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Suicidi lusitani

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Di Marcello Sacco

Il suicidio in Portogallo fra scrittori e drammi

Il mio articolo del mese scorso in ricordo di Mário de Sá-Carneiro ha finito col ricordarmi l’inquietante rapporto fra intellettuali e suicidio in Portogallo. Una specie di amore morboso per la morte di cui Sá-Carneiro, che si uccise indossando un rigorosissimo smoking, fu solo un esempio. Depresso, aveva annunciato il gesto in una lettera a Fernando Pessoa, il quale dieci anni dopo scriverà una poesia che è un monologo/dialogo con un tu generico: “Sei indispensabile? Oh ombra inutile chiamata gente, nessuno è indispensabile”, ed esortava a non limitare il suicidio alla mera speculazione letteraria. La Belle Époque era finita con la guerra e poi la dittatura, ma il malessere veniva da lontano. Era iniziato con le crisi dei tempi di pace.

La seconda metà dell’800 infatti, rispetto ai turbolenti decenni precedenti, si presenta politicamente stabile: si rafforza la monarchia costituzionale, si modernizza l’amministrazione statale, si investe molto in infrastrutture e ci si indebita (ogni riferimento all’oggi è casualmente inevitabile). Perfino in un paese poco industrializzato come il Portogallo emerge la questione operaia e forse non a caso le prime vittime dell’epidemia di sconforto sono socialisti. Lo svizzero-ticinese Giuseppe (José) Fontana fonda il Partito Socialista Portoghese e, insieme ad altri amici intellettuali i cui nomi oggi affollano libri e toponomastica nazionale, dà vita a una serie di storiche iniziative per lo svecchiamento intellettuale del Paese. Nel 1876, a 36 anni, si uccide nello scantinato della sua libreria. Quindici anni dopo, il suo amico poeta e compagno di lotta Antero de Quental lascia il continente e torna nel suo isolotto natio, alle Azzorre, si siede su una panchina decorata col disegno di un’ancora attraversata dalla parola “Speranza” e si spara. Un anno prima, nel 1890, era toccato a Camilo Castelo-Branco, il romanziere per eccellenza dell’800 lusitano, e a uno scrittore meno noto, ma popolare all’epoca, Júlio César Machado, che chiede alla cameriera di andare a comprargli il giornale e dopo un po’ lo trovano per terra, i polsi tagliati di netto, insieme alla moglie che se la caverà per miracolo con il braccio paralizzato. Era la loro tragica risposta al recente suicidio del figlio diciassettenne.

Nel 1895 si giunge ad un vero e proprio accordo tra i direttori dei maggiori giornali nazionali su come trattare ed eventualmente censurare le notizie di suicidio. Si teme l’effetto imitazione. Quando Miguel de Unamuno arriva in Portogallo nel 1908, conia per i portoghesi la definizione di popolo suicida e cita la lettera di un amico poeta, Manuel Laranjeira, che nega il suicidio in quanto moda decadente d’importazione: non è un fiore del male artificiale, ma un albero che cresce spontaneo in terra lusitana. Certo Laranjeira mitizza, ma sa anche vedere la realtà di una terra che dissipa i propri talenti: “In questo Paese sventurato – dice – il nobile si suicida, la canaglia trionfa”. Coerentemente, si ucciderà quattro anni dopo.

E oggi? Antonio Tabucchi, nel testo che chiude I volatili del Beato Angelico, interpreta i dislivelli orografici di Lisbona come altrettanti inviti al salto. Ma è l’Alentejo pianeggiante a registrare un tasso di suicidi inconsueto. Uno dei debutti letterari più originali degli ultimi anni, “E se mi piacesse tanto morire”, di Rui Cardoso Martins, (inedito in Italia) gira proprio intorno a una catena illogica di suicidi alentejani e cita in epigrafe i dati di una società che credevo parto della fantasia dell’autore prima di digitarne il nome su google: la Sociedade Portuguesa de Suicidologia. Qualche anno fa ho curato con Gianluca Miraglia un’antologia di racconti portoghesi contemporanei L’anima navigante. Solo dopo aver selezionato e tradotto tutti i testi ci siamo accorti che cinque su venti contenevano una o più forme di suicidio. Fortunatamente gli autori si sono finora limitati alla mera speculazione letteraria.

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