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“Caino” di José Saramago

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Di Marcello Sacco

Caino, in ricordo di Saramago

Una delle accuse che José Saramago ha attirato su di sé con “Caino” (Feltrinelli, trad. di R. Desti) è quella di dolo nell’incendiare ad arte i dibattiti attorno ai propri libri per aiutare le vendite. Sarà anche vero, ma certe cose le dicono di Saviano, le hanno dette di Rushdie e le dissero di Pasolini, e non è bello aspettare che qualcuno faccia la pelle all’intellettuale di turno prima di prenderlo sul serio. Una critica da prendere sul serio, invece, sebbene francamente iperbolica (diciamo pure esagerata), è quella del fisico dell’università di Coimbra Carlos Fiolhais, il quale, in questo romanzo a tema biblico, ha notato, sia pure di segno opposto rispetto ai suoi inconsapevoli predecessori, la stessa rozza letteralità interpretativa di coloro che processarono Galileo.

Il fatto è che Saramago sorride scettico alle incongruenze dei libri sacri, si inalbera di fronte ai capricci di un Dio umano troppo umano, ma nell’attaccare la Bibbia non resiste alla tentazione di imitarla, magari facendola a pezzi, decostruendola, eppure confermando, almeno inconsciamente, che il sogno di tutti gli scrittori è riscrivere la Genesi. Infatti non sceglie il saggio, il pamphlet, l’articolo, come farebbero (e hanno fatto) Richard Dawkins o, dalle nostre parti, Piergiorgio Odifreddi, ma riscrive da narratore. Lo fa come sa e come può, riconfrontandosi con quei fatti e personaggi, seguendoli per poi abbandonarli, immedesimandosi per poi dissociarsi, quasi un copista ispirato da un subdolo titivillus (così, nel medioevo, chiamavano il demonio che sabotava il lavoro degli amanuensi), o come quel Raimundo Silva, correttore di bozze insofferente verso i libri che gli tocca correggere, protagonista di Storia dell’assedio di Lisbona, in cui, già vent’anni fa, Saramago ammoniva: “Finché non avrai raggiunto la verità, non potrai correggerla. Ma se non la correggi, non la raggiungi”.

Per la cronaca, qui Caino è condannato a vagare per le pagine dell’Antico Testamento, dove incrocia Abramo e i suoi divini impulsi infanticidi, le sanguinose guerre di conquista di Giosuè o le discutibili trattative di Lot, che ai sodomiti per antonomasia, intenzionati a sodomizzare gli angeli del Signore, suoi ospiti, offre le sue figlie vergini. In questa odissea biblica, Caino incontra anche una specie d’amore: Lilith, la donna che una certa tradizione vuole sia stata la prima moglie di Adamo, colei che non si sottomise all’uomo, diventando una sorta di regina delle tenebre e patrona della lascivia (ne ha parlato Maria Antonietta Pinna). E, con le donne, il nostro si rivela amante e inseminatore senza rivali, come a sottolineare che l’umanità, libera di identificarsi con personaggi più gratificanti, discende da questo vigoroso assassino, tutto sommato non peggiore di altri compagni di Libro, col tempo assurti a miglior fama e ben altre glorie.

D’altronde l’umanità di questo peccatore è proprio la virtù maggiore del romanzo, che tocca punte di umorismo in Italia inseribile sulla scia di personaggi con e senza Nobel, da Fo a Benigni. Qua e là, invece, l’acredine critica, più che scandalosa, risulta addirittura superflua, come quei rifacimenti “buonisti” delle truculenze nelle fiabe. Colpa di chi per millenni ci ha impedito di leggere la Bibbia come ciò che realmente è: un meraviglioso pozzo di storie. Nell’Iliade, dèi litigiosi parteggiano alternatamente per guerrieri che del nemico non risparmiano nemmeno la salma. Forse l’umanità dovrà superare il monoteismo come ha superato il paganesimo (e magari i luoghi biblici dovranno sparire dalle notizie luttuose sulle pagine “esteri” dei giornali) prima di riuscire a vedere Giosuè alle porte di Gerico come Achille sotto le mura di Troia, con la serenità olimpica del lettore in poltrona. Per ora teniamoci lo scandalo.

[L’articolo era stato scritto da Marcello Sacco prima del triste evento ndr]
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