Come leggere un libro

In cucina con Leonardo da Vinci, cuoco provetto

Intervista a Nicholas Sparks, ecco come nascono i suoi romanzi

Perché è importante leggere

"Vivere per addizione" - Carmine Abate


di Michele Ruele


Se per i tedeschi continuavo a essere uno straniero; per gli altri stranieri un italiano; per gli italiani, un meridionale o terrone; per i meridionali, un calabrese; per i calabresi, un albanese o “ghieggiu”, come loro chiamano gli arbëreshë; per gli arbëreshë, un germanese o un trentino; per i germanesi e i trentini, uno sradicato, io per me ero semplicemente io, una sintesi di tutte quelle definizioni, una persona che viveva in più culture e con più lingue, per nulla sradicato, anzi con più radici, anche se le più giovani non erano ancora affondate nel terreno ma volanti nell’aria.

A chi queste cose le sa teoricamente, le mie parole possono apparire di un’ovvietà sconcertante. Ciò che non è ovvio, che richiede un cammino faticoso, è indossarle come un abito, farle aderire al tuo corpo come una seconda pelle. Solo così riuscirai a vedere il mondo attorno a te con altri occhi e finalmente, con questo nuovo sguardo senza pregiudizi, potrai godere il meglio della vita qui e là e in ogni luogo, come se i tuoi occhi avessero cambiato colore, da marroni fossero diventati non dico azzurri, ma una via di mezzo luminosa.


Nel primo racconto di Vivere per addizione e altri viaggi di Carmine Abate (Mondadori, 2010), il treno porta figlio e madre dalla Calabria a Amburgo. Il ragazzo si prende cura della mamma, lei gli dà da mangiare a crepapelle lasagne, uova sode, pane con soppressata, provola, pane con sardella, noci, pere, fichi secchi. Nella valigia marrò ci sta una tazza del caffè che per la mamma è un feticcio, un totem che la collega a casa, alle melanzane dell’orto e alle rondini. La preoccupazione della donna è che si rompa. Perché insieme alla tazza del caffè si romperebbero troppe cose. Il finale è sorprendente: gli esiti alla fine stanno in modo diverso da come li si programma.

Il padre e la madre devono far lauriàre il bir (ragazzo, in arbëreshë): il ragazzo lo sa bene, anche lui è quella tazza da non lasciar spezzare. Ma forse spezzarsi è una necessità per chi deve fare un viaggio che non dura solo quaranta ore di treno, ma rende tutto lo spazio e tutto il tempo un garbuglio che investe vite intere, vite che si intersecano in incontri, ricordi, lunghe fedeltà e esperienze moltiplicate dalla nostalgia (o dalla Fremde, parola tedesca che indica una sorta di senso di estraneità).


Non sono solo racconti di emigrazione e vagabondaggi tra Germania, Italia, Francia, feste del ritorno, colloqui in calabrese in una casa nel quartiere di Altona a Amburgo, incontri a distanza di anni in posti lontanissimi, sguardi innovativi e liberi sui paesi della Calabria che si spopolano, asili trasformati in centri di accoglienza, germanesi (emigrati in Germania) che non vedono l’ora di tornarsene a casa (cioè da Carfizzi in Calabria nella loro nuova città al nord), paura e sfida ai naziskin o alle bande di razzisti di Mühlheim, le avventure vere e proprie di un supplente calabrese nelle valli lombarde e trentine: Abate non racconta solo un’epopea delle avanguardie dei popoli (è la definizione dei migranti data da Hannah Arendt) ma va oltre, mette a frutto uno stile pirandelliano senza sofismi incrociato con le storie picaresche, grottesche e dolorose di John Fante:


In realtà il mio cuore era una specie di spezzatino, scisso in quattro o cinque parti che mi scombussolavano la vita e non riuscivo a ricomporre neppure sulla carta, quando di notte scrivevo le mie storie. Circondato dal buio e dalle ombre, il bosco e il cielo nero che si aprivano in alto, oltre la finestra socchiusa, ritrovavo me stesso e mi riperdevo spaventato, camuffandomi così bene tra i miei personaggi da non riconoscermi più in nessuno di loro. E non distinguevo nemmeno le mie cinque ragazze che diventavano una sola persona, una sintesi del fascino di ognuna, l’unico grande Amore dell’io narrante.


Se nei suoi altri romanzi è evidente che il fondo autobiografico è trasfigurato e superato dalla narrazione, in questi racconti la scelta di Carmine Abate si avvicina di più all’autobiografia vera e propria, al reportage e alla non-fiction: però l’estro resta ciò nonostante quello narrativo, e nel lettore suscita la vertigine di chi si ritrova fra la documentazione di vita vissuta e il travestimento avventuroso o del ricordo. È così che funziona, in generale, l’esistenza, no?, non è altro che un racconto continuo; e è fortunato chi ha più vite da raccontare.

E poi la verità e la vita sono semplici, concrete, fatte di salsicce e parole in dialetto, di incontri, di insegnamenti dati e ricevuti, di peperoni piccanti, formiche dell’orto, scarpe di marca indossate con imbarazzo durante la processione tradizionale al paese, incazzature, gelati che colano sulla mano, sole e nebbia: è pieno di emozione e concretezza lo stile di Abate, tutto sommato semplice e a volte stilizzato anche letterariamente, oppure aderente ai modi del parlato.

È interessante il fatto che Abate sia insegnante di italiano, ma che non abbia come sua prima lingua l’italiano, bensì l’arbëreshë (lingua della comunità calabrese di fuoriusciti albanesi tra XV e XVII sec.); e che ai due strati primitivi si siano sovrapposti altre lingue, gerghi, dialetti, forme del parlato ibride. La ricchezza di questa lingua duttile, dalle molte anime, è uno dei pregi di questo libro di racconti.

Vivere per addizione è uscito direttamente nella “Piccola biblioteca Oscar Mondadori”, la collana economica in cui di solito vengono ristampati i libri di più ampia circolazione: la collocazione “popolare” non è casuale: la lettura fa capire molto più che da altri libri che cosa sono il Sud, l’emigrazione, l’Europa, l’Italia, visti non tanto da chi li studia o governa ma da chi li vive direttamente e li sa raccontare.

Il tuo voto: Nessuno Media: 4.2 (5 voti)
Tag:

Commenti

Non l'ho ancora letto, ma ne ho sentito parlare bene da mio fratello. Leggere questo libro per me, figlia di emigranti , è come ripercorrere quel viaggio freddo e faticoso che mi portava in germania e mi allontanava dalla mia Italia. I sentimenti che proverò leggendo le storie di Carmine saranno un misto di angoscia e curiosità!

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Se il codice inserito non è corretto, viene segnalato un errore (box rosso). Se il codice inserito è corretto e il tuo commento viene segnalato lo stesso come spam non ti preoccupare, non riscriverlo; la redazione lo pubblicherà al più presto.

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.