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La letteratura dei regimi

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Di Daniela Nardi

Fascismo, nazismo e comunismo: letteratura e regime

La letteratura com’è noto, rappresenta la massima espressione della libertà del pensiero umano. Idee, progetti, sentimenti, storie, sono raccontate in infinite modalità e con strutture narrative e stilistiche che spaziano dal lirismo classico alla sperimentazione d’avanguardia; hanno in comune la libertà del proprio sentire e il desiderio di condividerlo col pubblico dei lettori.
Questo assioma che oggi appare così scontato, almeno in quella parte di mondo definito “libero”, era stato soppresso durante i regimi autoritari che hanno imperversato nell’Europa del secolo scorso, seppellito sotto la valanga annientatrice della propaganda.
Curioso pensare quindi che d’un tratto, l’intera categoria degli intellettuali fosse stata spazzata via dall’oscurantismo culturale di una dittatura; in realtà non è proprio così. Pur se ridotta nella sua qualità artistica ai minimi termini, la produzione letteraria ha continuato a generare opere di varia natura a sostegno dell’ideologia di regime.
L’esempio più vicino a noi è quello fascista.
Inizialmente il fascismo si affannò a proclamare la perfetta identità di vedute col Futurismo di  Fillippo Tommaso Marinetti, un movimento sicuramente rivoluzionario, di “rottura” con le precedenti ideologie azzimate e conformiste; fortemente bellicista e nazionalista, fu creato più che altro per impressionare e scuotere  le menti reazionarie e ormai logore delle generazioni precedenti. Perfetto per il fascismo rivoluzionario del 1919 che poteva vantare così un suo substrato culturale.
In seguito, nel marzo del 1925, quando ormai esso era passato dalla fase legalitaria a quella totalitaria, gli intellettuali legati al movimento, sottoscrissero a Bologna il Manifesto degli Intellettuali Fascisti, col quale dichiaravano che il fascismo era garante di tutte le istituzioni e le tradizioni dell’Italia, legandosi così ai principi e alle ideologie del regime.
Questo Manifesto fu sottoscritto da firme anche prestigiose della cultura dell’epoca, come Luigi Pirandello, lo stesso Marinetti, Enrico Fermi, Pietro Mascagni, Aristide Sartorio, Giuseppe Ungaretti, Salvatore di Giacomo.
È noto che parecchi, traditi nei loro umanissimi ideali dalla brutalità della dittatura, si allontanarono dalle proprie precedenti posizioni, intraprendendo la difficile e dolorosa strada della dissidenza, altri mantennero un rapporto ambiguo, come Pirandello e Ungaretti, altri ancora abbracciarono convinti la causa fascista armonizzando le proprie idee e le proprie opere con la propaganda, diventandone prolifici rappresentanti.
Interessante è l’interpretazione pirandelliana del fascismo, all’indomani dell’adesione dello scrittore al partito, subito dopo il delitto Matteotti. Per lui il fascismo è un elemento di forza vitale, in grado di distruggere le cristallizzazioni sociali, un movimento anarchico, rivoluzionario. Dopo i primi entusiasmi, seguirono le disillusioni che comunque non gl’impedirono di continuare la sua produzione teatrale e non minarono i suoi rapporti con Mussolini che anzi gli concederà i finanziamenti per creare la compagnia teatrale dell’Opera di Roma.
Anche Ungaretti manterrà una posizione di “non belligeranza”(per usare un termine caro a Mussolini) con il fascismo. Le sue poesie contro la guerra e la raccolta del “Dolore” sono in netto contrasto con la politica guerrafondaia e di persecuzione del regime. Eppure le sue relazioni col fascismo, soprattutto quelle personali con Mussolini resteranno inalterate, tanto che otterrà una cattedra all’Università di Roma.
Al contrario risultano fin troppo chiare le posizioni di entusiastica adesione alle istanze piccolo borghesi e retrive di altri scrittori di regime, come Antonio Beltramelli che nel 1923 pubblicò L’ Uomo nuovo, biografia di Mussolini, o Alfredo Panzini con la Lanterna di Diogene (1905) e Viaggio di un povero letterato (1914), opere che esprimono la mentalità nazionalista piccolo borghese prefascista intrisa di luoghi comuni, o ancora i romanzi d’impianto naturalistico di Federigo Tozzi come Bestie (1917), Il Podere (1920), Tre croci (1921), mentre di levatura artistica decisamente diversa sono i lavori di Aldo Palazzeschi che con Stampe dell’Ottocento (1932) e Le sorelle Materassi (1934) mette in risalto l’insieme di tenerezza e ridicola ironia dei sentimenti borghesi.
Quasi nulla resta di questa produzione letteraria di regime, accomunata da un ruralismo arcaico, da una mentalità conservatrice nemica del modernismo e della tecnologia, che non esita a ricorrere ai temi dello spiritualismo religioso per bloccarla e che fa un largo uso della retorica dei luoghi comuni.

Temi che si ritrovano anche nella letteratura nazista, se tale può definirsi una produzione di opere che raggiungono la vetta della malafede adattando secondo i propri principi nazionalisti e razzisti la filosofia di Nietzsche, attraverso il genere delle saghe, delle liriche e dei romanzi sgorganti “sangue e suolo germanico” in un’orgia di retorica brutale e misantropa.
I rappresentanti sono pochi e quasi nulla è rimasta della loro pseudocultura letteraria, limitatasi peraltro a un’esaltazione patriottico-popolare della superiorità della razza e della giustificazione di una politica imperialistica che cerca nuovi spazi di espressione dei propri valori e della propria vitalità.
Basterà ricordare lo scrittore Hans Grimm che nel suo romanzo Popolo senza Spazio (1926) evoca in senso nazionalista il concetto hitleriano di “spazio vitale” del popolo tedesco.
Richard Billingher invece tratta un tema caro alle ideologie autoritarie interessate all’appiattimento delle masse peraltro, come s’è visto, già ampiamente presente nel fascismo: il Ruralismo, esaltando la vita semplice del mondo contadino e legandolo alla cultura del demonismo pagano con la raccolta poetica La falce celeste (1931) e i drammi Il gigante (1937) e Paracelsus (1943).
Infine Joseph Weinheber, considerato il cantore ufficiale del nazismo, celebra l’invasione e l’annessione dell’Austria al terzo Reich con L’Inno al Ritorno (1938) e diffonde la sua idea di missione storica del poeta al servizio delle necessità del regime, attraverso le odi Tra Dei e Demoni (1938), Musica da Camera (1939) e Ecco la parola (1944).


