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Di Palmas Morgan

Paolo Cognetti si racconta

Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

È stato un caso fortuito in questo senso: a sedici anni mi innamoravo sempre. Però, essendo un ragazzo solitario, non avevo alcuna capacità di corteggiare le ragazze. Ho cominciato a scrivere delle lunghe lettere d’amore, poi mi sono accorto che le lettere d’amore sono tutte uguali e annoiano perfino chi le scrive, così sono passato alle storie. Scrivevo storie sul diario del mio migliore amico, che riguardavano noi due da grandi e le nostre imprese. E scrivevo storie su fogli di quaderno che poi consegnavo alle ragazze in corridoio, sperando di sedurle a colpi di letteratura. Naturalmente non ha mai funzionato.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Non so cosa sia l’istinto creativo. Qualcosa tipo stare in macchina, vedere un uomo col cappello che attraversa la strada e pensare scriverò una storia sugli uomini col cappello? Non mi succede mai. Quindi si potrebbe dire che sono tutto “razionalità consapevole”. Seriamente, il luogo da cui vengono le storie è piuttosto misterioso per me, ma so che lì ce ne sono molte e preferisco non inquinarlo con troppi ragionamenti. Il mio lavoro comincia dopo. Da quando un’idea prende forma, uso tutte le armi razionali che ho imparato a maneggiare, perché diventi una buona storia.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Sono anch’io per il metodo Moravia. Scrivere tutti i giorni è importantissimo, serve a rendere la scrittura un’abitudine. Diventa un pugile migliore chi va in palestra ogni mattina o chi tira qualche colpo al sacco solo quando ne ha voglia? E prova a chiedere a un violinista cosa succede se non suona per un paio di giorni. Conoscevo una ragazza che in vacanza, non potendo portarsi l’arpa, staccava i ripiani del frigorifero e si esercitava con quelli. Poi per fortuna ci sono ancora i momenti in cui mi sveglio in piena notte e devo scrivere subito, in preda al furore creativo, ma sono rari e non si va avanti a colpi di ispirazione. Si va avanti con il lavoro. Io mi metto seduto davanti al mio quaderno tutte le mattine: a volte mi ritrovo con un’arpa tra le mani, più spesso è solo un ripiano del frigo.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Vorrei riuscire a fare a meno di tutto. Vorrei essere pronto per quando mi chiuderanno in una cella d’isolamento, come il vagabondo delle stelle di Jack London, e potrò continuare a scrivere storie dentro la mia testa. Al momento invece ho bisogno di penna e quaderno. Mi piace scrivere a mano e mi piace che intorno non ci sia nessuno, oppure una persona capace di fare litri di caffè e non camminare sui talloni. È importante anche la finestra: al momento ho di fronte un bosco di montagna. Certe volte, se sono alle prese con una scena impegnativa, esco a spaccare la legna, e quando torno scrivo meglio.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Mi tengo i classici per quando sarò vecchio. A cinquant’anni, l’età in cui gli scrittori di solito smettono di leggere narrativa, io avrò ancora sul comodino Madame Bovary e Guerra e pace. Davvero ho letto pochissima roba precedente al 1920. Da lì in poi conosco bene la letteratura americana, soprattutto la tradizione del racconto breve. I maestri cambiano con il tempo: per un certo periodo è stato Carver, poi Salinger, poi Hemingway. Da qualche anno la mia maestra è Alice Munro, che per fortuna è una grande scrittrice del presente. Dunque direi che l’epoca, per il mio rapporto con i maestri, non ha nessuna importanza. Per loro provo un affetto purissimo, io davvero sento che a Hemingway gli voglio bene.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

A Roma c’è un bel giro. Io pubblico per Minimum Fax e a volte mi dispiace di non vivere lì, poter chiamare Nicola Lagioia al telefono e andare a bere un bicchiere parlando di donne e romanzi. Milano, dove abito, è meno socievole. Comunque non credo che gli scrittori debbano fare comunità tra di loro, non lo trovo molto sano e non è un mio bisogno. Preferisco frequentare persone che fanno altre cose. Credo che la città sia importante per il mio modo di intendere la scrittura: come luogo da cui guardare il mondo, voglio dire. Detesto la provincia italiana con tutte le mie forze. Mi ricorda le domeniche passate in autostrada, di ritorno da una visita ai parenti, con il mal di macchina e le partite all’autoradio. Ho il terrore delle cittadine di 10.000 abitanti, e a pensarci anche di quelle di 100.000. Voglio vivere in una megalopoli oppure completamente solo, come sono adesso.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Prima me l’ha migliorata. A vent’anni i miei amici erano molto disorientati, c’era chi frequentava università scelte a caso, chi non sapeva assolutamente cosa volere dalla vita. Anche a trenta, se è per questo. Io invece volevo fare lo scrittore e sono andato dritto come un treno. Ancora adesso, il mio più grande desiderio è essere un bravo scrittore. Mi sento sempre dritto come un treno.
Poi però credo che la scrittura agisca sulla personalità, così come altri mestieri. Sei costretto a scavare nel tuo giardino, non si scappa da lì, e non è che ci trovi i fiorellini profumati: più spesso sono cadaveri in decomposizione. Dunque, così come un contadino tende a essere una persona silenziosa, perché fa un lavoro in cui non parla mai con nessuno, uno scrittore tende a essere una persona triste, perché maneggia per tutto il tempo il dolore. E poi la scrittura ti possiede: dà vertigini di onnipotenza, sensazioni così travolgenti che è impossibile pensare di smettere e fare altro. Citando il mio amico Giorgio Fontana, “scrivere non mi ha peggiorato la vita: me l’ha completamente fottuta”. Però vorrei citare anche l’alpinista austriaco di Assassinio sull’Eiger, quando alla fine del film stanno cercando di scendere dalla parete nord, sono stravolti e assiderati e Clint Eastwood gli dice forza, ce la caveremo. E lui risponde: Non credo. Però possiamo andare avanti con stile. È esattamente la mia posizione sulla faccenda.

La ringrazio e buona scrittura.

Grazie a voi.


Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. Scrittore e documentarista, ha pubblicato con Minimum Fax due raccolte di racconti (Manuale per ragazze di successo, 2004; Una cosa piccola che sta per esplodere, 2007), e con Laterza una guida letteraria alla città di New York (New York è una finestra senza tende, 2010). Organizza un laboratorio di scrittura al circolo Scighera di Milano.

http://paolocognetti.blogspot.com/

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