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"L'amore altro. Un'odissea nel Kosovo" di Ausilio Bertoli

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Di Alberto Carollo

Ausilio Bertoli e il suo "L'amore altro. Un'odissea nel Kosovo" (Besa Editrice)

Il produttivo scrittore vicentino Ausilio Bertoli sembra aver trovato a est nuova linfa vitale per la sua narrativa. Già col precedente La sirena dell'immortalità (Azimut, 2008) i caratteristici protagonisti dei suoi romanzi spostavano la loro sfera d'influenza in territori dove il genoma venetico dava origine, nel confronto/scontro con le istanze autoctone, a singolari alchimie. In L'amore altro questa tendenza è ancor più marcata, con conseguenze impreviste e di sicuro impatto per il lettore. La vicenda è ambientata nel Kosovo, nell'ambiente del volontariato umanitario che il nostro autore, sociologo di formazione, ha avuto modo di toccare con mano per il tramite di suoi conoscenti.

Boris e Giulia – lui vicentino, lei padovana –, vanno a Prizren Bas a far visita a Clizia, la sorella di lei, medico all'ospedale dell'International Assistance. Giulia, abbandonata dal marito, è innamorata di Boris, non ricambiata; lui è invaghito di Clizia, in principio, ma finisce per idolatrare e poi innamorarsi perdutamente di Arifa, l'infermiera kosovara. Stesa così sembra la trama di un vaudeville, invece il romanzo breve procede con ritmo serrato e sterza bruscamente in atmosfere noir. Quella che nelle intenzioni doveva essere per Boris, Giulia e Arifa una gradevole gita turistica al parco nazionale di Brezovica si trasforma improvvisamente in un incubo: «Uno sparo secco lacerò l'aria. Un istante, e l'eco di un urlo strozzato, coperto in parte dal rombo di un aereo a reazione, mi risuonò nelle orecchie.»

Boris e Giulia entreranno nel mirino dei trafficanti di droga e gas tossici; sarà l'avvio di una catena di sofferenze, di morti e di sogni distrutti. Il Kosovo martoriato dalla guerra impone all'autore una mimesi più stringente e drammatica; ci sono alcuni passaggi cruciali in cui viene descritta con stile asciutto e diretto la crudeltà di alcune situazioni post-belliche: «Per i soldati era un divertimento incaprettare o bruciare vivo chiunque si trovasse nelle case o nei boschi. Il più bel divertimento.»

Boris Pavani è un tipico personaggio alla Bertoli: borghese, ben istruito, insoddisfatto della vita grigia che conduce. Boris si allontana dalla provincia opprimente per cercare nuove motivazioni esistenziali, per trovare una compagna in grado di compensare il suo senso di vuoto. Ma in questo libro c'è un espediente narrativo che diviene una possibilità in più di evoluzione del personaggio: la tragica vicenda di Arifa determina un sostanziale cambiamento di rotta nella vita di Boris. Da pavido e irresoluto, preda di un forte senso di disagio, Boris diviene consapevole e determinato. Il suo amore per Arifa viene sublimato in una nuova ragion d'essere, monito continuo a lottare per migliorare la propria condizione e quella degli altri. Si cambia a confronto con le esperienze, per quanto spietate. Arifa, al sogno d'amore di Boris aveva opposto il suo ideale: «non so ancora cosa pretendi da me e dalla vita. Io pretendo di studiare medicina e curare e aiutare i disperati della mia terra, quelli più disperati di me (...)»

I personaggi di Bertoli rivelano le proprie motivazioni profonde con poche parole, si spiegano per comportamenti e azioni. La scrittura serve abilmente quest'esigenza: è secca, frammentata, concitata a tratti.
Boris tornerà in Kosovo per realizzare una clinica pediatrica dove guarire e amare i bambini della zona. Forse quell'animale (l'uomo) più feroce esistente sul pianeta può essere fermato; forse non c'è neanche bisogno che gli scienziati gli cambino i geni per ammansirlo. C'è bisogno di una infusione ulteriore di speranza, quella che Ausilio Bertoli invoca nella bella epigrafe che apre L'amore altro e che vi invito a leggere, perché è evidente che per cambiare questo stato di cose vi sia bisogno di dosi massicce di un “altro amore” che non sia quello atavico per noi stessi, per la nostra etnia e per il nostro fazzoletto di terra brulla e senza frutto.
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