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Il lume dell'aspirante scrittore - Registri linguistici e gergo

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Di Annalisa Castronovo

Chiunque sia interessato a scrivere deve porsi, fra le altre, un paio di domande fra loro connesse, vale a dire: "A chi mi rivolgo?". E poi: "In che tipo di situazione mi trovo?". Banale, vero? Be', non è detto che lo sia. Magari siete in presenza di amici a cui siete abituati a dire di tutto e di più, ma il contesto vi suggerisce una certa compostezza espressiva. Allora, probabilmente, opterete per un linguaggio più formale di quello che avreste adottato se fosse stati soli con i vostri compagni di avventure. Questo è un esempio di scelta fra registri linguistici differenti. Se il vostro amico è con la sua cara mamma, donna distinta e d'altri tempi, forse non gli direte: "Ciccio, ieri m'hai piantato sotto casa per una vita", quanto piuttosto: "Francesco, ieri ti sei fatto aspettare per una buona mezz'ora sotto casa". Oppure sceglieremo una battuta ancora più formale e garbata. Dunque, il nostro registro potrà essere, a seconda dei casi, colloquiale o formale, medio o solenne, sulla base del tono, dello stile e del lessico che riterremo più appropriati. Un conto è che io dica: "Il prof m'ha dato il sale" (registro informale e non tecnico), tutt'altro se dico o scrivo: "Il professore mi ha consegnato il cloruro di sodio" (formale e tecnico).

Tutto questo, quando ci si pone in forma scritta, risulta più scontato, ma non facciamoci ingannare dalle apparenze. Per farmi capire meglio credo che sia utile una premessa relativa al cosiddetto gergo. Con questo termine si intendono delle varietà di lingaggio proprie di specifici gruppi di persone. Il gergo, inteso in senso stretto, si caratterizza per il fatto di non essere autonomo rispetto alla lingua di base (a differenza del dialetto, ad esempio) - dalla quale comunque differisce abbastanza - e per la funzione criptica, cioè per il carattere di segretezza del gergo stesso. Naturalmente, accade spesso che espressioni gergali scivolino fuori dai confini di nascita per entrare a pieno titolo nella lingua standard, basti pensare all'uso quotidiano fatto dai mass madia (e non solo) dell'espressione cosa nostra, originariamente coniata all'interno della mafia. Analogo il caso di varie espressioni gergali di vari gruppi di artigiani sparsi sul territorio nazionale. Il gergo, in senso lato, è costituito invece da quelle parlate in cui la segretezza non è più essenziale. Si pensi ai linguaggi giovanili, ai gerghi scientifici o ai linguaggi settoriali.

Nel linguaggio giovanile si fa un uso massiccio di metafore e di semplificazioni della lingua di partenza, così come dei troncamenti e degli allungamenti di parola o dell'utilizzo di termini ritenuti tabù al di fuori del gruppo stesso, che in questo modo tenta di definire per contrasto la propria identità. Ciò vale anche per le forme di scrittura usate dai membri del gruppo giovanile; questa scrittura oggi salta all'occhio per l'esiguità di lettere e soprattutto di vocali che vanno a comporla, per cui non si scriverà perché, ma xkè, non più la frase ti voglio bene, ma solo l'acronimo TVB. Usanza sorta dall'esigenza di condensare il massimo significato (e il maggior numero di parole) nel minor numero di caratteri (finito) dei cosiddetti SMS che in linea teorica dovrebbero essere short per definizione. Quest'uso non solo è traslato nelle comunicazioni informatiche (quali le chat, per esempio), ma anche su supporti in cui tale "necessità" non c'è affatto. Ma si sa che le abitudini - una volta prese - sono dure a morire. Eppure, è ancora una questione di appropriatezza del linguaggio, da utilizzare con intelligenza e magari con una punta di originalità a seconda delle occasioni. Dove con originalità non intendo la totale inosservanza delle norme stabilite, quanto piuttosto una personale inventiva, in grado di connotare il nostro stile con un uso innovativo degli "ingredienti" a nostra disposizione. Quello che di un pittore chiamiamo un tratto inconfondibile.

