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STOP: continuate così e arriveremo a migliaia a Roma…

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Di Morgan Palmas (me ne prendo l'intera responsabilità e questa non è la posizione della redazione di Sul Romanzo, soltanto la mia)

Negli ultimi tempi mi sono chiesto quali siano i confini argomentativi di un blog letterario come Sul Romanzo. L’obiettivo è certamente la letteratura, essa si nutre di vendite di libri, recensioni nei giornali, finanziamenti dello Stato, eventi pubblici, biblioteche, scuole di ogni ordine e grado, comunicazione online, ecc. La cultura non è, ça va sans dire, un concetto che giace nel mondo delle idee platoniche, si abbevera di pensieri, azioni, altresì di crediti e debiti, in breve, soldi. E purtroppo quando tante persone hanno a malapena il denaro per sbarcare il lunario, hai voglia a dire loro: «Sei un ignorante!»; dovrebbe oramai esistere il diritto all’ignoranza, come si fa ad andare al cinema, al teatro, in libreria ad acquistare l’ultimo saggio stimolante se con difficoltà si pagano le bollette e si riempie il frigorifero? Bello frequentare la letteratura – non solo la letteratura – con un pizzico di serenità economica, quando questa manca, cade pure la serenità interiore per dedicarsi ai propri interessi “mentali”, concedetemi il termine. Ecco il diritto all’ignoranza: «Lasciatemi in pace, voglio solo un po’ di tranquillità». 

Spero che avrete il piacere e la pazienza di seguirmi in questo post, convinto che fra voi molti condividano le mie idee. E subito sia chiaro: l’articolo è a firma di Morgan Palmas, non come portavoce di Sul Romanzo, bensì come semplice cittadino italiano con un nome e un cognome. Nella redazione del blog vi sono opinioni politiche e sociali assai diverse fra loro.

Ieri mi è salito il sangue alla gola quando MrB ha dichiarato: «Sacrifici inevitabili». Sacrifici inevitabili? Che cosa pensa, che finora ce la spassassimo in qualche centro benessere?
Breve digressione. Ho la fortuna di avere amici da tutta Italia, grazie ai miei numerosi traslochi passati, dalla Puglia alla Liguria, dal Lazio al Piemonte, e le telefonate o le mail degli ultimi mesi sono desolanti. Tutti, dico, tutti hanno problemi di lavoro, chi è stato messo in cassa integrazione, chi si è visto ridurre le 40 ore settimanali e di conseguenza lo stipendio, chi era precario e ora lo è ancora di più, chi sta nel sommerso da mesi o anni, chi ha perso il lavoro, chi non riesce ad uscire dalla disoccupazione, chi ha chiuso attività ritrovandosi con debiti. E parole di rabbia, lacrime intuite, tristezza perseverante. Chi non ha i soldi per prendere i pannolini nuovi al bimbo di un anno, chi ha bollette non pagate da mesi, chi si è visto staccare il gas o l’energia elettrica, chi purtroppo, non avendo genitori o persone su cui contare, ha iniziato a frequentare la Caritas.

La crisi era passata, le famiglie italiane hanno risparmiato, noi non eravamo come la Grecia e altri discorsi che forse coccolano l’animo di qualcuno, ma per chi stasera si ritroverà in fila con i senzatetto per un pasto caldo, beh, la percezione è che siano sempre le solite cazzate dei politici. Ci trattano come stupidi, convinti che non abbiamo alternative, in qualche modo si deve tirare avanti. E, sia chiaro, con i giusti distingui, sia a destra che a sinistra, ma in tutta franchezza discorsi simili da gente con una retribuzione che va oltre le diecimila euro al mese, più innumerevoli privilegi, è quantomeno vergognoso, squallido direi. Sì, squallido.
Noi italiani siamo così, mandiamo giù rospi da decenni. Magari organizziamo qualche bella manifestazione, sbandieramento di associazioni e simboli politici, poi arriva lunedì e avanti popolo. Nel frattempo la situazione lavorativa è disastrosa, si pensi per esempio alle mafie con i loro sporchi affari, peggiorando ancor più il quadro generale; si pensi alle raccomandazioni necessarie per entrare in tantissimi settori; si pensi ai milioni di giovani che non riescono a uscire dalla casa dei genitori perché con 700 euro al mese di un impiego precarissimo ci si pagherebbe soltanto la stanza a Milano e due bollette, chi ci pensa al frigorifero e al resto? Si potrebbe continuare con numerosi esempi.

