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Leggere il futuro fra malattia e letteratura – parte 2

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Di Morgan Palmas

Dopo l’introduzione del 14 aprile, ci accingiamo a proseguire in un territorio impervio, consapevoli che le difficoltà riguardano la percezione dei propri mezzi, la visione di ciò che abbiamo davanti, la capacità di rendersi o sentirsi utili, e i dubbi esistenziali. E soprattutto sentirlo sulla propria pelle tale territorio è cosa assai diversa da chi lo scruta essendo un parente o un amico. Entrambi presentano vicissitudini notevoli, ma l’intensità è non paragonabile.

“Tra il sabato e la domenica il tumore di Pàvel Nikolàevič non era diminuito né si era affatto ammorbidito. Lo capì prima ancora di alzarsi dal letto. Lo aveva svegliato presto il vecchio uzbeco che continuò a tossire in maniera disgustosa anche tutta la mattinata.
Fuori la giornata si annunciava grigia, immobile, come il giorno prima e prima ancora, e faceva crescere l’angoscia”.
[“Padiglione cancro” di A.I.Solženicyn]

L’angoscia. Parola di otto lettere, ma con una forza che contiene sterminati paesaggi. Cerchiamo una situazione che forse potrebbe essere più famigliare e intuibile. Immaginate un bosco che conoscete, fate calare su di esso la notte, entrateci da soli, siete fra alberi e buio. Visualizzate. Lo sentite il freddo? Un freddo interiore, chi c’è dietro quell’albero? Ci sarà qualcuno? E laggiù? Li percepite i brividi?
Altra immagine. Efficace. Tuttavia credo che la maggior parte di voi non ne abbia famigliarità, forse qualcuno. Entrate in un cimitero di notte, soli. Poi fermatevi, guardate le piccole luci, ascoltate, osservatevi attorno. A un certo punto inizierete a spostare la vista di continuo, come alla ricerca di qualcosa, in maniera caotica, un suono qui, un altro lì. Li sentite i brividi? Quanto resistete immobili senza avere la necessità di uscire definitivamente da quel luogo? 

A tutto ciò aggiungete un senso di rassegnazione, un’ineluttabilità severa mentale. E in alcuni casi il dolore fisico. L’angoscia per una grave malattia si avvicina a tale insieme di sensazioni. L’angoscia siffatta punge, non è totalizzante, si localizza con picchi talvolta imprevisti, al petto, alla testa, alle spalle, lungo la schiena; si contorce come un fiume carsico, c’è ma a tratti non si vede, nonostante si sappia che a momenti emergerà imprevisto. L’angoscia fagocita il resto, lo umilia, ruba il controllo di sé. Subentra, dopo la rabbia e la confusione, il silenzio. Il silenzio non redime, può essere la deriva finale o una fase di riappropriazione del sé.

“Quell’infelice, giallognolo, con il naso affilato, divorato da un cancro ai polmoni, che forse era sempre stato piccolo o forse era rattrappito dalla malattia, era così grave che ormai durante le visite nessuno gli parlava più, non gli domandavano niente, e ora se ne stava seduto sul letto e spesso respirava dal cuscinetto con un rantolo nel petto che si udiva chiaramente”.
[“Padiglione cancro” di A.I.Solženicyn]

Una persona intelligente potrebbe sentirsi investita da una voce per gridare contro queste semplificazioni rischiose. Il fulcro non è rappresentato dal continuo sezionare, discernere, spezzare, inserire in categorie sempre più definite e precise, a volte si rischia di fare la fine di Zenone, il quale, separando per l’eternità, incontrò l’infinito. È qui fondamentale essere e rimanere nel finito, cogliere sensazioni forse poco scrupolose, ma che trasportino il lettore nella direzione della coscienza. 
Che importa procedere scientificamente con ordine se poi sfugge il significato? Quale valore ha un percorso complesso se poi la complessità del nucleo della questione vi svergogna? Lo studio affina i sentieri, schiude saperi, mezzi e strategie, eppure sui temi più esistenziali quali la vita e la morte sembra che ogni sentiero comprovato dalla scienza sia sempre insufficiente per significare il significato. A quale pro una laurea in uno dei migliori centri del mondo se poi i veri significati dell’esistenza vi gettano comunque nell’angoscia? Gestire l’angoscia non si impara a scuola e tanto meno all’università. Ed essa prima o poi giunge, si affaccia nelle nostre vite.

«Fai bene. Però ricordati che l’istruzione non fa intelligenza».
(Guarda che cosa andava a insegnare a un ragazzino, quello Spolpaossi!)
«Come non fa intelligenza?»
«Eh, così!»
«E allora cos’è che fa intelligenti?»
«La vita».
[“Padiglione cancro” di A.I.Solženicyn]

Alla prossima puntata. 

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