I gerghi professionali non si distinguono tanto per l'uso di termini specialistici, quanto per l'uso originale di certe parole, si pensi al televisivo bucare lo schermo o a gelato (per microfono), oppure alle espressioni giornalistiche essere sul pezzo e chiudere il numero.

Altra cosa ancora sono i linguaggi settoriali in cui abbondano termini dal significato univoco, il cui scopo è quello di evitare fraintendimenti, ad esempio, all'interno delle comunità scientifiche. L'obiettivo non può certo essere la segretezza, considerando la mole di pubblicazioni e l'opera di divulgazione connesse a simili attività. Dunque, non sono veri e propri gerghi. Sono linguaggi settoriali: quello medico, quello finanziario, quello informatico ecc. Lo è anche il cosiddetto burocratese? In realtà, esso è un termine con accezione negativa proprio per l'eccessiva formalità e l'eccessiva distanza dalla parlata media, complicatezza che lo rende di difficile interpretazione, talvolta, anche agli addetti ai lavori oltre che ai comuni cittadini.

Quest'ultimo non è il solo caso in cui è difficoltoso conciliare formalità e precisione con chiarezza e gradevolezza del discorso. In questo articolo, per esempio, ho cercato di far coesistere dei tecnicismi propri della linguistica con un registro informale, a tratti colloquiale, ma in altri punti quasi scientifico. L'intento era quello di dare informazioni, in qualche misura, tecniche senza annoiare a morte il lettore. Ce l'ho fatta? Non so, ma credo che debba essere premura di chi scrive, preoccuparsi di chi legge. H. M. McLuhan, sociologo canadese, sosteneva che "il mezzo è il messaggio". Credo che stia a noi fare il miglior uso possibile del medium di cui disponiamo per veicolare il messaggio desiderato.

Infine, voglio esplicitare il senso di questo articolo all'interno di una rubrica rivolta, in primo luogo, ad aspiranti scrittori. Supponiamo che vogliate scrivere un romanzo. In molti casi i personaggi saranno persone comuni, se non altro quanto al modo di parlare; in altri, invece, saranno avvocati, marinai, poliziotti, astronauti, teenagers, contadini, giornalisti o malavitosi. Per dare un minimo di realismo e di veridicità ai personaggi bisognerà calarsi, nei limiti del possibile, nei loro panni e nel loro modo di esprimersi. Documentarsi è importante tanto per un sociologo che decida di fare un'esperienza di osservazione partecipante della comunità di interesse, quanto per un giornalista che scelga di fare un'inchiesta, di un detective che faccia un'indagine o di uno scrittore ricco di fantasia, immaginazione e padronanza linguistica che decida di addentrarsi in un "mondo" che non è esattamente il suo. Inoltre, scrivere può significare tante cose diverse, si può scrivere un romanzo, una lettera, una tesi di laurea, una legge, una denuncia e via di seguito. Cambia il registro? Naturalmente! E cambia, a sua volta, a seconda del genere di romanzo, del destinatario della lettera (il mio fidanzato o un possibile editore, ad esempio), della tesi (di fisica nucleare o di filologia romanza) e via discorrendo.

Non c'è un registro giusto e uno sbagliato in assoluto, ma c'è il mondo con le sue occasioni, c'è la lingua con le sue "sorelle" e le varietà e ci siamo noi, liberi di farne opere d'arte o garbugli, carezze o insulti, risme di carta sporca o capolavori. Sta a noi.

Buona scrittura!
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Commenti

Ottimo articolo (ma ormai siamo abituati al tuo alto standard)aggiungerei solo che alcuni scrittori, anche famosi, dovrebbero informarsi meglio sul merito di quello che stanno scrivendo. Ad esempio, ho appena letto, a scopo di studio, un libro di una grande scrittrice italiana la quale - nello scrivere una metafora, paragona la scrittura ad una vendemmia e i sentimenti che ne scaturiscono al vino. Bellissima (forse), ma il fatto è che dice che il vino si ottiene spremendo l'uva con le pietre - ed è questo il punto: è l'olio che si fa in quel modo, non il vino. E questo lo so per certo, visto che, per ventura, sono agronomo.
Poi sto leggendo anche il romanzo di un noto giallista che pare ignorare che nella collocazione temporale scelta per la sua storia esiste anche la prova del DNA; circostanza questa che -nel caso spefico - farebbe crollare il "movente" di una certa azione intrapresa dal suo protagonista.
Insomma oltre alla forma e al registro linguistico anche i grossi nomi sbagliano pure la sostanza. E gli editor, cosa fanno (oltre ad atteggiarsi a Padreterni)?
Ciao. Con immensa stima. Pellegrino.

