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Scuola di paura - Lezione 2

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Di Michele Ruele

La scuola di paura oggi aggiunge altri passi

HAI PAURA? BENE, COSÌ TI SALVERAI
(Leonardo, Gozzano, Bertolucci e, per finire, Gadda)

Hanno detto che gli uomini si distinguono dalle altre creature per l’intelligenza, per la consapevolezza, perché ridono, perché comunicano.
O perché hanno paura?
O, mentre sanno anche altre molte cose, sanno anche di avere paura?
Ciò che stabilisce in maniera fondamentale la differenza fra me, te e uno scoiattolo, un dugongo è che noi sappiamo che c’è da aver paura, insomma.

Per la paura, dicono, potremmo aver sviluppato la tecnologia, inventato sistemi sociali, immaginato dèi. Addirittura il pensiero in sé sarebbe frutto della paura (questo disse Max Horkheimer, volendo dargli retta).

D’altra parte la paura e la relativa conseguenza dell’angoscia sono la parte più antica e naturale della nostra mente.
«La prima cosa che la natura esige è imparare a spaventarsi… La fuga rapida e mirata dell’individuo è il primo dovere della conservazione della specie» e il corpo dell’animale sarebbe anch’esso strutturato in funzione di questo scopo base: «Non solo gli organi sensoriali e quelli di movimento, ma quasi tutti gli organi sono focalizzati su questa funzione centrale, tanto l’occhio quanto lo stomaco che le estremità» (Heini Hediger, uno zoologo svizzero).

Nell’uomo, paura e angoscia sono ancora a livelli primordiali. Anche perché, pare, l’emotività resta stabile nella storia, mentre a cambiare sarebbe il pensiero.

Però ciò che accade nella cultura è diverso da ciò che accade a livello bio- e fisiologico e a livello psichico.
Paura e angoscia possono diventare sfruttabili a livello sociale e culturale.
Sia per affrontarla sia per farne uno strumento in vista di un obiettivo. Per la seconda questione, si pensi all’angoscia psicologica di massa inscenata dal fascismo, per esempio. Per renderla affrontabile, invece, si usano la paura e l’angoscia stesse, proprio in nome della loro plasticità: «Il significato dell’angoscia per la cultura è dato dalla sua straordinaria capacità di poter essere spostata… Poiché è facile trasformare l’angoscia reale in angoscia fantasmatica…» (Mario Erdheim, etnopsicoanalista).

Insomma, impiego calcolato della paura e della susseguente angoscia.

Oggi ci interessa di più capire come paura e angoscia possono servire a vincere la paura e l’angoscia.
Cioè: se so di aver paura, e anzi coltivo la mia paura, avrò meno paura e meno angoscia?

Non mi è venuto in mente così, questo problema. E non è nemmeno che siano necessariamente da condividere atteggiamenti diciamo così esistenzialistici cupi e pessimistico-apocalittici.

E ci sono tre scrittori italiani che mi hanno fatto venire in mente questo atteggiamento che potremmo definire così: so di aver paura, ho molta paura e così combatto la mia paura.

Ecco, per iniziare, alcune massime di Leonardo da Vinci.

«Chi teme i pericoli, non perisce per quelli».
«Paura ovver timore è prolungamento di vita».
«Siccome l’animosità è pericolo di vita, così la paura è sicurtà di quella».

La paura per Leonardo è come un diluvio, una tempesta, una caverna. Dentro la caverna ci puoi guardare, non fosse altro perché può svelare qualche «miracolosa cosa»:
«..E tirato dalla mia bramosa voglia, vago di veder la gran commistione delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto in fra gli ombrosi scogli, pervenni all'entrata di una gran caverna, dinanzi alla quale restando alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, piegato le mie rene in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio, con la destra mi feci tenebra alle abbassate e chiuse ciglia.
E spesso piegandomi in qua e là per vedere dentro vi discernessi alcuna cosa, questo vietatomi per la gran oscurità che là entro era e stato alquanto, subito si destarono in me due cose: paura e desiderio, paura per la minacciosa oscura spelonca, desiderio per vedere se li entro fussi alcuna miracolosa cosa.»

L’altro scrittore è Guido Gozzano.
Nei Colloqui c’è una poesia che si intitola Invernale.

