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Tempi bui

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Di Michele Ruele

I tempi sono bui per chi ha il buio dentro di sé.

Sono tempi bui. Ho accettato di seguire il campionato di calcio per “Vanity Fair”. L’ho fatto per i soldi. Mi hanno dato l’accredito per la tribuna stampa e mi hanno procurato degli appuntamenti con dei vip.
Dalla tribuna stampa di San Siro non si vede quasi niente, la partita te la vedi anche lì alla tv. Dalla tribuna stampa del San Paolo di Napoli invece si vede benissimo.
Il primo appuntamento con un vip è stato con il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis.
All’inizio ero in una sala stampa insieme a altri tre giornalisti. Cioè gli altri tre erano giornalisti sportivi della “Gazzetta”, del “Corriere dello Sport” e di una tv, io no. Cioè collaboro con “Vanity Fair”, perché mi hanno chiesto degli articoli, pagano bene e con gli accrediti si hanno dei privilegi enormi, tipo avere accesso a delle interviste esclusive con dei vip come Aurelio De Laurentiis.

Eravamo in una sala del centro sportivo di Castel Volturno dove il Napoli fa gli allenamenti. De Laurentiis ha detto che era contento che fossimo lì e a me sembrava di essere dentro un cinepanettone, tutti lo chiamavano “dottore” e ridevano quando parlava di tette. Eravamo delle persone in tuta che gli facevano dei complimenti e ridevano quando parlava dei culi delle attrici dei suoi film, lui con una giacca a vento strizzata e noi quattro, cioè i tre giornalisti e io che assicuravo a me stesso che ero lì per caso, ma che invece se mi avessero ripreso con una telecamera sarei stato perfetto per una di quelle scene in cui ci sono Boldi e De Sica che fanno le scorregge.
Dunque eravamo in questa sala: per entrarci si doveva passare attraverso delle tende di velluto pesanti, come quando si entra al cinema, c’erano due cortine e in mezzo un’intercapedine di buio totale e siccome non trovavo il varco ho pensato, ecco che faccio la figura del fesso; invece sono stato il primo a uscire, gli altri tre giornalisti ci hanno messo molto di più, poi sono venuti fuori anche gli uomini in tuta del Napoli Calcio e alla fine anche Aurelio De Laurentiis che è abbastanza piccolo, quasi un nano ma senza essere un nano, e tutti gli danno sempre ragione e ridono quando fa delle battute sulla figa.
Noi eravamo nella platea in basso, il “dottore” su una specie di palco in una sedia imbottita altissima e ha detto: “Volete fare delle domande?”. Ho guardato cosa facevano i giornalisti che tacevano, e allora ho alzato la mano.
“Dica”.
“Quale diverso tipo di creatività mette nel fare il presidente di una squadra di calcio in Italia piuttosto che produrre film negli Stati Uniti?” ho detto, e ho anche cercato di adeguarmi linguisticamente al contesto, usando la locuzione “piuttosto che” che non uso normalmente.
“Che cazzo di domanda è” ha detto lui a uno in tuta vicino.
Alzandosi però ha risposto: “Si tiene high il brand se si governa il sustaining of business evolution e noi ci rivolgiamo sempre più a un target fedele e brandizzato – molto brandizzato, very brandizzato and very popular– chiaro?”
Non ho capito niente, cercavo ancora di riprendermi e lui era già fra le tende con gli uomini in tuta.

Pensavo che a quel punto la mia amicizia con Aurelio De Laurentiis fosse sepolta, e invece un tizio mentre mi districavo dalle tende mi ha detto che il dottore mi aspettava da lui.
Mi hanno portato con una Lexus alla sua villa a Mergellina. C’erano dei tizi nei corridoi con degli abiti scuri e cravatte finissime e lucide.
Mi fanno entrare e sta dicendo a uno che poi ho capito che era un regista dei suoi capolavori: “… il film si apre con quelle quattro strafiche sullo yacht nel porto, mentre ballano tutte bagnate con dei bicchieri di champagne in mano arriva il motoscafo dei narcotrafficanti, hai capito, non provate a tagliarmela questa scena…”.
Mi fanno aspettare seduto, dicono che il dottore ha da fare ma vuole fare un’intervista perché è stato colpito dal mio anticonformismo, mi dicono.
Ho aspettato mezz’ora.
Mi scappava da andare al bagno, così ho chiesto dov’era il bagno. Hanno detto, in corridoio. In corridoio le pareti erano coperte da una carta da parati dorata a strisce e c’erano delle porte a scomparsa. Ne ho presa una e sono stato fortunato, era il bagno. Ero già slacciato che è entrata la segretaria e mi fa: “No, questo è il bagno del dottore, che ci fa qui, è pazzo?”
Allora mi ha accompagnato da un’altra parte.
Poi mi ha anche spiegato che il dottore ha un’allergia e l’acqua del bagno, anche lo sciacquone, viene da una cisterna di acqua Evian.
Alla fine il dottore ha dovuto andare via, non aveva tempo.
Anch’io sono andato.

L’articolo lo leggerete sul prossimo numero di “Vanity Fair”, compratelo.

NB.: Tutti i fatti di questo articolo sono inventati e frutto di fantasia.
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