anni 50, viene pubblicato da Feltrinelli qualche anno più tardi con la prefazione di Pasolini che lo definisce un vero poema epico della povertà e della sventura in cui Cavani in una lingua arcaica e aulica scrive della vita sventurata di un povero contadino.
Uno stile di scrittura lontano, per nulla paragonabile a quello degli autori che lo leggono e lo commentano al pubblico.
C’è anche un modo diverso di scrivere della vita degli altri dice al microfono Cornia:
“Far parlare i protagonisti senza divenire mai scrittori-spettatori”, di seguito legge alcuni passi dell’ Autobiografia della leggera di Montaldi, un libro illuminante dove vagabondi, ex-carcerati, uomini e donne ai margini della società raccontano di sé in maniera vera e dissacrante.
Sul finale un evento che pareva fiacco e deludente, prende una piega nuova.
C’è modo e modo di scrivere. Lo scrittore fa sempre la differenza.

UN ALTRO MODO DI ESPLORARE LA LETTERATURA

Scende la sera del Festival e scelgo di finire questa giornata incontrando Ferdinando Scianna e Marco Belpoliti, siamo in una sala gremita di persone, sullo sfondo c’è una fotografia a colori di Scianna che illumina il pubblico.
Per scrivere un libro sull’etica del fotogiornalismo Scianna ha messo insieme quarantacinque anni d’esperienza lavorativa e ha scelto di pubblicare un racconto, L’etica del Fotogiornalismo, che parla di qualcosa che ormai per lui non esiste più.

«Etica e fotogiornalismo sono scomparsi dal nostro mondo, la fotografia è solo un linguaggio di comunicazione di un fatto che non ha nulla a che fare col senso di ciò che mostra, quello glielo dà l’uomo con il suo senso etico. Cosa rara di questi tempi».

Ferdinando Scianna è dissacrante, colorito parla del suo lavoro con la passionalità del sud, non vuole essere chiamato artista, lui fa questo lavoro come un artigiano che ferma il mondo per raccontarlo con le sue fotografie.
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