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Bisogna avvicinare i giovani studenti alla poesia?

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Di Adriana Pedicini

Domanda provocatoria: risposta di un vecchio filosofo.

La domanda sembra essere quasi assurda in un momento storico in cui si vede e si legge ogni sorta di cose e in cui i confini dell’etica coincidono con l’orizzonte.
Non fu così per Plutarco che nello scritto il cui titolo è la domanda stessa si rivolge all’amico Marco Sedato, il cui figlio Cleandro è, come Soclaro, figlio di Plutarco stesso, proprio in quella età in cui si incomincia a prendere in considerazione la lettura dei poeti.

“È naturale, sostiene il Filosofo, che persone giovanissime non si sentano ancora attratte da letture decisamente filosofiche, bensì da quelle che si rivolgono alla fantasia, e cioè dalla poesia. Necessariamente bisogna preoccuparsi che l’animo della gioventù non ne riceva danno, poiché la poesia allo stesso tempo contiene elementi utili e pericolosi, in specie per giovani intelligenti e svegli”.

“Pertanto è necessario sorvegliare i giovani non solo nei piaceri del mangiare e del bere, ma tanto più riguardo a ciò che ascoltano o leggono; bisogna abituarli a discernere ciò che utile e salutare a loro usando con moderazione, come un condimento, ciò che procura loro piacere”.

“Infatti porte ben chiuse non difendono una città dall’assalto, se essa lascia passare il nemico attraverso una sola di esse; e, allo stesso modo, la continenza negli altri piaceri dei sensi non salva un giovane, se egli, senza volerlo, si abbandona a ciò che gli perviene attraverso l’udito”.

A questo punto vale la pena di richiamare alla mente un luogo delle Qaestiones convivales e osservare come Plutarco faccia parlare uno degli interlocutori. Questi sostiene, infatti, che nei piaceri si pecca o per mancanza di moderazione o per ignoranza; laddove il danno che ci minaccia è evidente, per esempio nell’ingordigia, nell’ubriachezza, nel piacere sessuale, si pecca per immoderazione; al contrario, nel campo della vista e dell’udito, si pecca per ignoranza.
Si dimentica infatti che anche qui c’è bisogno di precauzione, dato che tali piaceri sono i più forti: essi penetrano non nella parte irrazionale dell’anima, come i piaceri del gusto, del tatto, dell’odorato, ma aggrediscono la parte razionale e riflessiva di essa.
Secondo Teofrasto poi l’udito è il più passionale dei sensi, poiché nessuna sensazione turba l’anima come fanno i suoni; tuttavia l’udito è ancora un senso razionale perché attraverso l’udito la virtù penetra nell’animo.

“Ma poiché non è possibile, né vantaggioso tener lontano dalla poesia un fanciullo della stessa età del mio Soclaro e del tuo Cleandro, dobbiamo esercitare su di loro una stretta sorveglianza, poiché ne hanno bisogno più nelle letture che in istrada”.

Soprattutto se l’animo dei giovani non è pigro in nulla ma vivace e attivo in ogni cosa, e proprio per tale vivacità più soggetto alle influenze di ogni tipo.
Dopo tali esortazioni e consigli Plutarco attraverso la similitudine della seppia, buona e gustosa, ma capace di rendere i sonni pesanti e i sogni soggetti a strane e paurose fantasie, aggiunge che nella poesia c’è molto di piacevole e utile, ma altrettanto c’è di dannoso e nocivo.
Troppo duro e irragionevole sarebbe però escludere del tutto la lettura dei poeti per timore degli inconvenienti. La poesia, dunque, è come un grande albero che non va estirpato ma soltanto potato in quei rami che sono secchi e quindi inutili e privato di quelle erbe che arrampicandosi ovunque sul suo tronco, imbrigliano i suoi rami, soffocandoli e impedendo loro di donare i loro splendidi e salutari frutti.
Per questo il nostro Autore ammonisce:

“La poesia non va evitata da coloro che amano praticare la filosofia, anzi costoro dovrebbero far uso della poesia quale esercizio introduttivo allo studio della filosofia, abituando se stessi a cercare l’elemento utile in ciò che è piacevole e a trovare lì soddisfazione; e se non vi è nulla di vantaggioso a combattere la poesia e ad essere insoddisfatta di essa”. 
(continua)
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