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Di Daniela Nardi

L'utilità della poesia e il marketing contemporaneo

La poesia è sempre stata considerata una forma letteraria di nicchia, ma mai come in questi ultimi decenni, ha assunto un ruolo così evanescente.
All’interno delle statistiche sulle vendite, quello che salta agli occhi non è solo o tanto lo scarso interesse intorno ad essa, quanto la sua fruibilità, legata troppo spesso a scopi consumistici.

Esempi fin troppo evidenti sono l’uso che ne fa la pubblicità, che spesso utilizza citazioni a effetto estrapolate da opere ben più ampie, per reclamizzare automobili o cibo per gatti, o l’usa e getta diventato strumento vincente di una nota casa di cioccolatini.
Eppure il ruolo che rivestono questi discutibili vettori nei confronti della diffusione della poesia, resta confinato al momentaneo passaggio visivo e televisivo del singolo verso, non riuscendo a suscitare la curiosità alla lettura dell’opera nel suo complesso. Tutto è ingurgitato e digerito nel breve spazio di pochi secondi. Lo stesso accade su Internet, dove molti siti offrono un servizio di citazioni millegusti e multiuso da utilizzare quando si presenta l’occasione giusta.

Il tutto è poi limitato ai “classici” o ai poeti “di moda”, quelli ormai consacrati, quindi una poesia che si spinge solo fino alla prima metà del novecento. Per quella contemporanea, l’interesse è limitato a riempirsi la bocca col nome di qualche autore recentemente deceduto, della cui opera si sa poco o nulla e solo perché ne hanno parlato giornali e tivù. Incisive come un taglio profondo sulla pelle sono a questo proposito, le parole di Sanguineti, quando sosteneva che “Viviamo in un'epoca di capitalismo trionfante, che vive dell'ideologia che le ideologie sono finite. E la globalizzazione si fa portatrice di questo messaggio.”
Il proliferare di una produzione poetica estremamente parcellizzata nelle innumerevoli proposte editoriali, sia per quantità che per qualità, paradossalmente non ne favoriscono la diffusione, lasciando disorientato il più appassionato dei lettori. Anche la critica, resasi latitante per esigenze di mercato, non è più in grado di rivestire il ruolo di punto di riferimento.

Queste le cause “ufficiali” che basterebbero da sole a tenere sprofondata nel ghetto dell’indifferenza quel frammento della cultura oggi apparentemente insignificante, che ne costituisce al contrario l’ossatura, il nerbo, il cuore stesso di chi vuole imparare a crescere.

C’è però un elemento troppo spesso ignorato nelle varie analisi sullo stato di salute della poesia contemporanea ed è la mancanza di un background, un substrato culturale che metta in grado di fruirne in maniera consapevole.
L’edonismo ormai radicato, sconfinante nell’atarassia e un certo cinismo da supermercato, che nell’elogio alla tecnologia come unica verità sostenibile, relega la cultura letteraria a circoli bocciofili, hanno snaturato la formazione e l’approfondimento intellettuale della letteratura e della poesia in una mera analisi testuale, in cui alla musicalità e all’interpretazione percettiva del verso, si preferisce la dissezione chirurgica del cosa avrà voluto dire. 

Manca insomma la formazione che, soprattutto nella scuola primaria e nella secondaria di primo grado, insegni ad ascoltare ciò che è l’essenza di un pensiero umano, rendendolo immanente, trasgressivo, perché, come dice Adonis, “La poesia è essenzialmente trasgressione, impeto in tutte le direzioni, al di là del tempo e dello spazio, degli individui e della società, di individui e di valori”.
Tutto il resto è squallido mercato.
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