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Di Morgan Palmas

Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Ho cominciato a scrivere a scuola, facendo i temi. Perciò non è stato un caso fortuito, c’era un’autorità superiore che mi obbligava. Per fortuna mi piaceva.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Non lo so, per me non sono nozioni misurabili.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Moravia per me non è un modello edificante. Ha scritto un’enorme quantità di pagine noiose e superflue, a un certo punto mi sembra più un grafomane che uno scrittore. Quella dell’ispirazione nel caos della vita è un’immagine oleografica, una rappresentazione forzata della realtà. Io ho voglia di scrivere, oppure non ne ho voglia. Di solito non ne ho molta voglia. Ma un metodo devo darmelo per forza, altrimenti non avrei scritto, e soprattutto non avrei pubblicato mai nulla e non ci avrei nemmeno ricavato un soldo.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Non posso fare a meno di alzarmi spesso dalla scrivania, perché altrimenti mi viene un gran mal di schiena. Di fatto, mi muovo molto spesso. Mi siedo, mi alzo, mi siedo di nuovo. Purtroppo non mi viene in mente niente di significativo da raccontare, a proposito di questa attività, che vista dal di fuori deve sembrare noiosa da morire. Voglio dire: se mi filmassero mentre scrivo ne verrebbe fuori un video di spaventosa monotonia e ripetitività.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Non credo nella retorica di questi gesti. Wilde non era un trombone, Marinetti un po’ sì, credo, dall’idea che mi sono fatto. Il mio rapporto con i grandi scrittori del passato non è personale, perché loro sono morti, è un rapporto che passa attraverso la mediazione dei loro libri. Tra l’altro ormai ho un’età che la maggior parte me li sono dimenticati e li dovrei rileggere.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Gran parte degli scrittori si concentrano dove ci sono dei vantaggi da ottenere. Per esempio, se ci fossero delle bellissime donne disposte a concedersi gratis, supponiamo a Fidenza (che è vicino a Parma) o a Ovada (che è vicino a Alessandria), lo dico tanto per fare due esempi, credo che la maggior parte degli scrittori maschi eterosessuali si troverebbe lì nel momento dovuto. Altrimenti gli scrittori vanno ai festival, se li fanno esibire un po’ in pubblico, perché sono vanitosi, oppure ai premi quando sperano di vincerli. Altrimenti, ogni tanto ci telefoniamo, ma più che altro per tenerci d’occhio.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Non lo so, perché dovrei fare una vita parallela dove non scrivo e magari non imparo neanche a leggere e poi vedere qual è stata la migliore fra le due.

La ringrazio e buona scrittura.

Grazie a Lei per l’attenzione.

Paolo Bianchi
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