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“Concetto al buio” di Rosario Palazzolo

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Di Deborah Pirrera

"Concetto al buio" dalla Palermo di Rosario Palazzolo

Molte recensioni, anche molte belle recensioni, cominciano col tessere le lodi dell’autore o con l’enumerare i suoi “incredibili” successi. Questa, che vuole parlarvi di Rosario Palazzolo e del suo secondo romanzo “Concetto al buio” gruppo Perdisa editore (BO), è una seconda opera e di un giovane autore, per di più pubblicato da una casa editrice di nicchia, e non vanta quindi titoli roboanti. La premessa vuole solo avere la presunzione di chiarezza. 

Per chi fosse giunto a questo punto e avesse ancora voglia di andare avanti aggiungo che Rosario Palazzolo è uno scrittore palermitano, non ancora quarantenne, che a Palermo c’è nato e ci vive, cosa che ha già dell’incredibile se pensiamo alla crisi che investe l’Italia tutta e la Sicilia di più, facendo di mestiere il drammaturgo, scrittore, regista e attore. È sufficientemente noto nella sua città, a mio avviso non abbastanza, lo è molto di più a Napoli, Bologna, Milano e in Svizzera dove si è esibito con la Compagnia teatrale di cui è fondatore, la “Compagnia del tratto”, con non poco e meritato successo. Ma andiamo al libro.

Da lettrice, con il desiderio di comunicare ai futuri lettori,vorrei raccontare la mia personale vicenda nell’imbattermi in “Concetto al buio”. Il libro mi è stato recapitato per una recensione in tempi stretti. Ne ho cominciato la lettura, non dico in maniera svogliata, ma come se fosse una sorta di commissione che mi toccava fare, una “roba” di lavoro, comunque.

Sono così arrivata alla terza pagina, ho chiuso il libro, l’ho riaperto da principio e ho ricominciato a leggerlo: questa volta ad alta voce. La musicalità delle parole, il ritmo stesso come di un metronomo ad andatura veloce (complice la quasi totale assenza di punteggiatura), il periodare paratattico, la voluta ripetitività mi avevano incantata, ancor prima che la trama.
L’incantesimo non si è spezzato per tutta la durata del libro. Quel linguaggio, scritto ma adatto anche all’oralità, un palermitano con riuscite pretese di universalità, mi è arrivato al cervello prima e al cuore poi, dritto, sparato, senza equivoci. Una lingua vera, solo di chi certe espressioni può averle sentite con le sue orecchie, affatto costruita a tavolino per un qualsivoglia intento letterario, e qui non me ne vogliano Andrea Camilleri e i suoi lettori, che pure apprezzo come autore e come uomo ma di cui tutta l’operazione letteraria e televisiva sembra specialmente una grande strategia di vendita.

La trama vanta una grande attualità: non si arena il Palazzolo in note tematiche, seppur ben riuscite, della letteratura siciliana (da Tomasi di Lampedusa ai giorni nostri) ma affonda nella cronaca, la più dissacrante.
Per paura di sciupare il bello della lettura di questo giallo-noir mi limiterò a dire che ne esce uno spaccato al vetriolo della società attuale, dove nessuno viene risparmiato, neppure l’intoccabile Chiesa con i suoi Santi e i suoi Demoni, che in certi luoghi di certo sud del mondo ha finito col sostituirsi ad uno Stato sempre più assente e ad una qualsiasi speranza di futuro.
Per gustare sino in fondo il contenuto, che gioca su una apparente semplicità ma che non vuole essere affatto semplice e ci riesce, è bene tener conto che i piani di lettura, abilmente intrecciati, sono tre e che l’ordine cronologico dei fatti non è ordine voluto. 

Dunque, in “Concetto al buio” c’è la storia di un ragazzo di tredici anni, Concetto Acquaviva; Concetto vive in uno dei tanti quartieri del centro di Palermo, ha un papà meccanico e una mamma insegnante e frequenta la Scuola Media Giuseppe Carducci. Il suo è un quotidiano tranquillo ma due “tragedie” non lo renderanno più tale.
Per il resto, buona lettura.
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