«...cri...i...i...i...icch...»
l'incrinatura
il ghiaccio rabescò, stridula e viva.
«A riva!» Ognuno guadagnò la riva
disertando la crosta malsicura.
«A riva! A riva!...» Un soffio di paura
disperse la brigata fuggitiva.
«Resta!» Ella chiuse il mio braccio conserto,
le sue dita intrecciò, vivi legami,
alle mie dita. «Resta, se tu m'ami!»
E sullo specchio subdolo e deserto
soli restammo, in largo volo aperto,
ebbri d'immensità, sordi ai richiami.
Fatto lieve così come uno spetro,
senza passato più, senza ricordo,
m'abbandonai con lei, nel folle accordo,
di larghe rote disegnando il vetro.
Dall'orlo il ghiaccio fece cricch, più tetro...
dall'orlo il ghiaccio fece cricch, più sordo...
Rabbrividii così, come chi ascolti
lo stridulo sogghigno della Morte,
e mi chinai, con le pupille assorte,
e trasparire vidi i nostri volti
già risupini lividi sepolti...
Dall'orlo il ghiaccio fece cricch, più forte...
Oh! Come, come, a quelle dita avvinto,
rimpiansi il mondo e la mia dolce vita!
O voce imperiosa dell'istinto!
O voluttà di vivere infinita!
Le dita liberai da quelle dita,
e guadagnai la ripa, ansante, vinto...
Ella solo restò, sorda al suo nome,
rotando a lungo, nel suo regno solo.
Le piacque, alfine, ritoccare il suolo;
e ridendo approdò, sfatta le chiome,
e bella ardita palpitante come
la procellaria che raccoglie il volo.
Non curante l'affanno e le riprese
dello stuolo gaietto femminile,
mi cercò, mi raggiunse tra le file
degli amici con ridere cortese:
«Signor mio caro grazie!» E mi protese
la mano breve, sibilando: «Vile!».

Allora, ti chiede Gozzano: aderire a qualche falsa passione o avere una sana e vile paura, per demitizzare gli irresponsabili e, per parte propria, salvarsi?

L’altro poeta, l’ultimo, è Attilio Bertolucci.
Nella Lucertola di Casarola troviamo uno dei versi più belli della letteratura italiana. È tra quelli finali: «dei cunicoli cui torna, non fugge». E sta accanto ai suoi fratelli in inarcatura: «Ricordo che bambino m’incitavano / a mozzar loro la coda – non temere / rinasce, non temere – e io a rifiutare caparbio, silenzioso».
Si tratta di una poesia-apologo nelle stesse intenzioni di Bertolucci, quindi è chiaro che contiene una morale, sia dal valore universale sia dal valore storico, che lascio cercare a voi.
Casaròla è un paese dell’Appennino parmense dove Bertolucci aveva le sue origini e dove fa risalire molti ricordi. Fra le pietre, l’umile lucertola, insidiata da bambini e gatte.

Dovrei chiedere aiuto a Marianne Moore
o all'Abate Zanella o a Jules Renard
per scrivere, non di dinosauri di Crichton
e di Spielberg, ma di quelle lucertole
che a quei sauri s'apparentano con grazia
naturale soggiornando sulle pietre
assolate del portale
di Casarola, facendosi emblema
e stemma vivo
non so se della famiglia o dell'estate.

Ricordo che bambino m'incitavano
a mozzar loro la coda - non temere,
rinasce, non temere - e io a rifiutare caparbio, silenzioso.
'Possibile che non soffrano"'.
Stavo a guardarle
incantato apparire e scomparire e riapparire,
ansioso se una gatta di casa
puntava ad esse in mancanza di topini.
Sciocca felina, ignara
dei cunicoli cui torna, non fugge,
l'abitatrice avanti te e me
di questa verde plaga occidentale.

