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Intervista a Simona Baldanzi

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Di Morgan Palmas

Simona Baldanzi si racconta

Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinata alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Ricordo che alle elementari scrissi una storia su un ombrello rotto abbandonato in un fiume. Non ricordo bene la storia, però ricordo la sensazione che provai. Non scrissi per la scuola, per la maestra o per far contenti i miei genitori. Neanche scrissi di una cosa bella per fare colpo: un oggetto inutile e senza parole. Quell’ombrello rotto era un protagonista. Una cosa che mi emozionò e mi spaventò.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Sono una persona razionale, che ha sempre vissuto in una famiglia attenta alla concretezza, consapevole dei limiti della creatività e delle mie possibilità. Pensavo che la creatività non sarebbe mai diventata il mio mestiere perché erano fronzoli della vita. L’ho coltivato clandestinamente il mio istinto creativo, quasi vergognandomene, ogni volta divisa fra ucciderlo una volta per tutte o farlo esplodere coinvolgendo tutti. Vivo ancora con questo conflitto dentro. Forse mi permette di lavorare continuamente sull’equilibrio fra i due.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Sono cresciuta giocando a pallavolo quindi sono abituata ai giochi di squadra a conciliare i tempi e le forze degli altri. La scrittura invece è uno sport individuale e quindi devo affrontare tutta un’altra mentalità, un altro schema, devo darmi più disciplina, ma anche altri obiettivi. Quando sono in giro mi appunto tante cose, accumulo il caos. Ma poi so anche impormi dei tempi reduce da studentessa universitaria e lavoratrice insieme. La notte però la lascio al sonno. In questo assomiglio a mio babbo che vive come i contadini: si fa e si va finché c’è luce, poi si smette.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Da quando non fumo più sono tornata a massacrarmi i capelli, un vizio che mi porto dietro da quando sono piccola. Li accarezzo, li attorciglio, cerco in una ciocca una forma, un attimo di distrazione. D’estate davanti allo schermo bevo molta acqua. Sento che lo schermo mi secca gli occhi e la sedia mi impigrisce. Invece rumori e vita intorno non mi spaventano, ci sono abituata. Anzi mi tengono sveglia e non mi fanno sentire una mummia.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Non soffro della sindrome da competizione e neanche di quella della devozione. Ho rispetto per i grandi scrittori e mi fa tanto piacere sapere che ho grandi bacini da cui attingere per imparare. Sia dal passato che dal presente. Anzi, dal presente mi affascina ancora di più perché puoi inviargli una mail o sperare di incontrarli e far loro qualche domanda. Mi dispiace solo aver perso un po’ di puro innamoramento da lettrice: prima mi lasciavo sopraffare dalla lettura e dal sentimento, ora noto la forma, lo stile, il ritmo. Capto la lezione, oltre alla storia. Questo è bello e vitale per chi scrive, ma un po’ meno come lettrice. Prima mi sentivo più colma di stupore. Forse è anche l’età.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Direi che, soprattutto se sei agli inizi di un percorso e stai a Roma, Milano e Torino sei più avvantaggiato, anche oggi ai tempi di internet. Le reti di vicinanza fisica non si sostituiscono del tutto. Firenze, la città a me più vicina, a livello editoriale è quasi morta. Firenze è culturalmente ingessata: al di fuori della solita casta intellettuale non ci sono molte occasioni per far emergere la creatività. In periferia comunque ti fai le ossa e sei più abituato ai colpi e agli spostamenti, anche mentali. Sulla rete ci sono comunque occasioni di incontro e confronto. Da poco grazie a internet, si è potuto formare un blog sui diritti degli scrittori, sulle convenzioni contrattuali: www.scrittorincausa.splinder.com. Dei quattro fondatori, tre vivono a Roma e io sono l’unica dalla provincia. Senza i contatti in rete sarebbe stato impensabile.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Scrivere non lo so. Forse per ora non mi fa avere figli: le mie amiche partoriscono mentre io scrivo romanzi. Senza letteratura invece non potrei vivere. Non mi ci vedo stare troppo tempo senza leggere un buon romanzo, senza cercare. Sui miei desideri universali contro le ingiustizie del mondo però, la letteratura non basta. Dobbiamo dire alla gente che non basta leggere libri “impegnati” per sentirsi a posto. Bisogna impegnarsi. Se le parole ce l’hai ora mettici gambe, braccia, voce, comportamenti.

La ringrazio e buona scrittura.

Grazie a voi e buona vita.

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Commenti

Belle parole, sincere, vere. Grazie a Simona Baldanzi per essersi "confessata": è entusiasmante scoprire che gli scrittori possono essere simili a noialtri.

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