La domanda centrale è: che cosa fare? Accettare lo statu quo, rassegnarsi e tirare avanti “alla meno peggio”? Perché questo stiamo facendo da tempo, in molti. Per quanto mi concerne, come qualcuno ricorda, avevo scritto un post tempo fa, ho abbandonato un lavoro che era nel sommerso, ho nuovamente inviato curriculum a destra e a manca, decine e decine, quanta fatica per riemergere, per quanto tempo ancora? “Pacchetti di serenità temporanei” li chiamo io, con scadenza definita: 3 mesi, 6 mesi quando va bene. Possibilità di progettare pari a zero. Fra qualche mese che cosa farò? Boh. Un boh che sono certo essere famigliare a tantissimi. Non è desolante? Lo è.
A volte ho pensato che i blog o Facebook siano ammortizzatori psicologici, se non ci fossero, la rabbia si scatenerebbe in altri modi imprevedibili.

Eppure, poverini, i politici sbuffano se si chiede loro di decurtare lo stipendio del 10%, cavoli, stasera avranno un altro argomento da affrontare: «Come faccio a vivere con 14400 euro invece che con 16000?», sono problemi seri.
Ci siamo rassegnati, ci siamo convinti che tanto nulla cambia, che si sbraita un po’ e poi siamo alle solite.
Beh, devo dire che io mi sono stancato e non credo di essere il solo. Stancato di sentire telefonate tristissime e ricevere mail da farti piangere. Perché santo Iddio il rischio è di trovarsi davvero senza pensione un giorno con questa disastrosa classe dirigente, che cosa diremo ai nostri figli quando ci chiederanno perché abbiamo lasciato loro un paese poverissimo e senza prospettive? Che cosa? Ci ritroveremo a raccontare scuse perché non abbiamo avuto il coraggio di osare, di andare oltre il quieto vivere, di scardinare ostacoli mentali di cui ci hanno imbevuto negli anni, chiusi sempre più nel nostro finto e illusorio orticello egoistico.
Sì Morgan, sì, ma a parte le chiacchiere che cosa si fa?
Esatto, domanda corretta: che cosa si fa?
Dal mio punto di vista, il miele non serve oramai a nulla, ci hanno persuasi che i passi devono essere compiuti in modo meditato, con calma, nel rispetto delle istituzioni e tutte le altre cagate che conoscono anche i muri. Intanto loro si tengono la poltrona o si dividono le poltrone, e noi a fare una vita sciagurata, fra vicissitudini e angosce. Non sono contro la politica – necessaria e fondamentale –, sono contro la politica di questi buffoni che non sanno interpretare e migliorare la situazione del nostro paese. E ora ci chiedono per l’ennesima volta sacrifici, bontà loro.
Ragione per la quale ci si deve mettere la faccia in maniera esemplare, ci vuole una serie di iniziative potenti, con coraggio e coesione, gesti di disobbedienza civile pura, azioni che finiscano in tutti i telegiornali del pianeta, bisogna cacciare la classe dirigente e rifare da zero.
Tutto ciò che proveremo a organizzare sarà senza violenza, senza armi, senza bastoni, con intelligenza e in grado di sensibilizzare l’opinione pubblica in maniera ineluttabile.
Ci vuole uno scossone in questo paese, altrimenti non cambierà mai nulla. E Berlusconi e Bersani e gli altri continueranno a cantarsela e a suonarsela senza alcun beneficio per tanti di noi.
Volete chiamarlo gruppo militante extraparlamentare, volete definirlo associazione di appassionati di politica, le categorie non sono importanti, si proverà a ragionare assieme.

Primo progetto: entrare in migliaia nella Camera dei Deputati, convocare i giornali e le televisioni straniere, destituire ufficialmente la classe dirigente cialtrona del nostro paese. Formare un governo di transizione con persone dall’alto profilo morale, ripeto, dall’alto profilo morale, disponibili a traghettare il paese finché non si faranno nuove elezioni.
Follia o realtà? Dipenderà da quanti saremo, per ciò che mi riguarda, sono stanco di stare a guardare il paese che va a rotoli. Almeno ci si prova. 

