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San-Antonio, dieci anni dopo

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Di Angelica Gherardi

Frédéric Dard e la figlia

San-Antonio era un genio. Forse sono di parte, a suo tempo svolsi la mia tesi di laurea su di lui. Ciò non toglie che lo fosse davvero, un genio, e non sono l’unica a pensarlo, ben lungi. O forse il genio era Frédéric Dard? Già, perché qui abbiamo un classico caso di doppia personalità letteraria. San-Antonio era lo pseudonimo di Frédéric Dard, il quale usava i due nomi, scegliendo a seconda di quello che scriveva, e ciò serviva al pubblico, consapevole della doppia identità, per sapere a che tipo di romanzo si stava approcciando. Ma nei due casi, il giudizio era ed è unanime: un genio.

Per tutti coloro che lo hanno apprezzato, e oserei dire amato, è uscita da poco in libreria in Francia una chicca, un’opera che ritraccia la vita e l’opera di questo grande scrittore: Frédéric Dard, mon père San-Antonio, a firma Joséphine Dard, una delle figlie. 

Il volume, un album rilegato 26 x 31 di ben 1.5 kili (scomodo da leggere a letto), contiene una moltitudine di foto, di testimonianze, di ricordi, di riproduzioni di lettere scritte o ricevute dallo scrittore - tra cui anche qualcuna di Jean Cocteau - di meravigliose citazioni, talune salaci (Puisque notre destin commun est de finir dans un trou, fasse le ciel qu’il ait du poil autour – Il destino di tutti essendo quello di finire in un buco, faccia il cielo che esso abbia del pelo intorno), altre divertenti e acute (Le mariage est soit une corne d’abondance, soit une abondance de cornes – Il matrimonio è o un corno d’abbondanza, o un’abbondanza di corna), altre ancora semplici considerazioni su di lui e sulla sua scrittura (Je suis farouchement pour l’orthographe… J’ai besoin de règles, moi dont les livres ne sont que dérèglements. – Sono fermamente a favore dell’ortografia… Ho bisogno di regole, io i cui libri non sono che sregolatezza.)

Il libro è bello da vedere e da sfogliare. Le foto, distribuite ad arte tra riproduzioni di lettere, testimonianze, citazioni e aforismi, raccontano la vita privata e casalinga, fin dalla nascita, nonché quella pubblica e professionale. Chi ha amato San-Antonio e Frédéric Dard non potrà che essere interessato, stimolato, a tratti commosso, a dieci anni esatti dalla morte di quest’uomo. Chi non lo conosce ancora sarà tentato di tuffarsi in uno dei suoi libri.

Due bemolle a questo album che comunque vale la pena procurarsi. Il primo, veniale, è il troppo amore, quasi irreale e che diventa stucchevole, che gronda da ogni pagina, da ogni foto, da ogni lettera: l’amore dei figli e della moglie per Dard, l’amore di Dard per i figli e per la moglie, ma prima ancora per la madre e per la nonna, l’amore degli amici, dei conoscenti, dei lettori… una colata di miele infinita che finisce col farci chiedere un pezzo di pecorino sardo stagionato per far passare il sapore del dolce.
E poi, e questo è a mio parere veramente un peccato, Joséphine Dard non ha ereditato del talento letterario del padre. Tutta la vita dello scrittore è raccontata come fosse una lunga conversazione tra la figlia e il padre, escamotage letterario che può funzionare all’interno di un’opera quando è limitata, ma tutta una vita raccontata a chi l’ha vissuta come se non ci fosse stato, è decisamente troppo; quel giorno tu andasti, tu facesti, tu dicesti… È a noi che Joséphine deve rivelare la vita e le opere del padre, non a lui. La colpa va condivisa con la casa editrice, che oltre a non sconsigliarle questo stratagemma non ha tagliato le migliaia di “papà” che abbondano, soprattutto nelle didascalie delle foto: papà con tizio, papà con caio, papà à Lione, papà a Parigi, papà giovane, papà bambino, l’editore di papà, la sorella di papà… In un libro con più di 300 foto, cotanti papà risultano davvero fastidiosi.

Infine, Joséphine si è lasciata andare ad un racconto degno dei giornali di cronaca: il suo rapimento all’età di 12 anni. In una recente intervista alla televisione francese ha detto che di quell’episodio non aveva mai voluto riparlare, anche in casa era un tabù, non ne era capace. Si è però decisa a farlo in questo volume nel capitolo intitolato “Noi due”, ed è stato quasi catartico. Ma doveva essere il lettore di questo libro lo strumento della sua catarsi? Ne dubito. L’argomento andava sicuramente affrontato visto che ha contribuito a far evolvere, anche professionalmente, lo scrittore, come avrebbe fatto qualsiasi evento traumatico nella vita di chiunque. Ma sarebbe bastato ricordarlo in poche righe. Tanto più che anche qui lo stratagemma narrativo è sempre lo stesso, la figlia che parla al padre, e che racconta cose alle quali lei non ha assistito mentre lui sì, rendendo il racconto quasi assurdo: “Questa storia, eccone il pietoso e doloroso racconto. Tutte le mattine, ti alzavi per primo, preparavi la colazione e venivi a svegliarmi […] Il tuo primo istinto allora è di chiamare la polizia, mamma te lo impedisce, ha paura […] Allora chiami Jean Dumour, il tuo miglior amico in Svizzera […]”.
Il racconto è effettivamente pietoso e doloroso, ma nello stile, e non solo nell’espediente della conversazione col genitore ma anche nel passaggio dall’uso dell’imperfetto a quello del presente.

Ma per quelli come me, che ho tanto amato sia Frédéric Dard che San-Antonio, che si è quasi commossa nel vedere, nella prima foto, a tutta pagina, Dard davanti alla sua macchina da scrivere con accanto lo stesso dizionario che uso io, per quelli dicevo, questo volume resta imperdibile.

Frédéric Dard, mon père
San-Antonio
Editions Michel Lafon, 29.90 €

Reperibile nelle librerie francesi di tutta Italia e su www.amazon.fr

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