CONTROTESI

Per concludere questa lezioncina, e prima dei compiti, siccome non è bello guardare le cose da un solo punto di vista, mettiamoci anche la controtesi.
Quanto detto finora ha la sua smentita in uno dei diecimila bei passi di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda.
Ti aspetti, con paura e voluttà insieme, che un avvenimento accada? Ebbene, è il modo giusto per attirarlo e dargli più possibilità.
Nel palazzone color pidocchio in cui si consuma il delitto di Liliana Balducci, abita la timorosa signorina Menegazzi, ecco una parte del formidabile ritratto, compresa qualche considerazione sul destino che fa al caso nostro:

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=L3IGFpdo0t4]


«La Menegazzi, come tutte le donne sole in casa, trascorreva le ore in uno stato di angustia o per lo meno di dubitosa e tormentata aspettativa. Da un po’ di tempo quel suo perenne pavore nei confronti del trillo del campanello s’era intellettualizzato in un complesso di immagini e di figurazioni ossedenti: uomini mascherati, in primo piano, e con le suole di feltro ai piedi; repentine per quanto tacite irruzioni in anticamera; martellate in capo o strangolamento a mano, o mediante appropriata cordicella, eventualmente preceduto da «servizzie»: idea o parola, questa, che la riempiva di un orgasmo indicibile. Angosce e fantasie miste: con il commento, magari, d’un batticuore improvviso, per un improvviso crac, nel buio, di un qualche armadio più stagionato degli altri: comunque, anticipate cupidamente all’evento. Il quale, dài e dài, non poté a meno, alfine, di arrivare davvero anche lui. La lunga attesa dell’aggressione a domicilio, pensò Ingravallo, era divenuta coazione: non tanto a lei e a’ suoi atti e pensieri, di vittima già ipotecata, quanto coazione al destino, al «campo di forze» del destino. La prefigurazione d’ ’o fattacce s’era dovuta evolvere a predisposizione storica: aveva agito: non pure sulla psiche della derubanda-iugulanda-sevizianda, quando anche sul «campo» ambiente, sul campo delle tensioni psichiche esterne. Perché Ingravallo, similmente a certi nostri filosofi, attribuiva un’anima, anzi un’animaccia porca, a quel sistema di forze e di probabilità che circonda ogni creatura umana, e che si suol chiamare destino. In parole povere, la gran paura le aveva portato scarogna, alla Menegazzi.»

COMPITI

1) La lucertola della poesia di Bertolucci “torna, non fugge” nei suoi cunicoli; Leonardo guarda con voluttà dentro l’oscurità della “caverna”; il protagonista della poesia di Gozzano sceglie di essere “vile”. Per chi la sa guardare la paura è meno paurosa?
2) Davvero come dice Leonardo, temere i pericoli significa non perire a causa loro? Oppure, come dice Gadda, porta scarogna?
3) Senza tante storie, non sarebbe meglio non pensarci proprio, alla paura, e darsi a pensieri più allegri?
4) Leggere: I colloqui di Gozzano, La lucertola di Casarola di Bertolucci, il Pasticciaccio di Gadda, gli Scritti letterari di Leonardo.
Nessun voto finora

Commenti

1) Sì, è meno paurosa, lucidamente più intuibile.
2) Più dalla curva di Leonardo tifo.
3) Basta compensare bene i due estremi, no?
4) Due li ho già letti in passato, mi appunto gli altri :))))))))))))

Professore, sono brava, so, so io.
Luisa

E vabbeh! Mo leggo quattro libri in mezza giornata. E chi so', Mandrake? :-)

Per i primi tre punti, work in progress.

Antonello

1) Forse non è meno paurosa, ma meno angosciante. Se si affronta il pericolo dal quale scaturisce la paura, da un lato si ha meno tempo per pensare alla paura stessa, dall'altra si fa qualcosa per sconfiggerla. Non guardare la paura, subirla soltanto, la rende sempre più forte, sviluppa uteriori timori, si ingigantisce.
2)Sono vere ambedue. Se il pericolo è reale, temerlo significa agire in modo assennato e con le precauzioni necessarie per evitare che si avveri. Ma se il pericolo è irreale, allora davvero lo si attira a temerlo. E non credo sia sfiga, semplicemente credo che siamo capati di creare dei campi di energie positive o negative, sta a noi agire, pensare, in modo tale che queste siano positive e non attirino disgrazie.
3) La paura è necessaria, è quella che ci salva in determinate situazioni. Non siamo tanto diversi dagli animali. Certo è che non dobbiamo vivere costantemente nella paura, solo cogliere i suoi segnali nei momenti di necessità. E non è coraggioso chi non ha paura, è coraggioso chi le proprie paure le affronta o affronta i pericoli malgrado la paura.
Angelica

