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Conoscere se stessi

La volta scorsa abbiamo discusso circa la capacità degli scrittori di intrattenere il lettore, quella particolare abilità di creare fiction godibile, senza troppe pretese, per il puro gusto di raccontare. Volevo continuare le mie riflessioni sulla scrittura e sull’essere scrittore ripartendo proprio da questo aspetto: il piacere di raccontare.

Esistono molti generi letterari, molteplici maniere di scrivere una storia. Tuttavia, poche volte si fanno veramente i conti con la qualità della narrazione. Non tutti sono in grado di raccontare un fatto e di riuscire a catturare l’attenzione di chi ascolta (o legge). Per questa ragione spesso si cade in confusione quando si giudica il lavoro di uno scrittore, poiché esistono diversi livelli di lettura, differenti profondità di fruizione di una storia.

Una delle caratteristiche basilari di uno scrittore – è stato sostenuto più volte dal sottoscritto e da molti altri in queste illustri pagine – è la conoscenza della lingua. Non ci sono scappatoie, non puoi essere un bravo scrittore se non possiedi una buona conoscenza della lingua in cui stai scrivendo, della sua grammatica, della sua sintassi, insomma delle sue regole. 

In seconda analisi, bisogna tenere conto della qualità della storia che si intende raccontare. Questo è un punto un po’ delicato, perché molto dipende dal gusto personale e da quello del pubblico dei potenziali lettori. Non esistono storie belle in assoluto. Ogni lettore ha le proprie aspettative rispetto a una storia e questo è un aspetto con il quale uno scrittore deve fare continuamente i conti. Anche i lettori appassionati allo stesso genere, spesso, ne colgono aspetti differenti. Alcuni si concentreranno sulla psicologia del protagonista, altri si affezioneranno all’aiutante, altri ancora spereranno di imbattersi in una travolgente storia d’amore, alcuni prediligeranno le lunghe descrizioni, altri invece vorranno soltanto azione e così via dicendo. Si dovrebbero scrivere tanti romanzi quanti sono i lettori (un esperimento nel quale non vorrei mai trovarmi coinvolto).

La terza questione con cui si deve fare i conti (e qui veniamo al tema principale di questo post – o forse soltanto uno tra tanti) è quella relativa alle tecniche di scrittura e in particolare alle tecniche della narrazione. Dato per assodato e incontrovertibile che non esistono storie perfette, possiamo sostenere, con una certa dose di certezza, che esistono storie ben narrate e altre riuscite peggio. Essere in grado di raccontare bene un evento ha molto a che vedere con le conoscenze tecniche del romanziere, sì, ma non solo. Buona parte della cosa dipende dalla sensibilità di chi racconta.
Vi è mai capitato di rimanere ammaliati dal racconto di un fatto esposto da un vostro amico o conoscente? Vi è mai successo di ridere a crepapelle per un aneddoto? Vi è mai accaduto di provare la sensazione di essere trasportati lì dove i fatti si sono svolti, di prendervi parte e provare le stesse emozioni dei protagonisti?
Ecco, raccontare ha a che fare proprio con questo.

Non bastano corsi di scrittura creativa, ore e ore spese piegati sui libri a studiare le regole e a imparare le tecniche; non saranno mai sufficienti mille giornate trascorse ai seminari o gli anni sui banchi di tutte le scuole del mondo. Tutto questo si rivelerà completamente inutile se non facciamo i conti con la nostra sensibilità, con quella capacità innata che non può essere in alcun modo acquisita e che non ha nulla a che vedere con il mestiere che facciamo: il talento.

Avere talento non è cosa comune, altrimenti saremmo tutti campioni di golf o famosi cantanti d’opera o capitani d’industria o affermati statisti o grandi scrittori. Ci sono cose che non si apprendono, che ci accompagnano sin dalla nascita. Magari le ignoriamo per tutta la vita, per distrazione o perché siamo confusi dagli eventi, però loro sono lì, pronte a esplodere a un nostro cenno.
Scoprire il proprio talento, ad ogni modo, non è semplice. Bisogna essere vigili e cogliere anche il minimo segnale. Spesso ci si illude di avere un talento, quando invece non è così (è il caso di molti “aspiranti qualcosa”), allora si battono strade senza uscita, di quelle che lasciano l’amaro in bocca. Amici e parenti non aiutano in questo, perché a volte non hanno la forza di sottolineare le nostre lacune e ci lasciano invischiati nelle nostre illusioni, fino a quando non riceviamo talmente tante porte in faccia da far sì che si insinui in noi il tarlo del dubbio o un’ineludibile certezza. E se non fossi poi così bravo?

Di consigli è pieno il Web, così come è traboccante di cattivi consiglieri. Quindi non è complicato trovare nuove strade per migliorare la nostra tecnica e permetterci di crescere. Il difficile è riuscire a fare autocritica, essere consapevoli dei propri limiti ed è su questo che si deve puntare per comprendere veramente la propria strada.
«Conosci te stesso», sosteneva Talete. Credo che questo sia un buon punto di partenza qualunque sia la strada che decidiate di percorrere.

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