Di genere non diverso, anche se scaturiti da una maggiore complessità analitica e sociologica, sono i temi diffusisi all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre in Russia. Qui, ancor più che nei regimi nazifascisti viene sviluppata un’approfondita riflessione sul “ruolo sociale” dell’artista, approdando alla definizione del Realismo Socialista che, per la sua valenza di vero e proprio dogma indiscutibile, separò nettamente il movimento artistico sovietico dai suoi contemporanei nel resto del mondo. Formalmente definito (in quanto esistente fin dai primissimi esiti della Rivoluzione) nell’ambito del Primo Congresso degli scrittori tenutosi nel 1934, il Realismo Socialista propose una rappresentazione concreta e storicamente determinata della realtà, capace di evidenziare ed esaltare il processo rivoluzionario in atto; un’opera collettiva di cui l’artista diveniva pienamente partecipe.

In sostanza, a partire dalla fine degli anni ’20 fino alla morte di Stalin e alla destalinizzazione, la letteratura non è più la rappresentazione della realtà com’è vista dall’autore, ma come il partito vuole che venga vista e interpretata.

Anche in questo caso non mancano grandi autori che si pongono al servizio del Realismo propagandistico.

Vladimir Vladimirovic Majakovskij  ne è uno dei massimi esponenti. Dopo l’entusiastica adesione alla Rivoluzione d’Ottobre e la sua celebrazione del Bolscevismo come unica forza  trasformatrice e purificatrice, consacrò la sua poesia alla funzione sociale di portavoce della lotta di classe e dell’etica comunista. Formò anche il gruppo d’avanguardia del cubofuturismo, esportando le istanze del movimento di Marinetti all’interno della letteratura socialista. La sua produzione letteraria e l’impegno rivoluzionario lo portarono ad occupare i più alti ranghi dell'intellighenzia sovietica. Eppure Majakovskij decise d’interrompere la sua vita in modo violento e per certi versi sospetto, sparandosi un colpo al cuore il 14 aprile del 1930.

Tra le sue opere maggiori vanno ricordate: i poemi La guerra e l'universo (1916), l'Uomo (1917), 150.000.000 (1919),  Di questo (1923),  Lenin (1924).

Maxim Gorki invece è considerato il creatore della letteratura realista e sociale sovietica. Riuscì a fondere la visione oggettivistica della realtà e della vita quotidiana, con i tormenti intimisti dell’eroe protagonista delle sue opere, con intelligenza ed acume artistico evitando di scivolare nella retorica di partito. Di lui restano tra gli altri i romanzi Le mie università (1923), Affare Artamonov (1925) e Vita di Klim Samghin (1927-36) .

Ben diversa e di più incerto valore la produzione propagandistica fine a se stessa che per almeno un trentennio sarà improntata su una forte ideologizzazione della realtà. Si passa così dall’eroica lotta dell’Armata Rossa contro i Russi bianchi, all’industrializzazione con annessa celebrazione della costruzione di grandiose fabbriche e condanna dei sabotaggi perpetrati da biechi controrivoluzionari, la collettivizzazione delle campagne e l’esaltazione dell’efficienza dei kolchoz e dei sovchoz e l’eliminazione dei kulaki, i contadini ricchi nemici del proletariato.

I conflitti familiari presenti nelle opere vengono ridotti a mere questioni ideologiche tra padri reazionari e sabotatori ed eroici figli, fulgidi esempi rivoluzionari che arrivano alla denuncia e sono trattati come eroi. Non mancano drammi che coinvolgono i due capi carismatici Lenin e Stalin (Ivan il Terribile, dramma teatrale di Aleksej Tolstoj, parla in realtà di Stalin).

Con la seconda guerra mondiale si riaccende l’ideologia nazionalista. Una serie di opere intrise di retorica sono dedicate all’eroica resistenza dei soldati contro l’invasione tedesca come Il Fronte di Solov’ev e Gente Russa di Simonov.

Dopo la guerra, mutati gli equilibri mondiali, resta immutabile se non irrigidito ancor più, il controllo ideologico sulle opere dell’ingegno. Nascono nuovi temi, come quello della guerra fredda, dell’antagonismo con la corrotta e capitalistica America (La questione Russa di Simonov e Il leone in piazza e L’ombra altrui di Erenburg), modello da aborrire  ed esecrare.

Nel complesso la letteratura creata e legata al Realismo socialista ha prodotto ben pochi testi degni di essere ricordati.

È bene sottolineare che gli autori di tali opere sono usciti indenni dalle purghe staliniane ed hanno avuto, nonostante la mediocre qualità, riscontri di pubblico entusiasta e di critica benevola esclusivamente perché perfettamente aderenti con i concetti di un’ideologia liberticida.


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Commenti

per quanto riguarda l'Unione Sovietica mi piace ricordare il gruppo dei Fratelli di Serapione, che cercò di mantenere le distanze dalla cornice politica dell'epoca, pur nelle diversissime anime al suo interno.

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