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Scuola e Letteratura - 3

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Di Stefano Verziaggi

I programmi di letteratura nella scuola, riforme?

Il programma.
Come sei messo con il programma. Il programma è assurdo. C’è scritto nel programma. Quest’anno non finisco il programma. Se apri il programma, ti ci perdi e ti viene la depressione.

Questo termine, per gli insegnanti, non ha affatto un’accezione neutra, né tantomeno viene percepito secondo significati informatici. Un po’ di chiarezza lessicale, però, sia per i non addetti ai lavori sia per quanti ancora fanno confusione, non guasta. Per programma, infatti, di solito si intendo due cose che vanno tenute distinte: da un lato la programmazione di inizio anno, quella in cui ciascun insegnante dichiara cosa si prefigge di fare (e in cui, tra l’altro, è più importante il come che il cosa), dall’altro le Indicazioni ministeriali, come vengono ora chiamate, cioè le direttrici emanate dal Ministero in riferimento a metodi e contenuti. Concentriamoci sul secondo. 

Le indicazioni ministeriali sono delle linee guida, degli orizzonti per gli insegnanti relativi a ciascuna materia, magari anche in riferimento al tipo di scuola e alle curvature, come le definisce Max Bruschi. Con il riordino della scuola del Ministro Gelmini (improprio, come si è detto, parlare di riforma, ma di questo magari si potrebbe discutere più avanti) sono state emanate le famigerate indicazioni per i Licei, in cui sono contenuti anche gli obiettivi di conoscenza per ciascuna disciplina. Le nuove indicazioni vanno a modificare e uniformare il coacervo precedente, che spesso aveva come base i programmi di Gentile (1923), opportunamente integrati per esempio con i programmi Brocca (anni ’90). La bozza è stata resa disponibile sul sito dell’Indire (www.indire.it), in cui oltretutto era possibile commentare e proporre critiche (molte) o modifiche (poche) o apprezzamenti (ancor meno). 

Tra gli insegnanti di Lettere il dibattito, ovviamente, è stato furioso. Scorriamo in riassunto le principali novità relative alle conoscenze.

1) Già al biennio si dovrà affrontare la nascita della letteratura fino all’affermazione del fiorentino, passando per i Siciliani;
2) in quarta si conclude con Manzoni, e Leopardi si lascia alla quinta;
3) per la quinta si ribadisce l’importanza di arrivare all’oggi e si citano i seguenti nomi: Leopardi, Baudelaire, Pascoli, D’Annunzio, Verga, Pirandello, Svevo, Ungaretti, Saba, Montale, altri poeti a scelta “per esempio Rebora, Campana, Luzi, Sereni, Caproni, Zanzotto…”, Gadda, Fenoglio, Calvino, P. Levi, altri narratori a scelta “per esempio Pavese, Pasolini, Morante, Meneghello…”.

Molti i commenti, di vario genere; riportiamone solo alcuni di critici. Spezzare il disegno storico della Letteratura tra biennio e triennio con conseguente cambio di insegnante è poco saggio; si insiste con lo studio della Commedia per tutti e tre gli anni; affrontare Leopardi in quinta vuol dire non riuscire a fare il resto; perché Leopardi e non Manzoni; ci si dimentica di Carducci; il Futurismo dove è andato a finire; non si capisce poi il senso di citare Meneghello piuttosto che altri. 

In realtà, le Indicazioni nazionali si sono anche concentrate sulle metodologie, sulla riflessione linguistica, sulla scrittura.
Perché allora tutto questa concitazione in riferimento alla lista di autori, per altro puramente indicativa? Perché, ma è solo una mia idea, si è andato a solleticare il problema del canone: l’insegnante di lettere è pur sempre un intellettuale ed è chiamato a confrontarsi con una lista che, per quanto ricca, sarà sempre parziale. Una lista che sembra segnare paletti e vincoli, che limita quindi la libertà di ciascuno di proporre un proprio canone agli studenti. 

Non credo però fosse questo il vero punto, naturalmente riflettendo assieme ad altri. Credo che la questione del canone dovrebbe essere lasciata fuori dalla scuola, nella misura in cui si propone come discussione sterile e non produttiva per l’apprendimento: perché questo dobbiamo fare, aiutare ad apprendere i ragazzi, non manifestare scelte di campo. Mi sarebbe piaciuto che si riflettesse di più sulla metodologia; forse sarebbe stato opportuno chiedersi se non si poteva provare (dico, provare) a uscire dallo storicismo di Gentile (storia della letteratura, storia dell’arte, storia della filosofia, storia della storia…) e avventurarci verso altri terreni, per esempio quelli di matrice anglosassone. Non come inno all’esterofilia, solo come suggestione. Chissà.
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