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"Io non ci volevo venire qui" di Angelo Orlando Meloni

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Di Morgan Palmas

"Io non ci volevo venire qui", il nuovo libro di Angelo Orlando Meloni

Ho letto “Io non ci volevo venire qui” (Del Vecchio Editore) di Angelo Orlando Meloni con calma, all’inizio senza entusiasmo. L’incipit: “Un uomo delle caverne la mattina si sveglia, fa un grugnito, piglia la clava e va a caccia. Regolare. Tutto fila come vuole madre natura e nulla lascia pensare che un giorno la faccenda prenderà un’altra piega, se si fa eccezione per i tramonti. L’alba, sì, certo, è sempre un bel guardare, ma bisogna fare giornata, giusto un ringhio ai piccoli che hanno imbrattato la grotta con i murales e via, il dovere chiama senza dargli modo di ammirare quel disegno lì del moccioso, il papi che infilza un bisonte, che è venuto pure bene”. 

Dite. Che cosa avreste pensato dopo un incipit simile? Credo che la maggior parte di voi avrebbe detto: «Ma che cavolo è ‘sta roba?». Appunto. Fermi. Un attimo. Se non fosse per il mio noto masochismo nella lettura penso che non avrei continuato, e avrei sbagliato. Meloni mi ha stupito una seconda volta, come nell’intervista che gli feci qualche mese addietro. 

Il suo nuovo libro va capito leggendolo, nel senso che il registro va interpretato avanzando a tentoni, certo, si intende, è chiaro fin dall’inizio che l’ironia è la chiave, ma che tipo di ironia? Ecco, questo è uno dei nodi.
Vi sono capitoli demenziali, come il Test n.3 sulla beata gioventù o “The meaning of life reloaded” sulla scrittura e chi vorrebbe insegnarla, e altri illuminanti come “La gang del pensiero” o “A volte ritornano”. Tutto amalgamato portandoti a sorridere di continuo, con in testa una domanda perenne: «Ma come gli è venuta di pensare questa?». 

Meloni ti fa riflettere sorridendo, uno su tutti, il capitolo 11 “Alla pugna”: “Perché così è la vita. Da piccolo non sai un sacco di cose e da grande scopri che le cose che hai imparato non servono a granché. A sei anni vuoi fare l’astronauta. A diciannove prendo diciotto in Istituzioni di diritto romano e a ventisei reciti nella compagnia I sogni son desideri”.
La sindrome di Forrest Gump è strepitosa, sì sì, parola azzeccata, perché è così che funziona, il concoVso di turno e spedisci la busta, il tuo sogno perduto è nella rosa dei vincitori, è statistico, più che altro. Dietro a ironie poco celate c’è un mondo di scribacchini che sopravvive nel sottobosco della scrittura, ai margini, tentando di giorno in giorno strade sulle quali trovare soddisfazione, rivalsa, gioia, ma non si considera che l’essere umano è spesso prevedibile, perfino nella semplice scelta di un titolo.
Per tornare all’apertura del post, quando scrivevo che la partenza mi sembrava debole, devo ammettere di avere iniziato a leggere prevenuto, non mi convinceva. Poi ho capito, o meglio, ho interpretato il sarcasmo di Meloni, perché di questo si tratta, di sarcasmo. 

Ora ho compreso meglio anche le parole dell’intervista, il suo tono, che a una prima superficiale impressione potrebbe apparire presuntuoso, no, è il suo stile, come nella scrittura.
L’epilogo è un sincero stupore, positivo stupore, quindi, non vi posso che consigliare il suo nuovo libro: “Io non ci volevo venire qui”. A volte vale più un sorriso meditato che una risata di pancia, e in ciò Meloni possiede una singolare originalità.
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