1) La paura per chi la sa guardare e ha il coraggio di affrontarla potrebbe essere meno paurosa, la forza di volontà e l'istinto di sopravvivenza aiutano a non subirla passivamente.
2) Suppongo di essere in sintonia con Leonardo, perche temere un pericolo significa non sottovalutarlo. Molto spesso quello che porta a perire a causa di un pericolo è proprio il fatto di averlo affrontato in maniera incosciente.
3) Non si può sicuramente vivere sotto l'ombra della paura, ma nemmeno ignorarla completamente: nel primo caso si corre il rischio di annullarsi completamente e di vivere una non-vita di isolato terrore, nel secondo caso, il pericolo è di camminare senza troppe precauzioni sul filo del rasoio. Come per ogni cosa gli eccessi sono sempre un male.

Ciao Manuel

Litania Bene Gesserit contro la paura.

«Non devo aver paura.
La paura è la piccola morte che porta con se l'annullamento totale.
Guarderò in faccia la mia paura.
Permetterò che mi calpesti e mi attraversi.
E quando sarà passata,
aprirò il mio occhio interiore e ne scruterò il percorso.
La' dove andrà la paura non ci sarà piu nulla.
Soltanto io ci sarò.» (Frank Herbert, Dune).

Ciao Manuel

@manuel - la paura, credo, è sempre eccessiva; nel campo delle emozioni gli eccessi si devono prendere in considerazione
@angelica - vorrei essere saggio come te; ma vedi sopra: io non lo sono

comunque meritate un + tutti e due

per un paio di giorni non riuscirò a vedere i vostri laboriosi elaborati, cari alunni, me ne sto a meditare in una valle selvaggia e buia e - terrore! - senza connessione internet

ciao

MR

Rispondo a tutte le domande insieme..."amare è lasciare andare la paura"- ML King-

Di solito abbiamo paura di ciò che non conosciamo, o di ciò che conosciamo e che, in qualche modo, ci mette a confronto con noi stessi, o con la paura del giudizio altrui. Se faccio qualcosa voglio farla bene, ma se la faccio per qualcuno a cui tengo voglio farla nel modo migliore possibile (non, al meglio delle mie capacità, quello non mi sembra suff).

é possibile non avere paura? Non credo lo sia. Vorrei non aver paura, affrontare tutto, trovare sempre il coraggio, ma sono umana, ed emotiva e vivere vuol dire anche accettare che nella vita si avrà paura, e la si dovrà affrontare. Quindi...come un serpente che si morde la coda torno a ML King, amare è lasciar andare la paura. E questo non vuol dire non averne. Vuol dire, piuttosto, sapere che c'è e ringraziarla per il coraggio che mi costringe a trovare;-)

@Michele Ruele: guarda che saggia a me non lo ha mai detto nessuno! :-)
Angelica

proviamo...
1) forse sì. anche se credo che il contrario di paura non sia coraggio, ma curiosità. è la curiosità che fa guardare nella caverna.
2) gadda c'ha ragione. la paura porta sfiga. i pensieri negativi si materializzano, e prendono poi una vita autonoma.
3) assolutamente sì. incoscienza e leggerezza. tanto, prima o poi, tutti dobbiamo morire...
4) gadda già fatto e lo rifarei, gozzano e bertolucci li lascio a.... tempi migliori. Leonardo, mai. Piuttosto mi prendo il debito. O ripeto l'anno, o cambio scuola. ;-)
giorgia

Mi sembra che si possano distinguere, inizialmente, due livelli della paura: la paura intesa come dispositivo biologico e la paura come dispositivo politico-culturale; la prima accezione ha una funzione conservativa - avere l'istinto della paura ci permette di evitare dei pericoli; la seconda rimanda ad un uso strumentale di questo istinto, uso che qualcuno fa ai danni di altri (magari per la conservazione di un macro-organismo in cui tali alterità sono di fatto misconosciute; vedi l'esempio del fascismo).