Sì, Annalisa è davvero brava su questi spunti, appunti, precisazioni.
A suo tempo, forse ricordi, avevo iniziato una piccola rubrica simile, poi ho letto gli articoli di Annalisa e mi sono detto: - Ma che la faccio a fà la rubrichetta io? -, nel senso che la sua capacità di analisi rispetto alle mie grossolanità è schiacciante a suo favore.
Una delle cose più belle che ho imparato dalla mia famiglia è che quando si ha davanti uno più bravo bisogna semplicemente dire: - Bravo, io valgo molto meno e ti lascio il posto -.
Ho imparato a conoscere i collaboratori da mesi, alcuni hanno del talento, Annalisa è fra questi. E non è una sviolinata.
Passo e chiudo.

Ho la fortuna di leggere gli articoli di Annalisa prima che vengano pubblicati. Per questa ragione, fino a ora, mi sono trattenuto dal commentare qui sul blog.
Il commento di Pellegrino mi dà l'occasione, innanzitutto, per dire che ho trovato questo pezzo molto interessante, soprattutto per la riflessione che porta con sé. Non capita quasi mai agli scrittori, e mi riferisco ai meno smaliziati, di riflettere su questioni che dovrebbero invece stare alla base della costruzione di un buon personaggio. Così come capita assai meno spesso che una persona nella sua quotidianità si renda conto di quanto difficile sia padroneggiare registri diversi, adattare se stesso a una situazione piuttosto che a un altra.
È vero anche quello che scrive Pellegrino, purtroppo, troppo spesso ci si dimentica una regola fondamentale della narrativa: scrivi soltanto di ciò che conosci. Questo non vuol dire certo che non deve esistere la scrittura di fantasia (io sono un autore di fantasy e questa sarebbe quanto meno un'affermazione contraddittoria), il problema sta nel fatto che una storia è calata in un ambiente, questo ambiente ha delle regole, una sua fisica, una sua biologia, una sua astronomia, una sua sociologia, in una parola una sua scienza. Ogni cosa che viene descritta in un romanzo deve per necessità essere coerente con queste regole, con questa scienza. Se non lo è, questo si tramuta in un'accozzaglia indefinita di fatti privi di fondamento. Quando si scrive bisogna conoscere minuziosamente le caratteristiche dell'ambientazione in cui le vicende sono immerse, altrimenti si rischia di cadere in profonde contraddizioni.
Questo è uno dei motivi per cui mi fanno sempre sorridere i romanzi scritti da italiani e ambientati in USA, i cui protagonisti sono John e Mary che vivono in una piccola cittadina del Missouri. Forse era meglio scrivere la storia di Giovanni e Maria che vivono a Canicattì.

Ragazzi, mi fate arrossire. Mentre leggevo, prima Pellegrino e poi Morgan, avevo la pelle d'oca. Che volete?! Sono emotiva: mi basta poco. Sono lusingata e felice dei vostri apprezzamenti, il fatto che siano proprio i vostri conferisce loro un peso diverso rispetto a quello proveniente dai - pur cari - complimenti di persone meno competenti. Quindi vi ringrazio di cuore. Cercherò di esserne all'altezza anche in futuro, farò del mio meglio.
Quanto al tema, sono perfettamente d'accordo con Pellegrino. Ma so che per l'essere umano è tentazione troppo forte quella di lanciarsi in affermazioni non verificate e di dare per dato certo il sentito dire. Chi non lo ha mai fatto scagli la prima pietra, certo però quando si fa divulgazione, cultura o informazione il discorso cambia. Il rigore è d'obbligo.
Fino a ieri dicevo a Marcello - riguardo ad altro - che la deontologia professionale è come l'onestà, non la si impara, se non ce l'hai nel sangue non c'è guiramento che tenga. Ecco, c'è gente che si fa mille problemi e altra che se ne infischia. Vale anche per il nostro discorso.
Grazie ancora!

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