Vi chiedo due cose.
In primo luogo, aiutatemi a diffondere il post nei blog, nei siti, nei giornali, su Facebook, insomma dove meglio credete. L’unica possibilità è che ci sia un effetto tsunami a livello comunicativo altrimenti sarà la solita idea senza riscontri oggettivi.
Secondo, chi è disposto a riflettere e a collaborare mettendoci la faccia, indichi nei commenti nome, cognome e mail
Grazie.
La letteratura coincide a volte con la vita.

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Commenti

non credo che usare il termine "fascista" abbia più senso oggi
Io credo abbia ancora un senso, se con fascismo intendiamo (mi scuso per la brevità) l'arroganza del potere unico, l'indifferenza o la violenza verso chi non la pensa come te, il calpestare tutto e tutti quelli che sono un ostacolo per ciò che hai in mente.
Che poi sia fascista chi a questo si ribella... mi sembra uno sforzo interpretativo notevole (salto carpiato doppio con giravolta).

Ultimamente, in Facebook e nei blog, ho notato una dinamica che credo sia importante capire, anche in riferimento a ciò che Morgan ha proposto. A me è costata perdite di tempo e inutili nervosismi; condividendo, spero che possa risparmiarne a qualcun altro.
Stage 1: qualcuno, in questo caso Morgan, lancia uno stimolo di discussione interessante che meriterebbe di essere sviscerato, approfondito, arricchito di punti di vista diversi per evolversi.
Stage 2: iniziano i commenti e non sempre sono poche le persone che dicono qualcosa di intelligente e sensato.
Stage 3: arriva l'Andrea di turno che, invece di discutere nel merito della questione confutando l'opinione, attacca una delle persone che hanno cercato di costruire un dialogo per crescere insieme. Io mi sono presa della vetero - femminista, Morgan del fascista.
Stage 4: si scatenano una serie di commenti, dell'interessato o dei partecipanti alla discussione, atti a smentire l'accusa.
Qual è il risultato di questa dinamica? Che a un certo punto veniamo distratti dalla questione importante di cui stavamo discutendo per difenderci da quello che dice l'Andrea di turno. Non so fino a che punto il tentativo di disturbo sia intenzionale, ma raggiunge il suo obiettivo.
Purtroppo, in questi 31 commenti, abbiamo fatto poca strada nella ricerca e nella definizione di una soluzione pratica. Senza far danno a nessuno ma ce la siamo cantata e suonata, replicando senza volerlo il teatrino dei Berlusconi e dei Bersani che non vogliamo al potere.
Potremmo fare di meglio, ne sono convinta.
Patrizia