L'apparente dicotomia si rivela essere, ad uno sguardo più attento, un chiasmo, per cui natura e cultura, istinto e razionalità, vivono gli uni con gli altri, in un rimando continuo. Venendo alle domande:

1) guardare in faccia la paura è l'unico modo per riconoscere un istinto primordiale senza esserne sopraffatti; ma l'operazione non è detto che riesca - e il nostro controllo può essere animalescamente riassorbito da un istinto più urgente;
2) temere i pericoli vuol dire non perire a causa loro? Non credo. Questo forse vale per un livello basilare (il dispositivo biologico): se ho paura del fuoco, evito di scottarmi. Le paure sono però sempre un gioco più complesso, che chiama in causa una dimensione temporale. Parafrasando quello che dice Wittgenstein sulla speranza (sorella della paura), possiamo immaginarci che un cane tema che ora il padrone lo picchi; ma possiamo immaginare che tema che lo picchi tra un mese? Che la vendetta sia un piatto da servire freddo, è un fatto tipicamente umano. La dilatazione temporale rende inefficace il "temere i percoli" come forma di difesa da essi.
3) ho molta paura dell'allegria; preferisco rallegrarmi di aver ancora paura, di essere preda dei miei sani istinti!
4) Bibliografia impegnativa! Non avrò paura di non saper cosa leggere per le vacanze!

Mattia

Provo a lasciare una suggestione legata ad Invernale di Gozzano. Se fate un'anlisi dele parole in rima (fatele o fidatevi) troverete che molte delle occorrenze di questa poesia sono dantesche e precisamente sono le rime aspre del Cocito. Nel Cocito, che è la parte più fonda dell'inferno dantesco, ci stanno i traditori, traditori degli amici, della famiglia e della patria.

La giovane donna chiede a Gozzano in gesto che nel momento in cui Gozzano non compie suona come un tradimento.

Quindi anche la parola tradimento è legata, come la parola libertà della prima lezione, alla parola paura.

d.

1)"Guardare" la paura non contribuisce a sminuirla. Guardare semplicemente le cose - e i sentimenti - non aiuta a sminuirle, ma a prenderne atto. Perché spesso si ha paura senza rendersene conto. Poi si può cercare di superare la paralisi della paura tramite il desiderio, come fa capire Leonardo: il desiderio di cambiare uno stato di cose, di superare la propria passività,il desiderio di conoscere, ovvero la curiosità, che è l'ambizione del sapere e del migliorarsi.

Ma c'è un ma.

2) La paura ci fa evitare certi pericoli e ci ficca in altri. Immagino Leonardo nella caverna, che preso da paura per il buio (la paura più atavica), fugge dall'antro, per essere poi sbranato da una belva feroce alla luce del sole. Mi viene naturale considerare che fuggire - in senso lato - per paura non significa fuggire i pericoli. Si può solo pensare di affrontare la paura e cercare di capirne quali sono i motivi reali. Da quali mancanze, da quali vuoti in noi nasce la paura, che è appunto il senso del vuoto, del nulla dell'ignoto?Ma non è cosa semplice, bisogna fare i conti con una lucidità che spesso ci manca nel metterci in discussione. Gadda docet.

3)"Senza tante storie, non sarebbe meglio non pensarci proprio, alla paura, e darsi a pensieri più allegri?" Oh sì! Immagino sempre il nostro Leonardo nella sua caverna, che, preso dal desiderio di vedere se li entro fussi alcuna miracolosa cosa, accende un fiammifero (tanto li aveva già inventati lui), trova una chitarra e si mette a cantare la canzone del Sole. Poi magari chiama al cell quei buontemponi di Giorgio (Vasari) e Raffaello (Sanzio) ed è subito festa. :)

Anna Costalonga

"tutto considerato essere feriti da un'arma non è così brutto come avevo
immaginato, almeno finché riesci a scacciare la paura. credo che questo si possa dire qualunque altra cosa, niente è brutto se riesci ad allontanare la paura dalla tua mente." tratto da Twin Peaks. Che non c'entra o forse centra però l'ho visto l'altro ieri e mi è piaciuta la coincidenza.

1- immagino di si, il difficile è saperla guardare, cioè riconoscere le cose per quello che sono.
2- penso che entrambi si riferiscano a due atteggiamenti possibili, i quali rispecchiano magari le epoche in cui sono vissuti. Quanto al portarsi sfiga, mi viene in mente Paperino, il personaggio Disney; egli ha un atteggiamento sbagliato nei confronti della vita, non è sfortuna la sua.
3- non pensarci finché si può, finché non arriva. Io sto leggendo "rumore bianco", e mi pare tutta una riflessione sulla paura della morte, la vera cosa che ci rende differenti dagli altri animali, che noi lo sappiamo che dovremo morire.
4- compiti per le vacanze vero? :-D

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