Il giocattolo si è rotto. Il sistema economico mondiale che si è imposto dagli anni '90 in poi è fuori controllo. La politica è succube dell' economia, l' economica della finanza. La finanza internazionale è ormai un' entità a se,scollegata dal mondo reale. Si muove come una belva, allo stato brado, guidata dall ' avidità dei top manager. Algoritmi selvaggi individuano le prede senza guardare in faccia a nessuno. Poco importa se l' obiettivo della speculazione è una banca, un' impresa, una moneta, uno stato (quindi un popolo) l' importante è realizzare oggi. Subito. Adesso.
Il conflitto sociale non esiste più. Non esiste più quel legame impresa/lavoratore - quell' essere ognuno parte d' un tutto - che sopravviveva nonostante lo scontro aspro. Duro. Anche tragico. L' impresa aveva bisogno dei lavoratori, i lavoratori dell' impresa. La massa contava se si muoveva compatta, unita. Oggi le imprese non ha più bisogno della massa. Grazie alla tecnologia, grazie alla finanziarizzazione dell' economia ne bastano pochi di lavoratori, sempre meno. E devono sentirsi dei privilegiati. Ecco perché il tasso di disoccupazione è così alto. E continuerà ad esserlo. Crisi o crescita non fa differenza.
Questo è il quadro globale. Nel quale l' Italia si contraddistingue per il dominio di oligarchie private, ormai staccatesi dal paese reale ridotto a mero serbatoio di voti. La middle class (nel senso più sano del termine) va estinguendosi lasciando il passo a nuovi gruppi sociali famelici e arrivisti. La classe politica è solo la punta dell' iceberg, testa emergente di un corpo sociale altrettanto complice e colpevole. Berlusconi (ormai al tramonto politico) è solo l' inizio. E' vero tempi bui ci attendono. Paura, eh ?
Mi fermo altrimenti proseguirei a scrivere per ore. Un premessa lunga , troppo per un post, ma è necessario contestualizzare.
Mettiamo altri punti fermi.
Tutte le iniziative soft proposte qui o altrove sono vane o velleitarie o quelle migliori avrebbero dato i loro frutti se messe in atto 10-15 anni fa. I commenti che ho letto al tal senso mi fanno sorridere, teneramente.
Siamo al punto di non ritorno.
Cosa fare ? E' da questo moto di rabbia, d' indignazione, di averne le scatole piene, che si deve partire. Ribaltare il tavolo da gioco, bruciare le carte. Non vinceremo mai con quelle. Sono truccate. Condivido il sentimento di Morgan, quella dannata voglia di dire 'Basta!' .Razionalmente, afferro la provocazione. Parliamoci chiaramente : per far entrare un migliaio di persone in Parlamento, e destituire un governo, ce ne vogliono milioni che li sostengono – a vari gradi di complicità. Parecchi. Devono essere disperati, affamati, incazzati. Si deve toccare il fondo. Adesso è ancora presto, stiamo solo precipitando. Allegria!
Con il passaparola via internet si può radunare qualche migliaio di persone che fanno un po' di caciara. Il giorno dopo avrà qualcosa da raccontare sul suo social network. Allo stato attuale questo è il massimo risultato ottenibile.
Dunque che fare in attesa dello schianto ?
Prepararsi. Non abbiamo alternative che far circolare le idee, farle rotolare giù per il pendio, trasformarle da cristalli di ghiaccio in fiocchi sempre più grandi, e poi ancora più grandi. E più grandi ancora. Provocare una valanga che precipita verso il fondo valle.
Organizzarsi. Aggregare e aggregarsi. Contaminare.
Studiare nuovi modi per sollecitare le persone ed incanalare le energie che si liberano. Non fare gli stessi errori di sempre.
Muoversi.
Io mi riconosco nei sentimenti di Morgan. Quel moto d' animo. Prima di arrivare in Parlamento però, ce se sono di cose da fare. Tante. Ma se non partiamo, non arriveremo mai da nessuna parte.

Giovanni A.

A me va bene mettere link a questo post dove posso (vedo che sta girando anche nei blog amici).
Poi mi chiedo: che fare?
Bene: vedo che, se vado nella mia scuola con stampati, lettere di insegnanti, tagli e così via, c'è chi guarda, annuisce e va via; c'è chi si indigna e va via; c'è chi si allontana perché si sente vicina alla parte che sta facendo questi disastri.
L'altra sera ho discusso animatamente con un'amica (insegnante) che si lamentava perché nella sua scuola, dall'anno prossimo, non potranno più fare niente (gite, uscite, progetti). Quando le ho ricordato che è un anno che parliamo del disastro istruzione, e che avevamo proposto alcuni metodi per farci sentire, lei mi ha risposto: ma io speravo che ci dessero le classi (o i docenti, ecc.).
A me sono cadute le braccia.
Quando, a un'assemblea sindacale, in un gruppo abbastanza folto abbiamo chiesto di fare qualcosa di veramente concreto e tangibile per salvare la scuola (e io non credo che uno sciopero ogni tanto sia utile), ci hanno risposto di andare alla manifestazione del sindacato.
Organizzarsi, aggregare, contaminare. Io sono d'accordo con Giovanni. Ma, come insegnanti, ad esempio, abbiamo utilizzato un social network che adesso ci chiedetà di pagare il servizio, e, comunque, più che parlare tra noi non abbiamo fatto.
Quindi?

Il post lo hanno letto in moltissimi, questa settimana organizzo le idee e scriverò un altro articolo, per fare un ulteriore passo in avanti.

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